CONTEMPORANEA FESTIVAL 22 @Prato: “in assenza peso” il futuro ci spiazza

In questo mondo dematerializzato, fluido e digitale, qualunque idea di futuro in un tempo inafferrabile è già il nostro presente, e diventa in un attimo il passato da attraversare e superare: CONTEMPORANEA FESTIVAL 22 a cura del Teatro Metastasio, ci spiazza facendoci scoprire di stare vivendo in un’era post apocalittica, ma senza esserci accorti della detonazione finale. Vediamo rappresentato sul palco l’assenza di contatto umano, lo scollamento dal reale come in LA PLAZA del collettivo spagnolo El Conde de Torrefiel di Tanya Beyeler e Pablo Gisbert, dove scorrono in uno spazio immaginario uomini senza volto, senza incontrare i nostri sguardi; la rivalsa dei topi sull’umanità, vessati da sempre ma finalmente vincitori superstiti in RATTENSPIEL storie di ratti, di Teatro Elettrodomestico, con Andrea Macaluso, Giusi Merli e Paola Tintinelli. E infine LILITH, geniale ideazione di Rita Frongia, con una poliedrica Angela Antonini ci regala un filo sottile di luce consapevole, tutta femminile, che in assenza di peso, ci dà la possibilità anche di volare. Secondo Reportage dal festival a cura di Sandra Balsimelli e Alice Capozza. Leggi anche il reportage di Leonardo Favilli.

Rattenspiel @Fabbrichino: uno spettacolo di ratti per ratti

Giusi Merli in Rattenspiel

Un mondo post apocalittico sotterraneo, la specie umana estinta, tre ratti, ormai padroni di casa, si aggirano compiaciuti in mezzo ai reperti consunti dell’Antropocene: “Il mondo è finito, l’uomo kaput: chissenefrega!” ridono sguaiati, sporchi, felici aggrovigliati nella spazzatura. Tra un trapano, una sdraio, un frullatore da barman, e una tenda da piccolo cabaret di terz’ordine, si celebra una sorniona routine, animata dalle bizze di una grottesca diva in pensione, idola di tutti i ratti – Giusi Merli – e  un sorcio cavalier servente – Andrea Macaluso – che la accudisce preparandole un bloody mary dopo l’altro con l’allegro gambo di sedano; il terzo ratto, silenzioso e dedito a giocherellare con gli oggetti sparpagliati non parla, squittisce divertito decisamente più animalesco – Paola Tintinelli. L’eco del passaggio umano sulla Terra è affidato a stralci di citazioni letterarie e alla memoria compiaciuta dei ratti (visto l’esito) della ostinata e inane persecuzione degli uomini ai danni dei sorci. L’umanità è ormai una razza involuta e superata, cui essere grati, semmai, per la montagna di rifiuti che ricopre tutto, evidentemente lasciata lì per il sollazzo dei nuovi amorali dominatori “C’è rimasto tra le mani un mondo di balocchi grazie agli uomini”.

sognare uomini porta sventure

Rattenspiel di Teatro Eletttrodomestico

I ratti sognano gli uomini, e in questo mondo rovesciato interpretano, inscenando fantomatiche sedute freudiane, i segni catastrofici delle loro apparizioni. Nei sogni il padrone di un tempo appare come un gigantesco pupazzo, un burattinaio divenuto burattino, coperto da una maschera di cartapesta dai tratti deformi e umanoidi. Il fantasma appare tre volte in sogno alla diva ratta, di memoria dickensiana – ma tu cosa sei? – è dotato di surreali genitali androgini, un pube ricoperto da una vistosa pelliccia e una fisarmonica con la quale suonare improbabili amplessi; nella cassa toracica ospita un teatrino per pupi, dalle cui luci della ribalta una marionetta impersonante la morte annuncia sciagure alla dea dei ratti, e richiama il Faust di Goethe “sono una parte di quella parte che in principio era il Tutto”. Infine dalla testa dell’umanoide esce il fumo del cerebrale elucubrare umano di cui i ratti non possono che ridere, pur mal celando una certa nostalgia o invidia, data la frequenza con cui sembrano baloccarsi con i nomi strascicati dei filosofi e delle glorie “immortali” del sapere.

