Primo reportage dalla 12/ma edizione di MATERIA PRIMA FESTIVAL 2025: in scena il fallimento, la caduta, l’errore, la sconfitta, ma andare in pezzi è anche occasione per ricostruirsi dall’interno, per rinascere partendo dalle proprie ferite e dagli inciampi della vita. Tre spettacoli nella prima settimana ci mettono di fronte al crollo delle certezze, la pressione della performance, all’amore e il suo inevitabile fallimento, alla violenza e alla paura: BIDIBIBODIBIBOO premio Ubu per miglior testo 2024 di e con Francesco Alberici, seguito da un incontro con i lavoratori exGKN; il debutto alla regia di Claudio Cirri con DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE; lo spettacolo finalista Inbox AFFOGO di Dino Lopardo. Il Festival continua fino al 4 aprile.
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BIDIBIBODIBIBOO @Materia Prima Festival 2025: la fine della performance

Il Teatro Cantiere Florida accoglie gremito l’ultimo complesso lavoro di Francesco Alberici il cui titolo BIDIBIBODIBIBOO è il richiamo all’opera di Maurizio Cattelan del 1996: uno squallido interno cucina anni cinquanta, tavolo di formica giallo, un lavello con sopra alcune stoviglie sporche, uno scaldabagno elettrico alla parete e una sedia vuota, sull’altra il corpo senza vita di uno scoiattolo riverso sul ripiano, ai piedi la pistola. BIDIBIBODIBIBOO, evidente riferimento alla fatina di Cenerentola della Disney, ribalta la favola in tragedia, la magia in squallore, la vittoria in sconfitta. Perché? Cosa è successo? Lo stesso interessante ribaltamento avviene nella vita del protagonista, Pietro, fratello dell’autore, la cui promettente carriera in una innominabile multinazionale (nota a tutti) si trasforma in una prigione dove essere sempre più performante, condannato alla misura del proprio valore attraverso il numero di successi, rinunciando ai propri sogni a favore della anelata stabilità economica. Alberici, mentre costruisce lentamente un pezzo alla volta sul palcoscenico l’immagine dell’opera di Cattelan, svelando, munito di trincetto, gli elementi dell’arredo dietro grandi anonimi scatoloni chiusi col nastro adesivo, narra per piani sovrapposti la vicenda del fratello.
BIDIBIBODIBIBOO: le cose che contano

L’innesco della bomba, non solo metaforica, sta nello scambio di ruoli che fa interpretare ad Alberici prima il fratello Pietro, intervistato da un altro attore che svolge il ruolo del regista/narratore (Daniele Turconi), per poi prendere i panni di Daniele, un autore teatrale, che decide di portare in scena la storia del fratello Pietro (Salvatore Aronica). Nel mezzo ci sono la madre-azienda, unificate in un ruolo diabolico di amore materno e aspettativa di successo (Maria Ariis) e tutta la vicenda legale seguita dall’avvocato (Andrea Narsi), a cui è affidato il compito della censura e al tempo stesso dello svelamento. Nonostante sia complesso da seguire il continuo rimbalzare da una dimensione immersiva ad una oggettivizzante della scena che ne commenta l’accaduto, l’espediente dello scambio di ruoli non è a caso. Infatti la storia personale di Pietro, oggetto di mobbing sul posto di lavoro, risucchiato in una spirale di dolore, vergogna e paura che travolge lui e la sua famiglia, diviene da privata a collettiva e sociale. BIDIBIBODIBIBOO è l’immagine di un mondo che attraverso la rincorsa del profitto, schiaccia quello che di umano ci resta: il lavoro non produce soltanto merci; ma anche il lavoratore come una merce, diceva Marx. E questo è vero non solo nel mondo della grande economia di mercato, ma anche nel progressista ambiente del teatro di denuncia, quando anche l’autore si sente ricattato dalle stesse logiche competitive di potere performanti, vessatorie e precarie. Lo spettacolo procede per gradi e coinvolge il pubblico nei continui cambi di prospettiva, come una riflessione interiore, che mette in dubbio quello che ha appena scoperto, lasciando l’impressione di qualcosa di non finito, di abbandonato senza risposta, come lo scoiattolo di Cattelan. Quando la scena è finalmente costruita, il tavolo di formica messo sulla sinistra del palco, ci chiediamo: chi ha sparato? Chi è seduto sulla sedia riverso senza vita? È qui che in questo gioco di finzione/verità nell’emotività di un dialogo sincero e lacerante tra i fratelli, ci sentiamo chiamati in causa, responsabili di tutte le scelte che abbiamo fatto, in quella comune ansia di essere all’altezza degli ambienti che abitiamo, come cavalli da corsa a cui sfugge il tempo, per rincorrere un traguardo, che a guardare bene, è solo una striscia per terra: le cose che contano davvero nella vita non potranno mai essere quantificate, né cronometrate, misurate o accelerate.
DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE @Materia Prima Festival 2025: il rumore umano

