VORREI UNA VOCE @Corte delle Sculture: le emozioni oltre le sbarre

Nell’ambito del variegato e ampio programma della rassegna PratoEstate, è tornato a Prato nello spazio post-moderno della Corte delle Sculture l’attore e regista Tindaro Granata con VORREI UNA VOCE, sua ultima fatica drammaturgica frutto del progetto Il Teatro per Sognare presso la Casa Circondariale femminile di Messina. Dopo una lunga e profonda fase di ascolto e di condivisione, Granata ha condotto le detenute lungo un percorso di recupero dei loro sogni attraverso le parole e le emozioni che ancora oggi suscitano i capolavori di Mina, sua grande passione. Completato con l’interpretazione dell’ultimo concerto della Tigre di Cremona alla Bussola di Viareggio presso il teatro Piccolo Shakespeare all’interno del carcere, il progetto ha proseguito il suo cammino oltre quelle mura con questa pièce in cui l’attore, da solo sul palco, condivide storie e suggestioni lasciando ai playback di Mina il potere di lasciar evadere le emozioni. Il risultato è uno spettacolo di liberazione e di consapevolezza che scava dentro e rende l’emotività incontrollabile fino alla commozione. 

VORREI UNA VOCE: un abbraccio di detenzioni diverse

VORREI UNA VOCE – Tindaro Granata in scena (foto dal profilo Facebook dell’artista)

Nell’indimenticabile “Io vivrò senza te” Mina, interprete qui di un brano di Lucio Battisti, ripete insistentemente il celebre verso “qualche cosa farò”, privata dell’amore e della presenza di lui. Una simile sensazione di smarrimento ha colpito Tindaro Granata, secondo quanto da lui dichiarato in apertura di spettacolo, ad un certo punto del suo percorso di vita. Gli amori, le amicizie, le soddisfazioni professionali avevano smesso di alimentare il suo sogno, imprigionandolo in una trappola che gli impediva di guardare oltre l’immantinente. È stato pertanto un incontro di detenzioni diverse quello che presto si è rivelato un abbraccio con le donne ospitate presso la Casa Circondariale di Messina, là dove il sogno è stato oramai ucciso per molte di loro insieme alla loro femminilità ed alla loro emotività. Se la permanenza in questo luogo è già di per sé la pena per un giudizio già ricevuto, non deve esserci velleità di punizione nella disumanizzazione di donne che sono ben consapevoli delle loro responsabilità. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, citazione costituzionale che campeggia sul muro di cinta della Colonia Penale Agricola di Gorgona (dove abbiamo recensito la Trilogia del Mare a cura di Teatro Popolare d’Arte), ci ricorda che non solo lo spirito di solidale fratellanza ma anche lo stato di diritto onora il lavoro di Tindaro Granata.

VORREI UNA VOCE: Mina e Tindaro restituiscono voce all’umanità

Tindaro Granata in VORREI UNA VOCE (foto dal profilo Facebook dell’artista)

Ad implorare VORREI UNA VOCE è l’umanità delle donne alla quale mancano le parole per creare delle relazioni che vadano oltre la mera interazione fisica, spesso peraltro negata in uno spazio detentivo dove lo sguardo incontra solamente sbarre e il mondo diventa una sequenza di fotogrammi privi di continuità stereoscopica. Nella drammaturgia di Tindaro i testi autorali che nella voce di Mina hanno trovato l’eternità sono capaci di riempire gli spazi tra i fotogrammi raggirando l’ostacolo che le sbarre rappresentano per restituire alle donne la loro capacità di sognare, di immaginare ed immaginarsi in un altrove spaziale ed emotivo. Storie, debolezze, affetti, paure, ambizioni, con la sapiente guida del drammaturgo, in perenne ascolto, si sono perfettamente accomodate negli spazi tra i versi di quei testi restituendo infine quelle parole che finora mancavano. Come in un caleidoscopico gioco di anagrammi, lo spettacolo ha restituito i ritratti di 5 donne regalandoci la possibilità di creare il nostro proprio ritratto emotivo. E trovarcelo davanti allo spegnimento delle luci ci ha sconvolto, commosso, emozionato rendendo l’applauso non solo un meritato omaggio al lavoro ma una valvola di sfogo liberatoria e financo salvifica.  

Il progetto di luci e costumi per la narrazione di VORREI UNA VOCE

Su un palco scuro colorato solamente dalle luci sullo sfondo, fari circolari che ci guardano sapientemente modulati secondo il mirabile progetto di Luigi Biondi ispirato a quella storica ultima apparizione della cantante nel 1978, sono distribuite su due piani con una precisa geometria 5 aste da microfono illuminate alla base da grovigli di piccole luci, altrettanto pronte a dialogare con lo spazio e con il pubblico, ed accompagnate da giacche e camicie di paillettes come voluto da Aurora Diamanti. Ogni elemento che appare inanimato all’inizio, mentre l’attore si fa narratore seduto sul cubo centrale in primo piano, è pronto a vestire letteralmente la vita di una delle protagoniste cui Tindaro dà voce attraverso il racconto, la dialettica, il travestimento e i playback che si intervallano con discrezione ma con una potente capacità di squarciare quel velo che ancora trattiene le emozioni. Le luci ai piedi delle donne restano perennemente accese, presenze dimesse ma capaci di penetrarci grazie all’artista che sul palco si prende la responsabilità di far evadere i loro sogni dopo averli liberati attraverso il potere della musica. 

VORREI UNA VOCE: ciò che resta è una meravigliosa vulnerabilità

VORREI UNA VOCE – Tindaro Granata in scena (foto dal profilo Facebook dell’artista)

Seguendo la tradizione del cunto siciliano che aveva già ispirato il suo primo e pluripremiato lavoro Antropolaroid – recensito qui al Magnolfi di Prato – Granata è tornato a farsi portavoce di storie capaci di entrare in una tradizione che fonda le radici all’alba della storia. Se la sua conterranea Emma Dante, straordinaria regista e drammaturga, è riuscita ad unire potenza emotiva, poesia del corpo e delle parole e ricerca archetipica, Tindaro in VORREI UNA VOCE è stato capace di portare quella ricerca in un paradossale en plein air, pescando in una realtà in evidente contrasto ma in grado di conferire un innegabile realismo. Merito del drammaturgo è stato quello di dare forma ad una mole di storie così ingombranti nel rispetto della testimonianza e di un progetto che è e resta solo loro: suo e di quelle cinque donne che a tratti diventano esse stesse spettatrici mentre, spalle al pubblico, l’artista ci trasforma da pubblico antistante a coro scenografico sul palco. Del resto ognuno di noi è chiamato in causa in questo lavoro, desideroso di unirsi a quelle note che possono aiutarci a trovare le parole per la nostra storia e quindi a liberarci, come le protagoniste, dalle nostre sbarre. L’effetto dell’evasione finale è spiazzante e ci lascia meravigliosamente inermi, indifesi, vulnerabili. Grazie!

Visto il 18 giugno 2024 presso la Corte delle Sculture per Prato Estate 2024

VORREI UNA VOCE

di e con Tindaro Granata
con le canzoni di Mina
ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino
disegno luci Luigi Biondi
costumi Aurora Damanti
regista assistente Alessandro Bandini 
amministratrice di compagnia e distribuzione  Paola Binetti 
tecnica di compagnia Roberta Faiolo
sarta Elisa Ortelli 
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in collaborazione con Proxima Res

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