Una spietata ironia

In questo mondo post orwelliano si ha la sensazione d’essere guardati negli occhi con spietata ironia da uno degli alter ego più controversi dell’uomo, suo analogo genetico al 99%, topo da laboratorio, e simbolo di oscure pulsioni, ribrezzo, paura, eros, rivelati a noi stessi nella nostra autodistruttiva manifestazione terrena da un roditore che, proprio come noi, sembra incarnare una sorta di egocentrismo di specie di fronte al quale le bombe, la devastazione ambientali, la violenza umana non sono che fenomeni finalisticamente orientati al benessere della razza superiore: i topi appunto. Lo spettacolo ha un ritmo esilarante e a tratti decisamente surreale, un ambientazione punk e scura, come il drammaturgo a cui è ispirata la pièce, Andrea Bendini, burattinaio e regista “maledetto”, pressoché sconosciuto, arricchita dalle macchine ingegnose, caratteristica imprescindibile di Teatro Elettrodomestico. Scorgiamo un controverso e rovesciato richiamo al celebre fumetto tedesco Maus, di Art Spiegelman: i topi, che lì interpretavano le vittime del genocidio più doloroso della storia umana, adesso sono gli indiscussi sopravvissuti per adattamento allo sfacelo dei carnefici ormai estinti, con il diritto di sognare, senza paura di morire.

Lilith di Rita Frongia @Teatro Magnolfi: una “cattivona” luna nera

Lilith di Rita Frongia con Angela Antonini

CONTEMPORANEA FESTIVAL porta a Prato l’esilarante, intelligente e spericolata performance di Rita Frongia, interpretata da Angela Antonini. Una comica cronistoria astrologica del mito di Lilith, prima donna creata e scacciata per disobbedienza, demonizzata dalla tradizione come madre di tutti i mali, diabolica e perversa incarnazione degli istinti più selvaggi, sguaiati e volgari del femminile. A Lilith l’astrologia dedica anche un punto astrale particolarmente denso di significato, il secondo fuoco dell’orbita lunare, meglio conosciuto come Luna nera. In lei la magia primordiale dell’energia dell’universo si coniuga con l’aspetto pulsionale, esplosivo, dionisiaco e incontenibile della sessualità femminile, nella sua dimensione volitiva, affermativa senza se e senza ma. La pièce racconta il viaggio che questo mito ha fatto nelle coscienze degli uomini, mostrandone l’evoluzione: da icona del diabolico, a strega degna del rogo, fino a energia sensuale capace di celebrare attraverso un respiro liberato la gioia pura del vivere. Angela Antonini crea una inedita sinergia di movimenti sincopati, una sorta di grottesca e spiazzante danza da seduta, suoni misteriosi, gutturali, luci ed ombre al neon dai colori artificiali e onirici. La “magia delle stelle” e la prosaica evidenza “alle stalle” diventano coreografia di un incontro, tanto temuto nella nostra cultura, tra il sesso e il divino, tra i rumori del ventre e la sacralità del soffio dell’anima, restituendo dignità, attraverso la dissacrazione, al potere specifici del femminile di farsi pancia di Dio, ventre sacro, come ci ricorda Baubò, magistralmente evocata dall’ombelico inquieto dell’attrice, dea oscena della rinascita dal dolore, che salva dal buio della solitudine con il riso sguaiato della propria vulva parlante.

La Plaza @Teatro Metastasio: il nulla che parla in assenza di sguardi

Il collettivo teatrale spagnolo El Conde de Torrefiel apre il sipario su un nulla tanto assordante da farci sentire il vuoto interiore ed esteriore che pervade l’umanità del presente e del futuro: i primi trenta minuti si svolgono a scena sostanzialmente vuota, poco illuminata, un memoriale di fiori e candele, senza musica, solo suoni sibilanti di sottofondo. “Quanto tempo posso sopportare la stessa immagine?” Noi, consumatori voraci di ogni prodotto frenetico, sentiamo le nostre poltroncine bruciare in questa assenza forzata: uno spettacolo infinito, simultaneo in tutto il mondo, un abisso all’interno di noi stessi, nelle nostre vite, relazioni, pensieri, lo scorrere silenzioso di tutto ciò che non mi riguarda. Si susseguono le scritte dei pensieri dello spettatore fino al finale “addormentamento”, mentre sulla scena passano lentamente, come fantasmi senza volto, i personaggi invisibili, dimenticati, lasciati al margine, sconosciuti. La Plaza, l’Agorà è ormai un luogo del tutto privo del proprio antico significato di incontro, confronto e scambio: assistiamo nello spazio bianco e vuoto all’incedere lento di donne dal capo coperto, famiglie, barboni, turisti, stranieri: sconosciuti o nemici, da cui restare distanti, con cui non incrociare lo sguardo.

