FEDRA @ Teatro Era: dell’amore, dell’incesto e di altri mostri

Proseguendo la sua lunga tournèe, la FEDRA di Racine, con la raffinata e complicata regia di Federico Tiezzi, arriva a Pontedera al Teatro Era, ingaggiando il pubblico nella visione di un lavoro altamente intellettuale eppure vivo di fermenti perturbanti e capace di far nascere emozioni ed interrogativi impellenti, uno fra tutti: “la verità (se esiste, se è dicibile), vi prego, sull’amore.”

FEDRA: il mito secondo Freud

Una scena di FEDRA, regia di Federico Tiezzi, foto di Luca Manfrini
Una scena di FEDRA, regia di Federico Tiezzi, foto di Luca Manfrini

Un sipario d’oro, che molte volte verrà tirato e di nuovo disteso nel corso dello spettacolo – le pieghe raccolgono la luce, e simboleggiano già, segretamente, il correlativo oggettivo della protagonista – Fedra, la luminosa. La luce gioca una grande parte nell’accurata messa in scena di Tiezzi del dramma di Racine. Lo spazio completamente buio della scena, un rettangolo oscuro, parla della nostra tache noire, la macchia nera dell’inconscio; la luce fredda lo taglia solo parzialmente, mette in risalto i busti marmorei che aggiungono classicità all’ambiente, invece, nobiliare della reggia; diventa rossa, ad un certo punto, quando l’esito luttuoso è imminente.

Atalanta e Ippomene, Guido Reni, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
Atalanta e Ippomene, Guido Reni, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

La scena oscura vede, ad un certo punto, la riproduzione  di “Atalanta e Ippomene”, capolavoro di Guido Reni, troneggiare al centro, proprio sopra il divanetto su cui avrà luogo la confessione dolorosa della regina del suo amore terribile per il figliastro, Ippolito. La scelta del quadro dimostra in tutto e per tutto l’attenzione capillare di Federico Tiezzi ad ogni particolare della regia. Atalanta, nel mito, sfida i suoi pretendenti a correre veloci: se arriveranno al traguardo senza che lei li afferri, saranno salvi e potranno averla in sposa. Tutti perdono la sfida, eccetto appunto Ippomene, che distrae la sua inseguitrice lanciando mele d’oro per raccogliere le quali Atalanta concederà una pausa alla corsa, e a lui la salvezza. Un mito di amore difficile, un mito di amore e di morte, identico a quanto avrà luogo sulla scena. Un’immagine iconica, che col suo simbolismo freudiano svela una delle chiavi interpretative del lavoro: l’inconscio. Nell’intervista rilasciata ad Angela Consagra, Federico Tiezzi ha dichiarato che la versione raciniana del mito ha proprio questo valore aggiunto, che lui ha cercato di rendere evidente: è come, sostiene, se Fedra fosse sul lettino dello psicanalista, a dipanare il garbuglio stretto del suo complicato desiderio.

FEDRA: desiderio e incesto

FEDRA, regia di Federico Tiezzi, foto di Luca Manfrini
FEDRA, regia di Federico Tiezzi, foto di Luca Manfrini

FEDRA, tutti lo sanno, è innamorata di Ippolito: lo era nel dramma di Euripide, schema sotterraneo di questa tragedia di Racine, nella versione di Seneca (recensita al Teatro della Pergola), e lo è qui: il suo amore è desiderio doloroso, che si traduce in un fisico disturbo, in languore, in insofferenza (l’amore malattia). Venere completamente attaccata alla sua preda si traduce in consapevolezza dell’errore, in consapevolezza del sapore incestuoso della sua passione. Non a caso, con una ripresa del noto gesto di Clitemnestra nelle Eumenidi, quando, davanti alla minaccia mortifera del figlio Oreste vendicatore del padre, si snuda il seno per ricordargli di averlo allattato, qui Fedra esibisce il seno nudo a Ippolito, con un’immagine potente in cui si incrociano i fasci di luce  e di oscurità della provocazione sensuale e dell’incesto. Consapevole dell’attentato all’ordine che il suo amore scandaloso compie, Fedra tuttavia non recede, volendo terribilmente distruggere proprio l’ordine costituito, la trappola della sua origine – figlia di Pasifae incestuosa col toro, nipote del Sole, parente di donne fatali come Arianna, come Medea – il suo essere ‘mostro’.