Palazzo Pepi, dimora storica dell’antica famiglia fiorentina che dà il nome alla via accanto a Piazza Santa Croce, ospita l’esordio alla regia di Claudio Cirri cofondatore del collettivo Sotterraneo, con DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE racconto del noto scrittore di short story, padre del minimalismo americano Raymond Carver. Il testo è fedelmente e interamente messo in scena, comprensivo dell’originale ruolo di narratore interno, che fa da regista con le didascalie dei movimenti, delle emozioni, raccontate e rappresentate contemporaneamente in uno sdoppiamento performativo estremamente interessante. Nello spazio di un salotto ricco di preziosi soprammobili, vecchie fotografie, quadri d’epoca, lampade di luce soffusa, due coppie di amici, Mel (Fabio Mascagni) e Terry (Luisa Bosi), Laura (Maria Bacci Pasello) e Nick (Claudio Cirri), parlano seduti al tavolo bevendo gin e scambiandosi opinioni sull’amore. La vicinanza del pubblico è tale che qualsiasi atto scenico è potenziato al massimo, grazie al lavoro di rigore assoluto degli attori nella partitura di movimenti, gesti, rumori e sguardi, che è narrata da Nick dall’interno della scena. In questo senso si conferma lo stile Sotterraneo, che non lascia al caso nessun elemento (ricordiamo il timer a 53 minuti esatti ne L’Angelo della Storia). Al piccolo gruppo di spettatori è permesso spostarsi liberamente per cambiare prospettiva e punto di vista, per apprezzare al massimo l’intimità del luogo, la naturalezza della recitazione e la delicatezza del testo. Carver, scrittore non della vita, bensì delle sue pause coglie i suoi personaggi in media res, in un angolo della propria esistenza, in un frammento di ordinaria quotidianità, come la diapositiva di un interno domestico fatto di oggetti ordinari, come i solitari personaggi dei quadri di Hopper, giustamente chiamato in causa da Cirri. A Carver non interessa il sogno americano, gli eroi, le storie eccezionali: infatti l’amore di cui discorrono, tra i bicchieri di gin, è quello con la a minuscola, ordinario, un sentimento svuotato di eccessi, sfibrato dalla quotidianità, fatto di dialoghi e molti silenzi, accompagnato da semplici e minimi movimenti, un gesto di una mano, un bicchiere tintinnante di ghiaccio. E così come ci ha accolto, il salotto lentamente si abbuia, quando le bottiglie sono ormai vuote sul tavolo. Ma la fine della messa in scena coincide, come per uno qualsiasi dei racconti di Carver, con la domanda da parte del lettore/spettatore: e quindi? Cosa è accaduto? Due coppie ubriache al tavolo, due bottiglie di gin, ghiaccio, parole. Nulla sembra accadere, ma tutto, in realtà, accade. Carver-Cirri regista e narratore ci offre una polaroid della precarietà, dell’esistenza al margine, della difficoltà di cogliere l’essenza di una vita fatta di parole che si perdono nell’aria dopo averle pronunciate; come la nuvola di un fumetto che sparisce e resta solo il battito del cuore di ognuno, il nostro personalissimo rumore umano, degli attori e del pubblico attonito senza muoversi nella stanza buia in quel secondo prima degli applausi.

