WONDER WOMAN @ Teatro di Rifredi: il grido di Latella per la verità

Sul finale di stagione del Teatro di Rifredi – Teatro della Toscana squarcia la platea il grido di accusa di WONDER WOMAN, l’ultima regia di Antonio Latella (già nel cartellone del Teatro della Pergola con La Locandiera e l’anno scorso con il poderoso Chi ha paura di Virginia Woolf): un assordante urlo di denuncia, un manifesto contro il patriarcato, che chiude a Firenze la sua lunga tournée, iniziata al Teatro TPE di Torino nel gennaio 2024. Latella con Federico Bellini ha così riproposto in Italia un lavoro scritto per il pubblico tedesco del Staatstheater Brandenburg del 2021, per indagare il tema della verità e della sua manipolazione.

WONDER WOMAN: un coro di donne contro la violenza

WONDER WOMAN foto di scena di Andrea Macchia
WONDER WOMAN foto di scena di Andrea Macchia

La voce polifonica di WONDER WOMAN prende vita grazie ai corpi delle quattro attrici, di assoluto talento, Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti: scandiscono all’unisono l’orrore e l’indignazione, gettano dal proscenio di un desolato palco spoglio, il proprio odio e dolore in faccia al pubblico, lo guardano negli occhi a luci accese in sala. La presenza è testimonianza che si fa lotta, manifesta con le parole d’ordine di un grido, stride davanti ai nostri occhi aperti, costretti a guardare, inchiodati. Restiamo così, immobili senza respiro, col vuoto nello stomaco per il pugno violento di WONDER WOMAN, che Federico Bellini e Antonio Latella scrivono a partire da un orrendo fatto di cronaca: la violenza di gruppo ai danni di una giovane peruviana ad Ancona nel 2015 e la indicibile sentenza che ne seguì, di assoluzione per gli imputati che hanno stuprato Nina (la chiamano così le attrici, come la fragile protagonista del Gabbiano di Čechov) perché ritenuta “troppo mascolina”, troppo poco attraente per subire una violenza. Schierate in piedi con lo sguardo fisso sul pubblico le quattro donne, vestite di nero con ai piedi le iconiche scarpe rosse, simbolo contro la violenza di genere, scandiscono come proiettili le parole testuali della sentenza del 2017 pronunciate dalla corte d’appello del tribunale di Pesaro, paradossalmente composta da quattro giudici donne, fornendo una ricostruzione dei fatti ai danni della vittima, la scaltra peruviana – così la definiscono nell’atto giudiziario, il Vikingo – così era registrata sui cellulari degli aggressori.

I gironi infernali di WONDER WOMAN

WONDER WOMAN foto di scena di Andrea Macchia
WONDER WOMAN foto di Andrea Macchia

L’atto di accusa moltiplicato per quattro in nome della verità, è un flusso senza pause rabbioso, doloroso, una ferita che sanguina, un racconto senza fronzoli, senza censure, che trasforma la giovane in una nuova eroina di resilienza e coraggio: WONDER WOMAN, icona femminista intersezionale, personificazione di forza e autosufficienza, emblema di pacifismo e rispetto contro l’aggressività maschile con la sua arma più simbolica: il lazo della verità. Non solo un accessorio, ma lo strumento per disarmare la violenza e l’inganno, con cui costringere i nemici ad affrontare la realtà. L’eroina americana nata dalla penna dello psicologo William Marston, inventore della macchina della verità, si incarna nel coro delle quattro donne, la cui potenza interpretativa ci costringe a guardare il prodotto di una società patriarcale che aggredisce, droga, stordisce, stupra, picchia, nega, assolve, tace, mente, distorce, giustifica e infine dimentica. Nel lungo monologo scendiamo nei gironi infernali di Nina, le attrici li enumerano uno ad uno come il battere inarrestabile di un tamburo. La sera dello stupro, la violenza, il branco, la confusione. La difficile decisione della denuncia e l’assurdo kafkiano interrogatorio a cui è sottoposta, non creduta, non ascoltata, accusata nello stillicidio delle infamanti domande. L’ospedale, gli esami, il corpo invaso, strappato, ricucito, il sangue, la sofferenza. L’assordante blablabla delle dicerie e dei media pronti a schierarsi, a condannare senza appello la vittima. Nella vergogna, nel dolore, nella solitudine.

