IL DIO DELL’ACQUA @ Teatro Goldoni: naufragio poetico al Teatro delle Donne

Apre il 2026 del Teatro Goldoni di Firenze, IL DIO DELL’ACQUA, produzione del Gruppo della Creta, il collettivo romano guidato da Alessandro Di Murro che firma la regia e Daniela Giovanetti, in scena con Amedeo Monda alle musiche dal vivo. Lo spettacolo, debuttato al Teatro Basilica, si colloca in una dimensione dichiaratamente anti-narrativa: non un racconto, ma un’esperienza sensoriale e simbolica, che chiede allo spettatore di abbandonare la logica per affidarsi al flusso. Lo storico Teatro delle Donne al Goldoni conferma la sua vocazione per il teatro contemporaneo, coniugando ricerca poetica, visione scenica e impegno civile (leggi su Gufetto l’ultima recensione).

IL DIO DELL’ACQUA: scena di luce e mare

La scena de IL DIO DELL’ACQUA è scarna, buia, immersa in una suggestione marina che la avvolge fin dall’inizio. Daniela Giovanetti, seduta in cima a un alto sgabello, appare come una Winnie acquatica di Giorni felici di Beckett: non sepolta dalla terra, ma inghiottita dal mare. Il costume-palazzo firmato da Giulia Barcaroli diventa esso stesso scenografia: un mare di pieghe morbide che si estende dalla sommità della seduta fino all’estremità opposta del palco, dove Amedeo Monda, seduto a terra, presidia la scena con la sua console. Il disegno luminoso di Matteo Ziglio è determinante: illumina con precisione la recitazione e costruisce, attraverso il colore, un paesaggio emotivo mutevole. La luce trasforma la stoffa in acqua, profondità, abisso. Dentro questo dispositivo visivo rigoroso, la recitazione di Daniela Giovanetti, inchiodata a una postura obbligata, regge il monologo mantenendo una tensione costante e attraversando con naturalezza registri emotivi e recitativi diversi: poesia, comicità, dramma.

Il testo poetico: sei movimenti alla deriva

Daniela Giovanetti in IL DIO DELL'ACQUA
Daniela Giovanetti in IL DIO DELL’ACQUA

Il testo poetico di Gianni Guardigli si articola in sei movimenti, come una partitura più che una narrazione: una zattera alla deriva sull’orizzonte di acqua e cielo, alla ricerca di un trascendente che forse coincide con il ciclo stesso della vita e della morte. Si attraversano così La Tempesta di memoria shakespeariana, che irrompe con tuoni e flash luminosi. Nel mare in cui ci immerge la drammaturgia teatrale, incontriamo Polifemo, il gigante contro cui si scaglia la violenza di Ulisse, figura del mito in fuga dalla guerra e in lotta per la sua libertà e quella dei compagni. Il viaggio del naufrago continua per approdare alla Regina Didone e il racconto dell’amore e dell’abbandono di Enea, destinato a spegnersi nel dolore. Seguono i movimenti intitolati a Fellini, coi fuochi d’artificio de la voce della luna, che illumina calda il volto di Daniela Giovanetti; e a Magritte, con le nuvole che popolano il cielo dei morti, dove il naufrago tornato bambino incontra la madre in uno struggente abbraccio. L’uso intermittente del dialetto romagnolo, lingua d’origine dell’attrice, introduce improvvise aperture di umanità e prossimità con il pubblico: passaggi che sfiorano il comico, che spezzano la rarefazione poetica e ricordano come, nella vita, il sublime e il quotidiano convivano senza gerarchie, lirici e bassi nello stesso respiro.

Trasformazione e morte: IL DIO DELL’ACQUA

La scena finale di IL DIO DELL'ACQUA
La scena finale di IL DIO DELL’ACQUA

L’ultimo movimento dà il titolo allo spettacolo. Il Dio dell’acqua è la trasformazione finale: la vita che si dissolve nella morte per tornare, forse, in un ciclo continuo. La scena di grande potenza estetica, vede il fumo invadere progressivamente il palco tingendosi del colore della notte, un indaco profondo e avvolgente: Daniela Giovanetti scompare lentamente dentro il proprio vestito come se fosse acqua, dissolvendosi nel mare che l’ha generata e inghiottita. «Non siamo niente e non abbiamo bisogno di niente»: le parole del testo risuonano come una dichiarazione esistenziale, come un’affermazione di spoliazione radicale: rinuncia all’illusione del controllo, accettazione della propria finitezza, ma anche gesto di libertà, in cui l’essere umano, privato di tutto, può finalmente coincidere con sé stesso. IL DIO DELL’ACQUA parla della condizione umana – e molto poco divina – una riflessione estrema di un naufrago della vita. Il finale evoca in modo implicito e non didascalico le tragedie del Mediterraneo, i migranti inghiottiti dall’acqua, come le ultime stragi che non fanno più neanche notizia.

La musica dal vivo: il mare come suono e corpo

La musica dal vivo di Amedeo Monda, al basso elettrico a cinque corde, con effetti e loop, è protagonista quanto la parola. La musica è materia scenica, corpo sonoro che dialoga con la voce poetica dell’attrice. Il suono inonda lo spettatore, accompagnando la recitazione che talvolta finisce per sovrastare, come il mare che può accarezzare o travolgere. In questo dialogo, la voce di Daniela Giovanetti non cerca di imporsi sul suono, ma vi si lascia attraversare: una recitazione porosa, che accetta di essere sommersa e riemergere, come il naufrago che incarna. I suoni sincopati, i pizzicati sulle corde, restituiscono la mutevolezza dell’acqua: dalla tempesta alla calma piatta, dalla brezza impercettibile al tuono prorompente che scuote la sala.

IL DIO DELL’ACQUA: un viaggio nell’affogare della vita

Per entrare ne IL DIO DELL’ACQUA è necessario rinunciare alla razionalità del racconto. Non sappiamo mai davvero dove siamo: nel mare, nell’inconscio che il mare rappresenta, nell’Odissea, in un film di Fellini o in un quadro di Magritte? Vaghiamo come una scialuppa di salvataggio sul pelo dell’acqua, che nell’immensità ha perso i punti di riferimento. “E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Non sappiamo quando, né come. Così possiamo solo affidarci al mistero e accettare la deriva.

IL DIO DELL’ACQUA

di Gianni Guardigli
con Daniela Giovanetti e Amedeo Monda
regia di Alessandro Di Murro
direzione musicale Enea Chisci
musiche di Amedeo Monda
costumi Giulia Barcaroli
disegno luci Matteo Ziglio
prodotto dal Gruppo della Creta e dal Teatro Basilica

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Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017