L’EMPIREO THE WELKIN @ Teatro della Pergola: il giorno della Cometa

In scena al Teatro della Pergola L’EMPIREO, THE WELKIN, della drammaturga britannica Lucy Kirkwood, vincitrice nel 2014 del Laurence Olivier Award, massimo riconoscimento del teatro inglese. Il dramma, rappresentato per la prima volta nel 2020 al National Theatre di Londra, è ambientato nel 1759, anno del passaggio della cometa di Halley: una giuria di donne è chiamata a stabilire se una condannata a morte per omicidio sia effettivamente incinta come dichiara. Serena Sinigaglia dirige un cast straordinario che dá corpo a una storia potente, capace di leggere il passato in chiave contemporanea e di portare sul palco temi universali e archetipici: il rapporto tra maschile e femminile, il senso della compassione davanti alla colpa, la solidarietà come arma di difesa, il senso della speranza. Una regia intensa ed essenziale, al pari di quella di Elettra.

A cura di Francesca Valente e Sofia D’Andrea.

L’EMPIREO, THE WELKIN: un’assenza di bene

L’EMPIREO, THE WELKIN: il cast
L’EMPIREO, THE WELKIN: il cast (ph Serena Serrani)

Tredici donne e un uomo entrano in una scena essenziale, interamente nera, su cui si trovano soltanto quattordici sedie tutte uguali, anch’esse nere. In mano hanno un copione, bianco. Una volta seduti, le attrici e l’attore, che vestono abiti contemporanei, tutti neri, iniziano a leggere in maniera quasi meccanica il testo, didascalie comprese, girando con un gesto secco le pagine, quasi a voler scandire il passare del tempo e il progredire della storia. Leggono in modo monotono, come se la loro fosse una parte assegnata e non realmente vissuta. Eppure è l’inizio della storia che stanno mettendo in scena: nel Suffolk del 1759, dodici donne sono state scelte per giudicare Sally Poppy, che, colpevole di un omicidio orribile, è destinata alla forca: ma ha dichiarato di essere incinta. Le matrone devono stabilire se effettivamente la gravidanza è in corso: sono tutte donne rispettabili, moralmente degne, che giurano sulla Bibbia di svolgere in modo corretto il loro compito. 

L’EMPIREO, THE WELKIN: la giuria di donne

Nel momento in cui le donne vengono chiuse nella stanza in cui dovranno procedere all’esame, ad una ad una lasciano i copioni per terra e iniziano a recitare, come se finalmente fossero libere da maschere e potessero esprimersi come persone a tutto tondo. L’uomo, mister Koons (Alvise Camozzi, unico uomo in scena), è lì per sorvegliare loro e la condannata in catene, che viene fatta entrare per essere esaminata. Al centro della scena e della vicenda si contrappongono Elizabeth Luke (Arianna Scommegna), la levatrice, portavoce degli ideali di compassione e di sorellanza, e miss Carry (Bruna Rossi), che appare fedele al dettato maschile: se apparentemente esse incarnano due visioni opposte del ruolo femminile, in realtà, nel corso del dramma, si scoprirà che entrambe sono mosse anche da motivazioni personali. E ai margini del gruppo, ma in realtà al centro c’è lei, la condannata, Sally (Viola Marietti), quasi animalesca nei gesti scomposti, nel gocciolare del suo muco sui vestiti, volgare nel linguaggio, piena di rabbia ma anche di paura, di amore, di desiderio di rivalsa. La donna, cresciuta in una famiglia abusante, sposata ad un uomo che non ama, rivendica la propria scelta, l’amore per un uomo che ha voluto fino in fondo: per questo lei non vuole piegarsi davanti al giudizio della folla inferocita che la attende accanto al patibolo o delle donne che la circondano, asservite alla visione patriarcale del mondo.

la coralità femminile  

L’EMPIREO, THE WELKIN: un coro femminile (ph Serena Serrani)
L’EMPIREO, THE WELKIN: un coro femminile (ph Serena Serrani)