AFFOGO @Materia Prima Festival 2025: cadere dal bordo
Il prologo di AFFOGO cattura fin dal primo istante l’attenzione del giovane pubblico del Teatro Cantiere Florida col ritmo cadenzato del pezzo trap di Young Signorino; un turbinio di buio e luce si trasforma in scatti di istantanee che nascono dall’oscurità attorno alla vasca da bagno al centro della scena. La regia di Dino Lopardo (che abbiamo conosciuto al Florida con Trapanaterra recensito su Gufetto) è ricca di trovate d’effetto che concentrano in pochi oggetti scenici tutto il necessario per identificare gli ambienti drammaturgici: un velo divide il palco in due parti distinte, familiare ed intimo il proscenio con la vasca (che diventerà poi anche forno e tavola di casa), e il fondo palco che rappresenta il mondo esterno, la società, gli altri con la piscina stilizzata da un semplice ma efficace perimetro attorno ad un piano riflettente.
Lopardo ci offre un viaggio emotivo profondo e coinvolgente, interpretato con grande energia da Mario Russo, nel ruolo del protagonista Nicholas. I suoi ricordi di bambino e adolescente, segnato dalla violenza subita ed agita, ci guidano attraverso le paure che lo hanno condizionato e bloccato, attraverso la solitudine in un mondo inospitale, sia quello familiare, sia quello dei pari. “Se non reagisci, affoghi!” grida Nicholas all’anatroccolo giallo con cui gioca nell’acqua. Ma chi ha paura dell’acqua? A chi può confidare le persecuzioni a cui è sottoposto il giovane nuotatore? Chiuso nel bagno di casa il dialogo con se stesso è traferito nell’interlocuzione con l’anatroccolo che sogna di essere cigno nella grande piscina comunale sul fondo della scena. La scrittura di Lopardo è incisiva e poetica, capace di mescolare l’ilarità di molti momenti, con l’intensità drammaturgica del racconto, tenuto insieme con grande ritmo dal forte dialetto lucano, che ne aumenta l’autenticità e l’impatto emotivo.
AFFOGO: un grido contro l’odio

AFFOGO è un grido doloroso contro la violenza che esplora temi di attualità e rilevanza personale, seconda tappa di una “Trilogia dell’odio” fatta di storie che intrecciano infanzia infelice, aggressività, bullismo, sogni infranti. La trama si snoda attorno a situazioni di crisi e conflitto: prima le vessazioni rabbiose della famiglia (una coppia di zii anaffettivi e violenti), poi le umiliazioni persecutorie di Pino il bagnino, per coprire i propri insuccessi. Tutti i falliti finiscono ad insegnare. Mario Russo offre una bella prova d’attore, dando vita a un personaggio complesso e sfaccettato, il cui dolore diventa sfida, la cui umiliazione si trasforma in violenza, nell’imitazione dell’unico modello relazionale conosciuto: la sopraffazione dell’altro. Nicholas con una dose di sferzante ironia, racconta al pubblico tutta la miseria umana in cui è immerso, prendendosi gioco dei suoi stessi tormentatori con risate di amaro cinismo, rivelando dettagli sempre più scabrosi e duri: la zia macellaia che fa a pezzi il pollo, l’allenatore che si apparta coi ragazzini, i compagni di piscina che bullizzano il fratello più piccolo e più lento. Non c’è scampo in questa ferocia sociale, rappresentata dal luccichio della piscina sul fondo; bisogna andare oltre il sarcasmo per vedere il buio nel quale appare Alfredo Tortorelli come un angelo caduto, un fratello da salvare, da abbracciare sul bordo del baratro: “se dovessi rinascere io vorrei essere qualsiasi cosa tranne quello che sono”.
BIDIBIBODIBIBOO
Miglior nuovo testo italiano ai Premi Ubu 2024
regia e drammaturgia Francesco Alberici
con Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi
aiuto regia Ermelinda Nasuto
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri
tecnica Fabio Clemente, Eva Bruno
produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano con il sostegno di La Corte Ospitale
DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE
produzione Sotterraneo
dall’omonimo racconto di Raymond Carver
regia Claudio Cirri
con Maria Bacci Pasello, Luisa Bosi, Fabio Mascagni, Claudio Cirri
con il contributo di Fondazione CR Firenze
con il sostegno di Comune di Firenze, Regione Toscana, Mic
AFFOGO
Finalista In-Box
scritto e diretto da Dino Lopardo
con Mario Russo, Alfredo Tortorelli
aiuto regia Amelia di Corso
calligrafia Andrea Liserre
sostegno all’allestimento Collettivo Itaca
con il sostegno della residenza artistica Il filo immaginario
produzione Gommalacca Teatro


