ELENA @ Teatro Greco Siracusa: di acqua, di specchi, di nuvole

È stato trasmesso su RAI 5 sabato 24 agosto, e ora è disponibile su RaiPlay, ELENA di Euripide, registrato al Teatro Greco di Siracusa per la regia di Davide Livermore, uno spettacolo glorioso che ha conosciuto successo assoluto nella stagione INDA di quest’anno e poi al Teatro Romano di Verona. Un testo poco rappresentato in Italia, valorizzato da una complessa e luminosa regia. Su Gufetto anche la recensione di MEDEA della scorsa stagione del Teatro Greco di Siracusa.

ELENA o la leggerezza del tragico

Si è discusso, inutilmente ma a lungo, su quanto questa ELENA di Euripide potesse essere considerata una tragedia, e non piuttosto una tragicommedia, o addirittura un dramma a intreccio, in cui l’azione del caso, del destino, il gioco dei rapporti complessi, l’agnizione, talvolta l’inserirsi della comicità, come ad esempio nel dialogo tra Menelao e la schiava,  prevalgono sulla tradizionale ‘intonazione’ del dramma greco. Ma la struttura è squisitamente tragica (prologo, parodos, tre episodi narrativi, stasimi) e, come scrive Walter Lapini,  il geniale traduttore, “l’ingranaggio teatrale è perfetto nei suoi incastri e giunture: scorrevole, brillante, movimentato: poco tragico si direbbe data la nostra abitudine ad associare il tragico con l’idea di cupezza” (Lapini 2019) . In realtà, “ci vuole una grande leggerezza per vivere il tragico”, dichiara Laura Marinoni, carismatica Elena nello spettacolo: e non è detto che il male, il montaliano “male di vivere”, si manifesti solo e soltanto negli schizzi di sangue e nelle viscere esibite in scena. Esiste un senso tragico del vivere che si esplica nell’oscillazione, nel senso dell’inutilità e del naufragio, nella invincibile debolezza, nella tentazione inutile e terribile alla violenza. Questa, sottile e micidiale, tragicità, permea il dramma euripideo: e non è meno velenosa né pericolosa di esiti più fisici e più immediati. Il “Goldoni nero” di Ronconi ne sia la prova: anche lì si discute se sia commedia un teatro incredibilmente potente e abitato da pericolo e dolore come da sorrisi e da brillanti momenti indimenticabili. “Neri vapori”, chiamava Goldoni i suoi periodi depressivi: e di neri e scintillanti vapori si popola qui la scena.

ELENA, la “bambola di cielo”

La radice drammaturgica è già terribile: non è Elena ad aver raggiunto davvero la città di Troia, sedotta o forzata da Paride, ma un eidolon, un’immagine, una “bambola fatta di cielo” che ha determinato la guerra sanguinosa, i mucchi di morti, il difficile nostos degli eroi. L’ipotesi era già stata sostenuta da Stesicoro (che, si dice, Elena aveva acciecato quando non aveva nominato questa vicenda, e poi guarito quando si era corretto) e Gorgia, col suo Encomio di Elena. Mentre la guerra sanguinosa spazza il mondo e “Ares cambiavalute disonesto restituisce vasi pieni di cenere e si prende la vita degli eroi” (scrive Eschilo nell’Orestea) la vera Elena se ne sta casta in Egitto, con il suo happy end già profetizzato da Hermes, in attesa che Menelao venga a prelevarla e la riconduca a casa e alla pace. Né regina maga, come in Omero, né “cagna” micidiale, questa Elena è un’innamorata nostalgica, che non appena avrà consumato il riconoscimento con Menelao non avrà nessuna esitazione a gettarglisi tra le braccia, felice di ritrovarlo.

ELENA, acqua e specchi

Scena di ELENA (foto dal sito della Fondazione INDA)

Intanto, e contemporaneamente, la regia di Davide Livermore insinua, insiste, sottolinea che è impossibile che Elena (“Elena che elimina”, spiega una pseudoetimologia famosa del suo nome) non senta il peso di ciò che per lei, comunque, è avvenuto, del carico di sangue e rovina che il mondo ha subito, delle lacrimae rerum che dipendono da lei. Tutta la tragedia viene recitata nell’orchestra invasa dall’acqua, contenitore efficace di portati simbolici. L’acqua è “lo spazio liquido dei frammenti di memoria di Elena” (Sissa, 2019), è il senso friabile del nostro esistere senza stabilità, è il vettore dei nostri ripetuti naufragi, l’oscillare, lo scorrere. L’acqua è specchio, naturalmente, e il recitare in acqua non è un colpo di originalità (basta ricordare il Coro delle Oceanine nel Prometeo Incatenato con regia di Luca Ronconi a Siracusa nel 2002, o anche, in situazione uguale e opposta, le vasche di acqua in cui recitavano gli attori di Armando Punzo in uno dei suoi capolavori, Hybris, per finire con le vasche dell’ Amleto di Antonio Latella), ma acquista senso in questo caso, perché nell’acqua si muovono i nostri riflessi, quei ‘doppi’ di cui Elena è l’esempio mirabile, ma che invadono tutta la tragedia.