La levatrice è l’unica a difenderla e sembra essere l’unica ad aver capito l’importanza di quel momento: “Per la prima volta ci è stata data l’autorità di esprimere il nostro giudizio e noi ne esprimiamo uno uguale a quello degli uomini?” E intorno a lei emergono via via le attrici che danno voce e corpo alle donne del paese, alle loro rivalità e alle loro vite piene di fatica e di violenza. Un gruppo di donne che incarna una sorta di coro greco, chiamato per la prima volta dagli uomini a parlare a una voce sola: “Vi è stato dato un potere, perché avete paura di usarlo?” Chiede Elizabeth alle donne che vorrebbero liquidare rapidamente la questione e tornare alle proprie vite senza capire che quella è un’occasione unica, come il passaggio di quella cometa: l’occasione di parlare finalmente e di essere ascoltate, di avere finalmente potere. Ogni donna  rappresenta una femminilità, una condizione specifica, viva e unica, e insieme compongono una polifonia quasi musicale: la scena che fondamentalmente è statica e monolitica è in realtà un brulicare continuo di gesti e voci che la rendono viva e realistica, mai noiosa. Le attrici del cast danno corpo in modo straordinario a questa molteplicità di personalità femminili, tutte profondamente diverse eppure simili nelle esperienze condivise. Le vite di queste donne sono infatti una sequela di malanni: tredici destini di dolore, fatica, parti, soprusi subiti che si raccontano chiusi in una stanza;  la colpa si rivela solo un’assenza di bene, una vita familiare travagliata, un desiderio di sentirsi amate. 

maschile e femminile a confronto ne L’EMPIREO

L’EMPIREO, THE WELKIN: la scena essenziale (ph Serena Serrani)
L’EMPIREO, THE WELKIN: la scena essenziale (ph Serena Serrani)

Fuori, questa colpa, una folla feroce vuole vederla espiata sulla forca, una folla assente dalla scena ma che si sente, in lontananza, sempre più furiosa, chiedere vendetta. È un gruppo di uomini, specchio di quel mondo patriarcale e violento che incombe, giudica, condanna, non dà scampo e non conosce pietà. Un mondo maschile che non conosce empatia, che perpetua l’ingiustizia attraverso le sue leggi, che stabilisce la verità attraverso la scienza.
Alle donne la responsabilità di stabilire la verità. Una verità che non può essere  ignorata solo perché non fa comodo. Per capire le ragioni dell’altro occorre parlare, confrontarsi, essere disposti a cambiare. E così progressivamente, con il procedere della storia, le posizioni, anche quelle più lontane, si sfumano, si avvicinano fino a sovrapporsi e dall’esperienza le donne escono profondamente cambiate, capaci di vedere davvero il mondo e l’altro, di comporre una rete, di mostrare compassione. Sorelle, infine, pronte a salvare Sally, a mettersi nei suoi panni, a cercare di vederla senza giudicare. “And if I only could, I’d make a deal with God and I’d get Him to swap our place”.

Il cerchio di solidarietà

E così le donne, riunite finalmente in un coro, cantano a cappella Running up that hill di Kate Bush, come a sancire la costruzione del loro cerchio di solidarietà: vorrebbero tutte insieme chiedere al Cielo di prendere il posto di Sally per poterla salvare, anche se lei è colpevole o forse proprio per questo, perché lei ha vissuto fino in fondo una scelta di libertà e di amore. In questa solidarietà costruita alla fine del dramma si misura la distanza tra il mondo femminile, portatore di una sapienza  legata ai cicli naturali, e quello maschile, che si identifica con la violenza e con la scienza: il dottore viene evocato ripetutamente da alcune delle donne come portatore della verità e delle certezze, come se una parte del mondo femminile non si fidasse pienamente del proprio intuito e della conoscenza antica rappresentata dalla levatrice. Sono le donne stesse a uniformarsi alla visione del mondo patriarcale, che vede nella donna un essere irrazionale, incapace di intendere e volere. Ed è proprio il medico ad affermare che Sally non è responsabile delle sue azioni, che dipendono dal ciclo mestruale. Eppure ugualmente Sally è stata condannata.