Il flusso di pensieri

Sullo schermo appare il nostro flusso di pensieri indistinguibili. Colpisce la dissonanza tra le riflessioni eterodirette dalle parole proiettate e il senso dei gesti lenti, ma realistici, degli attori in scena. Ci si accorge che la maggior parte del nostro dialogo interiore avviene sconnesso da una reale presenza a ciò che accade attorno a noi, frammentati come siamo dalla tentazione multitasking con cui, contemporaneamente, osserviamo i nostri simili in metrò, mentre ascoltiamo un vocale al cellulare, o scrolliamo un post, addentando il morso di un frettoloso pranzo. Le immagini sovrapposte nella nostra mente si fanno colonna sonora di pensieri interrotti, di associazioni rapidissime e non giustificate, rendendoci più soli che mai nell’era dell’iper-connessione dove tutto è “fiction”. La plaza silenziosa ci mostra un’umanità in dissolvenza che sembra aver perso i propri connotati specifici, capace di una violenza divertita e superficiale, rendendoci più simili a replicanti robotici, che ad esseri vivi fatti di carne, sangue e desiderio. Lo spettatore entra pieno titolo nella scena, nel ruolo del perplesso osservatore passivo, icona dei nostri tempi, imprigionato in un mondo che teniamo in vita, come una recita ineluttabile.

Usciamo dalla sala con un refolo di speranza, ipnotizzati dal clima sospeso di questa distopia muta: dai gesti degli attori si comprendeva esattamente di cosa avrebbero potuto parlare e che cosa stava accadendo nella scena; come se il corpo, pur nel fuoco amico di infinite informazioni mentali, giudizi e proiezioni, restasse depositario di un antico messaggio di relazione viscerale tra simili, e potesse contenere l’alfabeto di un nuovo linguaggio, ritrovando il proprio legame con la terra, il peso della forza di gravità. Ma questo può accadere solo se riusciamo a infrangere la compostezza asettica in cui galleggiamo, ebbri di un nuovo impeto dionisiaco, come ci ha mostrato la dea nera Lilith.

Spettacoli visti il 24 settembre 2022 a CONTEMPORANEA FESTIVAL 2022

RATTESPIEL STORIE DI RATTI

uno spettacolo di Teatro Elettrodomestico
liberamente ispirato a Ratto – storie di ratti di Andrea Bendini
testo di Giulia Zacchini
con Andrea Macaluso, Giusi Merli e Paola Tintinelli
regia Eleonora Spezi
musiche di Marco Baraldi
una produzione Teatro Metastasio di Prato/Contemporanea Festival
con il sostegno di Toscana Terra Accogliente e R.A.T. – Residenze Artistiche Toscane
prima assoluta

LILITH

di Rita Frongia
con Angela Antonini
luci Antonella Colella
organizzazione Adriana Vignali e Frida De Vreese COMPAGNIA47 (ex Esecutivi per lo Spettacolo)
con la collaborazione di Teatro Metastasio di Prato / Contemporanea Festival col contributo di Regione Toscana
grazie a Teatro Drama

LA PLAZA

concepito e ideato da El Conde de Torrefiel in collaborazione con i performers
direzione Tanya Beyeler e Pablo Gisbert
testo Pablo Gisbert
cast Gloria March Chulvi, Albert Pérez Hidalgo, Lara Brown, Nicolas Carbajal, Amaranta Velarde, David Mallols
e con la partecipazione, a Prato, di Rosalba Elio Bonaccini, Elisa Ciriello, Valentina Consoli, Maria Lopez Gomez, Lorenza Guerrini, Gaetano Palermo, Sara Pezzolo, Mara Roberto
manager tecnico Isaac Torres
disegno luci Ana Rovira
direttore di scena Roberto Baldinelli
produzione Kunstenfestivaldesarts (Brussels), El Conde de Torrefiel
co-produzione Alkantara & Maria Matos Teatro (Lisbon), Festival d’Automne & Centre Pompidou (Paris), Festival GREC (Barcelona), Festival de Marseille, HAU Hebbel am Ufer (Berlin), Mousonturm Frankfurt am Main, FOG Triennale Milano Performing Arts, Vooruit (Ghent), Wiener Festwochen (Vienna), Black Box Theater (Oslo), Zurcher Thetaerspektakel (Zürich)
con il supporto di Zinnema (Brussels), Festival SÂLMON, Mercat de les Flors and El Graner – Centre de Creació, Barcelona, Fabra i Coats, centre de creació Barcelona
diffusione e gestione del tour Caravan Production
progetto sostenuto da una sovvenzione di Acción Cultural Española (AC/E)

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF