A venticinque anni dal primo allestimento di Barbara Nativi, torna al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino CRAVE di Sarah Kane, per l’edizione 2026 di Intercity Winter, regia e scene di Dimitri Milopulos, con Chiara Cappelli, Teresa Fallai, Gabriele Giaffreda, Vieri Raddi: uno spettacolo di schegge e riflessi, dove vita e morte si inseguono in un tempo sospeso come il cuore del testo. Su Gufetto anche l’apertura del festival con I Nuovi.
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CRAVE: ritorno a casa di Sarah Kane

Il riallestimento di CRAVE – BRAMA, nella traduzione storica di Barbara Nativi – a vent’anni dalla sua scomparsa – e con la regia di Dimitri Milopulos, riporta in scena un lavoro fondamentale del teatro contemporaneo, restituendone con rigore la complessità e l’intensità. È un ritorno simbolico nel luogo che dal 1996 custodisce in Italia la voce di Sarah Kane, scoperta e difesa dentro Intercity Festival, che da quarant’anni attraversa le drammaturgie straniere più radicali: qui Kane è di casa. Nativi firmò il primo allestimento nel 2001, con una disposizione frontale, che metteva al centro la partitura vocale. Oggi Milopulos – già scenografo di quella prima esperienza – traduce il testo in uno spazio fisico che è metafora visiva dell’universo kaneiano: un pavimento di specchi frantumati, schegge che riflettono e deformano. In fondo alla scena un grande pendolo resta sospeso in un eterno prima o in un eterno dopo: “c’è così poco tempo“.
CRAVE – BRAMA: poesia e lingua dell’implosione

Dopo lo scalpore di BLASTED – definito dalla critica inglese a disgusting feast of filth (un disgustoso banchetto di porcherie) – Kane aveva già dimostrato un coraggio feroce. Con CRAVE avviene però una svolta drammaturgica: la violenza non è più rappresentata, ma interiorizzata; il realismo implode in una lingua lirica e crudele insieme, attraversata dalla tragedia classica e da echi shakespeariani (come la citazione dell’Amleto: morire, dormire). È un testo aperto, privo di trama lineare, dove svanisce l’ambientazione e il tempo si sospende. CRAVE è un luogo mentale dove quattro voci – A, B, C, M – si alternano senza dialogare davvero. Le frasi si inseguono, si contraddicono e solo a volte si intrecciano. Il significato delle lettere resta aperto: C è child? M è mother? Sono frammenti di una stessa coscienza? Sono, forse, tutte Sarah Kane. CRAVE significa voglia, fame, brama. Ma bramosia di cosa? Di amore? Di annientamento? Di pace? “Cerco un tempo e un luogo che siano liberi”. È una supplica che attraversa tutto il testo, insieme alla pulsione autodistruttiva che troverà compimento in PSICOSI 4.48, il suo testamento, ormai un classico del teatro contemporaneo. Kane morirà a ventisette anni e nel 2002 riceverà postumo il Premio Ubu come migliore novità straniera: un riconoscimento a una voce che aveva già cambiato la drammaturgia. Il premio, ritirato da Nativi e Milopulos, è conservato nel foyer del Teatro della Limonaia.
La regia di Dimitri Milopulos: specchi, spazio e tempo

Milopulos costruisce un dispositivo scenico di forte impatto. Il pavimento, uno specchio infranto, riflette luci che incidono i volti come lame, le ombre diventano cicatrici. Il suono ricorrente di uno specchio che si rompe spezza il flusso verbale, con uno strappo, un trauma acustico che spacca il suolo e scuote gli attori in una tensione fisica immediata: ogni volta sembra che il pavimento possa cedere, aprirsi sull’abisso. “Puoi ucciderti solo se non sei ancora morto”. Lo spazio è attraversato da movimenti geometrici, traiettorie nette, astratte. Gli sguardi e i corpi si sfiorano ma non si incontrano mai, l’isolamento è la condizione primaria di un equilibrio già spezzato. Il pendolo, che a un certo punto si avvia in un ritmo ipnotico, scandisce il tempo come un cuore meccanico: “Io esisto solo in questo oscillare”. Le parole si dispongono nel battere e levare, come una partitura musicale. Questa scelta formale, coerente con la natura del testo, comporta però anche una fatica percettiva: la struttura non narrativa e la disarticolazione del discorso rendono l’ascolto esigente. La messa in scena, rigorosa e controllata, rischia a tratti una monotonia ritmica, priva di veri picchi emotivi.
Un cast coeso per CRAVE