L’epidemia del doppio

Laura Marinoni in ELENA (foto dal sito della Fondazione INDA)

Anche di Menelao, che arriva trascinando la sua nave distrutta, esiste un doppio, perché il re è presente e vivo, ma lui e Elena architettano un rito funebre che permetta loro la fuga dall’Egitto, e dalle sgradite avances del re Teoclimeno. Molteplici sono i doppi di Elena, molte attrici che ricoprono ruoli maschili, sostenendo specchi simbolici, vestite dello splendido abito della protagonista e capaci di creare un vortice di identità che non viene mai meno. Così il coro, che entra in scena coperto di veli neri, e poi si svela, mostrando che è costituito da coreuti uomini che indossano però ampie gonne nere (questo un tratto molto Emma Dante, specie nel momento delle coppe di champagne in cui il gruppo prima rituale e ieratico imposta un frivolo, impeccabile ballo di corte).  Il vertice del tema del doppio avviene comunque con l’arrivo dei Dioscuri, Castore e Polluce, gemelli in abiti scintillanti con spalla nuda molto simili alle soluzioni formali di David La Chapelle, anche se il movimento della nave che viene fatta virare per esibirli agli spettatori è invece un perfetto rimando all’ekkyklema, la macchina che ruotava in scena nel dramma greco: tanto per dimostrare che questa Elena di Livermore è  veramente un prodotto multistrato.

La musica dell’acqua

Acqua, riflessi, doppio – e nuvole. Lo schermo sfondo chiama in causa anche i fenomeni naturali – distese di acqua, nembi, cielo – in un luogo teatrale che deve comunque far sempre i conti con nuvole e cielo – e inserisce un altro piano temporale, il viso invecchiato di Elena stessa che commenta con suoni rapidi ciò che avviene in scena, con una distorsione che risale sicuramente agli “schermi finestra” di Anagoor, ma che comunque rimane efficace e suggestiva. E cielo e nuvole e acqua si incarnano nella musica: Andrea Chenna che se ne è occupato dichiara che aveva deciso di usare l’acqua come uno strumento musicale: “ho progettato dapprima un sistema per raccogliere il suono in ogni parte della vasca diventata palcoscenico, e attraverso una serie di filtri abbiamo ottenuto le note che servivano per creare l’armonia con cui le attrici accompagnano l’arpa”, che troneggia maestosa nella scena d’acqua. La musica è un altro attore, muta e riutilizza brani celeberrimi, addirittura La Valse di Ravel, che regala un attimo di flamenco ai coreuti, austeri e sensuali,  bravissimi.

ELENA e il senso di una fine

Attori tutti in stato di grazia, dalla Elena di Laura Marinoni, vibratile e carismatica, a Sax Nicosia, Menelao atletico, contemporaneo e malinconico, al Teoclimeno dandy oscarwildiano di Giancarlo Judica Cordiglia, ai coreuti mutevoli e autorevoli sempre. Regia composita e colta, che conosce un finale estremamente suggestivo. Nell’ultima parte del dramma, tutti i personaggi cadono morti intorno alla protagonista, nella sua veste anziana, con lunghi capelli bianchi da strega. Forse si muore per ricominciare, nell’acqua portatrice di vita, chissà. Del resto Elena è da sempre una figura legata all’orfismo e al dionisismo, e la storia qui è squisitamente orfica, di occultamento e di rinascita, di morte e di resurrezione. La tradizione della bellezza rovinosa lascia il posto qui al racconto della bellezza sottratta, calunniata e riscoperta innocente, e fragile e letale comunque: Elena che elimina, anche se stessa, anche la sua bellezza, il suo tempo, il suo stesso incantevole viso. “È questo il viso per cui mille navi sono partite?” scriveva secoli dopo Christopher Marlowe. Sì, se l’ultima sequenza del dramma è, come sembra, un cortocircuito del mistero, costruito da un regista ispirato, riconoscibile solo a pochi.         

ELENA

di Euripide
traduzione Walter Lapini
regia Davide Livermore
costumi Gianluca Falaschi
musiche Andrea Chenna
In scena Laura Marinoni (Elena), Viola Marietti (Teucro), Sax Nicosia (Menelao), una vecchia (Mariagrazia Solano), Primo Messaggero (Maria Chiara Centorami), Teonoe (Simonetta Cartia), Teoclimeno (Giancarlo Judia Cordiglia), Messaggero di Teoclimeno (Linda Gennari), Corifea (Federica Quartana), Coro e Dioscuri (Bruno di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Vladimir Randazzo, Marouane Zotti)

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