Il monologo è donna?

Peregrinando di platea in platea, alla ricerca di nuovi spettacoli da recensire, ci imbattiamo spesso nella forma teatrale del MONOLOGO e altrettanto spesso interpretato da una DONNA. Monologhi per tutti i gusti, commoventi, irriverenti, graffianti, poetici, disturbanti. Inevitabile notare che questi in molte occasioni, ruotano attorno a tematiche tradizionalmente femminili, direttamente connessi alla donna e al suo ruolo nella società. Come ci ha detto in una intervista al Teatro di Rifredi Antonella Questa “al mio amico e collega Mario Perrotta non dicono che fa teatro al maschile.”

Il monologo al femminile

Franca Rame
Franca Rame

Come vive un’attrice l’esperienza del monologo? Che significa l’atto di potere di porsi al centro, di esporsi allo sguardo altrui con tutte le ambivalenze a cui la nostra società dell’immagine ci ha abituato da sempre? Esiste una modalità specificatamente femminile di interpretare un monologo? Rispondere a queste domande in maniera esaustiva sarebbe impresa condannata ad una parzialità a forte rischio di generalizzazioni e distorsioni ideologiche, oltre che forse una questione addirittura mal posta e anacronistica, visti i temi di dissoluzione delle identità rigidamente definite. Ci limiteremo ad osservare da questa prospettiva alcuni spettacoli che abbiamo visto e recensito su Gufetto, e a mettere in circolo suggestioni ed impressioni, anche con l’aiuto di artiste che gentilmente si sono prestate a questo scambio con la nostra redazione.

Raccontare la violenza contro la donna

Michela Embriaco in DALSER
Michela Embriaco in DALSER, LA MUSSOLINA

Il monologo femminile è spesso uno strumento di denuncia della violenza e della discriminazione di genere, non solo in teatro: il primo scioccante esempio fu il monologo Lo stupro di Franca Rame che nel 1979 ruppe l’ipocrita e omertoso silenzio, raccontando in un testo lucido e spietato, la violenza subita, non tanto come atto auto-terapeutico ma come strumento di denuncia politica. Molti testi e molte interpreti rivelano anche i subdoli volti addomesticati della violenza di genere, quando si nasconde dietro le gabbie dorate del condizionamento sociale così profondamente radicato nella vocazione patriarcale della nostra società. Ne è un esempio il monologo DALSEN, la Mussolina prodotto da Multiverso Teatro, diretto e interpretato da Michela Embriaco e scritto dalla pluripremiata drammaturga Angela Dematté, andato in scena come primo studio presso il Teatro Brillante -Nuovo Teatro Lippi, il 29 settembre 2024, all’interno del Festival Sussulti. Michela Embriaco incarna la figura di Ida Dalser, prima moglie di Mussolini, malata d’amore per il Duce, internata in manicomio perché non intralciasse la scalata al successo del grand’uomo. La sua interpretazione ci introduce nel delirio di una donna ridotta all’ombra di se stessa, annullata nell’adorazione ad un uomo che niente, nemmeno il più brutale degli abbandoni, riesce a far cadere dal piedistallo. Per quanto si tenti di ricacciare quell’immagine di donna smarrita al nero di seppia di un cartolina d’epoca, il suo annichilirsi nell’adorazione di un “grande” uomo ci pungono dolorosamente perché ancora troppo attuali. Come non ricordare a questo proposito la magnetica Elena Cotugno in MEDEA PER STRADA di Teatro dei Borgia, che attraverso una ipnotica metamorfosi porta il mito nel quotidiano, nelle vicende di una prostituta prigioniera e innamorata del suo protettore, madre infanticida e omicida per vendetta e per riscatto: i due lati estremi e terribili del femminile abusato.