La lingua altra della poesia in FEDRA

Lessicalmente la parola ritma tutto il testo: Teseo uccisore di mostri, Ippolito che si lamenta di non averne ancora eguagliato le gesta, un amore monstrum, impensabile, inaudito. Ogni amore è mostruoso in questo testo crudele: i tradimenti molteplici di Teseo, l’infedele per antonomasia, la folie furieuse della regina, la rinuncia alla castità e alla purezza nel seguace di Artemide, Ippolito il cacciatore, che si lascia lambire dalla passione per Aricia, l’ultima erede di una stirpe nemica e la sola che abbia acceso in lui la scintilla del desiderio. Tutti sono innamorati in questo dramma, e di amori scaleni, irregolari, improbabili, terribili – storti come le sedie oblique su cui seggono, oscuri come lo sfondo nero su cui si muovono.

Elena Ghiaurov in FEDRA di Jean Racine, regia di Federico Tiezzi, foto di Luca Manfrini
Elena Ghiaurov in FEDRA di Jean Racine, regia di Federico Tiezzi, foto di Luca Manfrini

I personaggi si incontrano nel rettangolo oscuro della scena e si confrontano in un testo difficile, raro, scomodo, magnifico. Giovanni Raboni  ha tradotto l’alessandrino raciniano in una struttura di cristallo, insieme fluida e antirealistica, una raffinata gabbia di suono che gli attori dominano con alto stile. Risultano ineccepibili e chiaramente comprensibili, ma agli antipodi dalla quotidianità, dal realismo: vivono in un altro spazio, diverso dal reale e solo capace di comunicare con un dire quasi la stessa cosa: e nel quasi c’è uno strato di simbolismo, di assoluta eleganza, di collegamento a un altrove, che rende la tragedia in scena una lingua a sé. Il lavoro del regista di nuovo risalta forte, la mano che con coerenza ha gestito lo stile e gli aspetti della parola in scena ha un’evidenza quasi ronconiana: è chiaro che si è scelto un ragionamento autoriale, a cui gli interpreti – con perizia, con sacrificio, con competenza – si sono conformati.

FEDRA: quando il simbolo è lacerante  

Nel tessuto coeso della messa in scena, ogni tanto, volutamente, qualcosa diventa lacerante. Può essere un oggetto particolare che insiste su un simbolo, come la benda sull’occhio di Enone o le lenti da insetto sulla testa di Teseo: parlano del vedere o non vedere, della distorsione, della semi/totale cecità. Ma talvolta anche inconsciamente il mito balza forte, come nella gestualità di Fedra delirante, il movimento ritmico delle dita, delle mani – richiama le foglie di mirto che la Fedra del mito lacera con lo spillone, trasferendo nel gesto insieme il presagio del tormento e il desiderio lacerante. In rivoli sottili, e in scarti di consapevolezza, la colata lavica di quella forza arriva fino a noi – in sala o nella reggia di Trezene o in tutti e due i luoghi, contemporaneamente.

Teaser FEDRA di Jean Racine, regia di Federico Tiezzi

Visto il 5 Aprile al Teatro Era, Pontedera

FEDRA

Di Jean Racine
Traduzione Giovanni Raboni
Con: Catherine Bertoni de Laet, Martino d’Amico, Valentina Elia, Elena Ghiaurov, Riccardo Livermore, Bruna Rossi, Massimo Verdastro
Regia: Federico Tiezzi
Costumi: Giovanna Buzzi
Produzione: Emilia Romagna Teatro ERT, Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale, Compagnia Lombardi-Tiezzi 

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