Tradurre e mettere in scena THE WELKIN di Lucy Kirkwood 

L'empireo, traduzione di Monica Capuani, Francesco Bianchi (ph Serena Serrani)
L’EMPIREO, traduzione di Monica Capuani, Francesco Bianchi (ph Serena Serrani)

A differenza della messa in scena inglese, la regia di Serena Sinigaglia sceglie l’essenzialità scarna, resa potente da un cast di attrici capaci di animare in modo vivido la scena: scompaiono i costumi settecenteschi e gli oggetti di scena, resta una scena vuota e donne che potrebbero essere noi. In questo modo lo spettatore è chiamato in causa e diviene parte attiva del processo immaginativo. Il senso ultimo dello spettacolo dunque è affidato alla forza evocativa delle parole, ad un testo profondamente complesso, cinematografico, dal respiro shakespeariano. Lucy Kirkwood ambienta in un passato lontano una vicenda che parla al nostro presente, interrogandoci sui rapporti tra donne e sul conflitto tra la concezione del mondo femminile e quella maschile: ci parla di violenza, di colpa, di responsabilità e di ricerca della verità, della rivendicazione della sofferenza individuale e della condivisione in una comunità, di empatia e pietà. Il suo dramma è un organismo complesso, ricco di riferimenti sotterranei; qua e là sono disseminati, ad esempio, anacronismi quasi impercettibili, tutti legati alla cometa di Halley: la stessa canzone di Kate Bush, uscita nel 1986, richiama proprio l’ultimo passaggio della cometa vicino alla Terra. Nella traduzione italiana, curata da Monica Capuani e Francesco Bianchi ed edita da Cue, la  lingua assume sfumature decisamente contemporanee, in linea con l’essenzialità delle scelte di regia e in netto contrasto con l’ambientazione settecentesca: i personaggi usano espressioni che certamente descrivono un mondo cronologicamente lontano ma che si avvicinano al nostro modo di raccontare e di esprimerci, diventando dunque specchio di una realtà che si presenta come universale. 

Cercare le risposte nell’EMPIREO

L'empireo: colpa e pietà (ph Serena Serrani)
L’EMPIREO, THE WELKIN: colpa e pietà (ph Serena Serrani)

Universale è anche il bisogno di credere che le cose possano cambiare, anche quando tutto appare perduto. Nel corso del dramma spesso lo sguardo delle donne si alza verso il cielo: THE WELKIN, la volta celeste, L’EMPIREO nella traduzione italiana. Secondo la regista, questo è un gesto insieme di speranza e disperazione: davanti alla tragica violenza della vita, le donne alzano gli occhi alla ricerca di un segno, di un possibile cambiamento. È al Cielo che Sally ha chiesto un uomo, e lui è arrivato, portando con sé peró non solo l’amore ma anche la colpa e il sangue. Ed è al Cielo che lei alza gli occhi alla fine del dramma, per guardare in alto, ancora più in alto, per vedere la cometa che passa distante e appena percettibile. Ma dal Cielo nessuna risposta viene: la Cometa di Halley con i suoi periodici passaggi nella volta celeste sembra sottolineare l’eterno ritorno, l’andamento ciclico del tempo, che non lascia intravedere nessuna possibilità di speranza o di salvezza. Essa assomiglia alle stelle cadenti cantate da Pascoli nel X agosto, quelle stelle che sembrano partecipare al dolore dell’uomo ma mostrano in realtà assoluta indifferenza rispetto alla sorte di quest’atomo opaco del Male che è la Terra.

L’EMPIREO 

Regia di Serena Sinigaglia 
traduzione Monica Capuani, Francesco Bianchi
dramaturg Monica Capuani
con (in o.a.) Giulia Agosta, Alvise Camozzi, Matilde Facheris, Viola Marietti, Francesca Muscatello, Marika Pensa, Valeria Perdonò, Bruna Rossi, Arianna Scommegna, Chiara Stoppa, Anahì Traversi, Arianna Verzeletti, Virginia Zini, Sandra Zoccolan
consulenza allo spazio scenico Maria Spazzi
costumi Martina Ciccarelli
disegno luci Christian LaFace
sound design Sandra Zoccolan
assistente alla regia Michele Iuculano
consulenza canora Francesca Della Monica
consulenza movimento Riccardo Micheletti
produzione Teatro Carcano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Bolzano, LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro Bellini di Napoli

Visto il 20 febbraio 2026, al Teatro della Pergola, Firenze

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