Corpi senza aureola

Virginia Landi, Francesca Mignemi e Eleonora Paris in WITCH IS
Virginia Landi, Francesca Mignemi e Eleonora Paris in WITCH IS

Spesso abbiamo assistito alla dissoluzione dissacrante dello stereotipo della donna angelicata da attrici che esplorano la possibilità di un femminile sguaiato, osceno, maleducato, magico, streghe contemporanee, come le splendide Virginia Landi, Francesca Mignemi e Eleonora Paris in WITCH IS capaci di scandalizzare con i loro corpi, e l’audacia delle simmetrie storiche tra i processi antichi contro le streghe e le torture psicologiche subite dalle donne che desiderano interrompere una gravidanza indesiderata. Ci vengono in mente in questa direzione anche le interpretazioni crude e al tempo stesso esilaranti di Angela Antonini: LILITH e GUERRILLA GIRLS, in cui l’attrice attraverso un corpo plastico e scatenato mostra la donna nella sua dimensione selvaggia, irriverente, rivoluzionaria e, a tratti, stanca dell’incessante metamorfosi a cui sembra doversi sottoporre per poter tornare ad essere vista, semplicemente per com’è. Il centro della scena è un luogo estremo per una donna, porta con sé il sapore trasgressivo dei luoghi proibiti, occupare i quali implica la responsabilità di un atto politico di disobbedienza. Questo forse il segreto del successo pluriennale di uno spettacolo cult come LA MERDA di Ceresoli con Silvia Gallerano: la nudità irrefrenabile dell’attrice, brutale accesso al disvelamento di tutta l’ipocrisia che fodera le coscienze addormentate dell’Italietta patriarcale, malata di voyerismo, costringendo ad una presa di coscienza collettiva.

Corpo di donna al centro della scena

Rosella Testa, interprete di NON IO - DONDOLO di Samuel Beckett
Rosella Testa, interprete di NON IO – DONDOLO di Samuel Beckett

Dalla sovraesposizione del corpo nudo in scena si può passare, in altri contesti, alla dissoluzione del corpo stesso e alla scissione tra storia e narratrice. E’ il caso dei due monologhi beckettiani NON IO e DONDOLO, portati in scena al Ridotto del Teatro Puccini di Firenze da Rosella Testa, in cui l’attrice vive un’esperienza artistica estremamente sfidante: in NON IO la storia narrata è affidata a Bocca, l’unica parte del corpo dell’attrice che è mostrata, in DONDOLO la protagonista è in scena ma separata dalla voce narrante registrata. In entrambi gli atti unici riecheggia il tema della solitudine, della vecchiaia, dell’abbandono. “Amo particolarmente questo autore e sono legata a lui. Nel 1986 sono stata la prima interprete italiana di Dondolo.” ci racconta in un’intervista Rosella Testa. “Recitare Beckett richiede un duro lavoro, richiede precisione nell’esecuzione, fino ai più piccoli dettagli, un esercizio complesso, fatto dell’abilità di cambiare e di trovare nuove risorse. A differenza di NON IO, in cui la storia si ripete meccanicamente, in DONDOLO c’è un lento decadimento del personaggio, fino presumibilmente alla morte. Le due storie certamente parlano al femminile. Beckett conosceva le donne, ne frequentava molte e molte sono quelle raccontate ed immaginate nei suoi drammi.”

Il monologo libera o ingabbia?

Demetra Bartolomeo in LA CAROGNA di Chiara Guarducci
Demetra Bartolomeo in LA CAROGNA di Chiara Guarducci

Ci colpisce la dimensione simbolica di centralità che il monologo conferisce alla donna, come atto catartico e trasformativo. “Il monologo è donna perché è donna la disponibilità all’offerta di sé, l’essere desiderante, l’urgenza di narrare e narrarsi e la capacità di farsi tramite per altro” Così ci dice Chiara Guarducci, drammaturga fiorentina, autrice di monologhi spesso affidati ad interpreti femminili. “Raramente le attrici dei miei monologhi hanno vissuto con preoccupazione l’esposizione, anzi è l’occasione di tra-vestire i panni altrui, magari anche i panni maschili, e porsi al centro: un’esperienza liberatoria e sovversiva di certi stereotipi stucchevoli”. Il teatro e, in particolar modo il monologo può essere quindi un’occasione di rompere l’abito stesso dello sguardo altrui, compreso quello delle donne sulle donne velato di feroce invidia, e mettere in scena ciò che viene altrimenti soffocato, prendersi lo spazio al centro e gettarsi addosso la scomodità. “La scomodità e il coraggio della scomodità è donna”. Ricordiamo lo spettacolo LA CAROGNA secondo atto unico della trilogia che comprende LUCIFERO e Camera Ardente, e interpretato con grande intensità da Demetra Bartolomeo, dove il corpo dell’attrice ribalta completamente lo stereotipo di oggetto di desiderio passivo allo sguardo altrui, esprimendosi come sensuale soggetto desiderante in cui l’ agire e il lasciarsi agire dalla vita è un tutt’uno.