WONDER WOMAN: una danza tribale delle Amazzoni

WONDER WOMAN, foto di scena di Andrea Macchia
WONDER WOMAN, foto di scena di Andrea Macchia

Le attrici diventano tutte un’unica donna in lotta: Nina, Vichingo, Diana, dea della caccia, Wonder Woman, ma anche gli stupratori, il branco, le giudici, la famiglia, i poliziotti, i giornali, le sentenze. Sono Erinni e Amazzoni pronte a tutto in nome della verità e della giustizia, un esercito divino, biblico – chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt5 27-32) – un coro di donne guerriere, ferite e indomite, figlie di Ares, il dio della guerra. Ed ecco che finalmente le parole tacciono e lasciano il posto ad una potente danza tribale: una vestizione mistica delle Amazzoni con le armature di fiori e collane colorate (ideate da Simona D’amico). Gettano via i tacchi rossi e ballano seguendo ciascuna la propria sequenza di movimenti simbolici, sui ritmi di Franco Visioli cadenzati dalle percussioni, dai suoni tecno che si insinuano pungenti e dai cori femminili che armonizzano e trasformano la rabbia in sorellanza. La attrici narrano adesso col movimento, la stessa storia di appropriazione e violazione del corpo delle donne, espropriate della soggettività, costrette ad identificarsi in una immagine descritta per loro da un linguaggio patriarcale, di cui è madre la cultura dello stupro e di cui è figlia la sentenza delle giudici che definiscono la vittima troppo brutta secondo un sistema binario omologato, che ha condizionato e condiziona il senso della verità. Non solo in questa storia.

WONDER WOMAN: siamo per sempre coinvolti

Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti sanno che le loro parole sparate come proiettili, sono accuse che partono da lontano, sono un fuoco che non è ancora spento, sono le streghe sul rogo, sono la luce puntata negli occhi della vittima trasformata in colpevole, dal processo di Artemisia Gentileschi contro il suo aguzzino violentatore Agostino Tassi nel 1611, passano per il Processo per stupro, documentario militante del 1979 con la coraggiosa arringa di Lagostena Bassi, attraversano il monologo d’accusa di Franca Rame e arrivano fino a Michela Murgia (Stai Zitta recensito su Gufetto). La Giuditta che decapita Oloferne è nel coraggio de La sorella di Gesù Cristo di Oscar de Summa, è nell’indomita volontà di resistere e di combattere di Witch is messo in scena al Teatro delle Donne di Firenze, è nel dolore e nel disgusto di La Merda con Silvia Gallerano. E allora gridano il proprio diritto di esistenza con gli slogan a gran voce delle manifestazioni del passato e di oggi, perché, purtroppo, di femminismo c’è bisogno come l’aria per le preoccupanti affermazioni prive di vergogna – di cui basta citare l’ultima di un ministro o di un giornalista: l’atto di accusa reiterato L’assassino sei tu, Lo stupratore sei tu. Tu. Noi.

WONDER WOMAN intervista alle attrici Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti

“Se domani sono io, mamma, se non torno domani, distruggi tutto. / Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima” (Cristina Torre Cáceres, poeta femminista peruviana)

WONDER WOMAN

di Antonio Latella, Federico Bellini
con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
costumi Simona D’amico
musiche e suono Franco Visioli
movimenti Francesco Manetti, Isacco Venturini
regia Antonio Latella
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con  stabilemobile

Visto il 17 maggio al Teatro di Rifredi, Firenze

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Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017