L’apertura è affidata a un canto sulle note di Over my shoulder, lieve e potente, in una luce bassissima, quasi buio. Gabriele Giaffreda, Teresa Fallai (già in altre produzioni di Milopulos) e i più giovani Chiara Cappelli e Vieri Raddi compongono un ensemble coeso. Le loro voci si intrecciano con armonia, restituendo la natura corale del testo. Il grido muto finale, in schiera sul fondo del palco – eco del primo allestimento di Nativi – è un’immagine che resta impressa. “Non sento niente, niente. Non sento niente”. “Vattene, torna, resta”. L’unico momento pienamente disteso della recitazione arriva nel monologo sull’amore affidato a Gabriele Giaffreda (A). Qui il testo si fa sorprendentemente più lineare, quasi classico: un amore tenero, fatto di intimità infantile, “voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti”. È l’unico punto in cui Kane concede uno spazio coerente non sincopato. “E se arrivasse l’amore?” si chiede la giovane C. Ma è una speranza che il testo stesso tradisce, quando quell’amore si deforma in ossessione e vendetta. “Ti sei innamorato di una persona che non esiste. Una tragedia”. In questo scarto si avverte una nuova incrinatura: la possibilità di salvezza affiora, ma subito svanisce. Poi il buio. Silenzio. Morte.
CRAVE di Sarah Kane è ancora attuale?
La lingua di Sarah Kane è un ossimoro continuo: amore e odio, desiderio e rifiuto, infanzia e corruzione, madre e figlia, sogno e incubo. Ma la sua attualità non risiede soltanto nei temi: sta nella forma. CRAVE scardina la struttura dialogica tradizionale, priva di psicologie riconoscibili, senza coordinate spazio-temporali. Le quattro lettere – A, B, C, M – non sono personaggi ma funzioni della coscienza, impulsi, ferite linguistiche. In un presente dominato dalla frammentazione dell’identità e dalla sovraesposizione emotiva, questa scrittura appare sorprendentemente contemporanea: mette in scena un campo di forze (reso dai movimenti degli attori). Kane appartiene idealmente alla generazione dei nuovi arrabbiati, da John Osborne, ma ne radicalizza l’eredità. In CRAVE la rabbia non esplode: se nei primi testi di Kane la violenza aveva ancora una temperatura furiosa, qui si raffredda in una implosione, una stanchezza dell’anima, disperazione. Il conflitto è neuronale, affettivo, corporeo, senza nessuna parabola morale. “Solo un miracolo può salvarmi”. Ma il miracolo non arriva, perché la salvezza non è una possibilità: l’unica verità è l’esposizione della ferita.
CRAVE – BRAMA nella visione di Milopulos alla Limonaia ci costringe ad abitare l’inquietudine, a seguire il battito interno della parola, a sostare nel vuoto. Il dolore diventa materia scenica: le schegge di specchio riflettono e deformano, moltiplicano lo sguardo, cancellano ogni centro. La brama evocata dal titolo supera l’amore e l’autodistruzione: è tensione verso un senso che arretra mentre lo si insegue. In quell’istante sospeso, tra riflessi che si incrinano, resta intatta l’energia più radicale del testo: il desiderio irriducibile di vita intrecciato alla sua ombra di morte.
«Per me sei morta» CRAVE, Sarah Kane
CRAVE – BRAMA: credits
di Sarah Kane
traduzione Barbara Nativi
scene, costumi, luci e regia Dimitri Milopulos
con Chiara Cappelli, Teresa Fallai, Gabriele Giaffreda, Vieri Raddi
aiuto regia Marta Giusti
produzione Teatro della Limonaia ETS
Visto il 20 febbraio 2026 al Teatro della Limonaia, Sesto Fiorentino, Firenze