Teatro per l’anima

Beatrice Visibelli in LA MITE di  Fëdor Dostoevskij
Beatrice Visibelli in LA MITE di Fëdor Dostoevskij

Il monologo non ingabbia la donna anzi la libera! Di questa opinione è Beatrice Visibelli, protagonista di LA MITE regia di Nicola Zavagli di Teatri d’Imbarco tornata in scena al Ridotto del Teatro Puccini, per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. “Una delle gioie più profonde del fare teatro” ci racconta la Visibelli “è proprio l’annullamento di tanti schemi, il suo poco o nulla avere a che fare con l’anagrafe, o col genere, perché in teatro si nutre l’anima. Il teatro abbatte gli schemi. Ne LA MITE io interpreto un uomo e a chi mi chiede come abbia lavorato per rendere credibile il personaggio io rispondo che ho solo lavorato sui suoi pensieri, sapendo che il corpo e la sua fisicità sarebbero venuti dietro spontaneamente. Spesso capita che il pubblico condivida la sensazione di dimenticarsi completamente che io sono donna e di vedere lui attraverso di me“. Beatrice Visibelli ne LA MITE di Fëdor Dostoevskij si mette nei panni di un carnefice, mostrando possibile uno degli straniamenti più incredibili e trasformativi che l’arte può operare. Del resto ci confida “il teatro ha il potere di cambiare i pensieri.”

Oltre i confini del genere

A COME SREBRENICA di Roberta Bigiarelli

Non c’è confinamento quindi nelle tematiche di genere per attrici di monologo: la donna ha conquistato il diritto a farsi portavoce di istanze universali al di là del ruolo ancillare che la cultura accademica ancora le riserva. Ricordiamo, all’interno di TRACCE, rassegna di incontri e spettacoli intorno alla difesa dei diritti umani, la valorizzazione della persona e della dignità umana, A COME SREBRENICA di Roberta Bigiarelli con la regia di Simona Gonella, sulla tragedia dei Balcani ponendosi come osservatrice interna ed esterna al tempo stesso, disposta ad indossare la pluralità dei punti di vista di una comunità dilaniata, assumendo una prospettiva al di sopra delle parti per denunciare le responsabilità collettive di fronte alla violenza della storia. lo sguardo femminile si presta quindi ad una dissoluzione dell’identità per comprendere le ragioni storiche dell’Altro anche quando questi sia il Nemico.

Senza conclusioni

Impossibile chiudere questo articolo! Titoli, interpreti, personaggi si affollano alla mente suggerendo ancora altre riflessioni che, chissà, forse apriranno un dibattito. Non solo per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, vogliamo essere al fianco delle donne ponendole al centro della scena, protagoniste, libere di essere oltre le definizioni, oltre il corpo, oltre il genere, semplicemente splendidi esseri umani, ricchi di sfumature. Quale strumento può insegnarci questa rivoluzione se non il teatro che, come ci ricorda Chiara Guarducci, “per sua natura dissolve l’ego e permette all’attore di farsi carne offerta, di spossessarsi di sé per divenire altro“? Ci auguriamo, con la drammaturga fiorentina, che il teatro sia sempre di più lo spazio per “mettere in scena la gioia, dare spazio ad un femminile che non ha più bisogno di difendersi, di denunciare o di dichiarare guerra al maschile” Forse non è ancora il momento, ma arriverà. E scriveremo anche di quello.

 la campagna di “Una Nessuna Centomila” per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

DALSER, LA MUSSOLINA

di e con Michela Embriaco
drammaturga Angela Dematté
musiche originali Adele Pardi
produzione Multiverso Teatro
Anteprima studio, Festival SUSSULTI, Firenze
29 settembre 2024

NON IO – DONDOLO

di Samuel Beckett
con Rosella Testa
regia Francesca Prandelli
scene e costumi Chiara Modolo
produzione Sorelle Afa APS
Laboratorio Puccini – Teatro Puccini, Firenze
27 ottobre 2024

LA MITE

di Fëdor Dostoevskij
con Beatrice Visibelli
adattamento e regia Nicola Zavagli
Laboratorio Puccini – Teatro Puccini, Firenze
20 novembre 2024

Un grazie di cuore alle artiste (Chiara Guraducci, Beatrice Visibelli, Rosella Testa) per aver risposto gentilmente alle nostre domande.

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF