STORIA D’AMORE E DI CALCIO, produzione i Nuovi ETS, (recensiti per Elettra al Saloncino della Pergola) su drammaturgia di Michele Santeramo, con Fabio Facchini e la consulenza artistica di Ludovico Fededegni, ha inaugurato la rassegna Intercity Winter al Teatro della Limonaia. Un racconto in cui il calcio è solo la superficie di una narrazione più profonda: quella di un Sud che non è luogo ma condizione, di un amore giovane che prova a farsi spazio tra povertà, violenza e potere, e di una partita di pallone che diventa metafora di destino, scelta e perdita. Il prossimo appuntamento il 7 febbraio con Tondelli Reading.
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STORIA D’AMORE E DI CALCIO inaugura Intercity Winter

Con STORIA D’AMORE E DI CALCIO si apre l’edizione 2026 di Intercity Winter, che proseguirà con le nuove produzioni della Limonaia: Crave – Brama di Sarah Kane, regia di Dimitri Milopulos, in scena anche col monologo Time After Time di Barbara Nativi. L’inaugurazione della stagione con il testo di Michele Santeramo, (recensito su Gufetto al debutto del 2018 al Teatro Era), si inserisce coerentemente in una programmazione orientata alla drammaturgia contemporanea e alla messa in scena di scritture che interrogano il presente, portando in scena un Sud, condizione esistenziale, un “Dappertutto Sud” che attraversa le periferie del mondo. Il calcio, come già accadeva in Italia-Brasile 3 a 2 di Davide Enia, non è il tema ma la lingua. Una lingua condivisa, popolare, immediata, che permette al racconto di parlare a tutti e, allo stesso tempo, di raccontare altro: l’amore, la sopraffazione, il desiderio di riscatto, la violenza che governa le vite di chi non ha voce.
Un Sud senza confini: tra realismo e poesia
La vicenda ruota attorno a un campionato di calcio clandestino, organizzato per decidere l’egemonia criminale di un territorio per un anno. È una regola non scritta, accettata da tutti, che trasforma il gioco in strumento di potere. La drammaturgia di Santeramo non si limita al torneo come nucleo della vicenda: l’evento sportivo resta sullo sfondo, mentre la scrittura privilegia l’esperienza dei personaggi, i loro rapporti, le tensioni emotive e i piccoli gesti che rendono il racconto insieme concreto e poetico. Siamo in una provincia indefinita, inesistente eppure riconoscibilissima. Un luogo che potrebbe essere ovunque e che invece è ovunque: il Sud disperato, disoccupato, omertoso e violento e profondamente accomunato dalla povertà. Qui non c’è integrazione tra comunità straniere e locali, ma una convivenza forzata, una sopportazione silenziosa che prima o poi esplode. Il conflitto non è tra le comunità stesse, ma emerge come conseguenza strutturale delle disuguaglianze sociali e delle condizioni economiche del territorio.
La scena è un campo di terra

La scena, essenziale e fortemente simbolica, costituisce un elemento originale che definisce i luoghi dell’azione: la piazza, il campo di calcio, il molo sul mare. Due fili di panni stesi tagliano lo spazio come cicatrici, delimitando un perimetro domestico e insieme pubblico. I fari da campo di calcetto diventano le luci della narrazione, crude e dirette. Una sedia di legno diventa, di volta in volta, luogo di osservazione, arma d’attacco, tavolo di casa o ciglio della strada. Dalla parte opposta l’ormeggio per le barche, il luogo d’incontro degli innamorati sul mare. Infine un pallone, protagonista della scena, fermo in primo piano. Il pavimento, simile a zolle di terra, restituisce la sensazione di un campo improvvisato, instabile, pronto a sporcarsi. A incorniciare tutto, lampadine da sagra di paese: una festa popolare che ha perso l’innocenza, un’allegria sospesa che contiene già il presagio della fine. La scenografia di Gisella Butera e il progetto luci di Orlando Bolognesi dialogano costantemente con l’attore, trasformando lo spazio in un vero e proprio partner scenico.
Fabio Facchini: un corpo che racconta
Fabio Facchini affronta il testo con una prova attoriale di grande energia e precisione. Le azioni sceniche sono centrali e catturano il pubblico fin dai primi minuti. L’attore è un corpo narrante, capace di passare con fluidità dalla comicità al dramma, dalla leggerezza al terrore. La regia, sviluppata con la consulenza artistica di Ludovico Fededegni, miglior attore Under 35 premio Ubu 2022, si distingue per un’attenzione accurata ai dettagli e alla costruzione delle azioni. Ogni gesto di Facchini è calibrato, misurato, e dialoga con lo spazio e gli oggetti di scena, creando un ritmo interno che guida lo spettatore attraverso la vicenda. La messa in scena privilegia azioni di precisione e modulazioni sottili, alternando momenti di comicità e dinamiche corali a sequenze intime e poetiche, rendendo tangibile la tensione tra il quotidiano e l’elemento simbolico del racconto. Emblematica è la scena della rissa tra le comunità straniere: i cazzotti volano, le voci si sovrappongono, e Facchini si moltiplica fino a incarnare oltre trenta personaggi diversi. Non c’è mai compiacimento virtuoso, ma una necessità drammaturgica: restituire il caos di un conflitto che nasce dalla paura e dalla miseria. Nei momenti più intimi, invece, tutto si riduce a un dettaglio: gli sguardi tra i due giovani innamorati sulla riva del mare, si incrociano con un gesto minimo, quasi impercettibile. Il dialogo passa da lui a lei e da lei a lui senza che il corpo si muova davvero. È un amore che si costruisce nella distanza, fatto di attese e di sogni condivisi.
L’amore prima di tutto in STORIA D’AMORE E DI CALCIO

L’amore è il vero protagonista dello spettacolo. Un amore giovane, tenero, che nasce negli occhi di una ragazza indiana: occhi in cui annegare, in cui perdersi come nelle onde del mare che i due ragazzi osservano insieme, senza mai toccarsi. È un sentimento che sembra poter cambiare tutto. Ma, come ricorda il testo, “esistono momenti che arrivano per tutti”: passaggi obbligati, scelte che diventano irreversibili. Quando questi momenti arrivano, la musica di Sergio Altamura cambia radicalmente. Da avvolgente e narrativa diventa dissonante, distorta. È il segnale sonoro di una frattura. Da qui in avanti, la storia prende una direzione drammatica che non concede sconti. Il confronto con l’interpretazione dello stesso Santeramo è inevitabile. La messa in scena di Facchini, anche per una differenza generazionale, sposta l’asse emotivo sull’innamoramento, riducendo la componente nostalgica e malinconica tipica dell’autore. Ne risulta uno spettacolo più pulsante, più fisico, che sacrifica parte dell’elegia in favore di un’urgenza quasi carnale.
Il pallone: una metafora della vita
La comicità, come nelle caratterizzazioni anche stereotipate delle squadre cinese e brasiliana, accompagna lo spettatore fino all’epilogo, creando un equilibrio fragile che rende ancora più violenta la caduta finale. L’ultimo atto è fatto di paura, silenzio, di una vita spezzata dal volere e dall’avidità di un boss locale. Non c’è catarsi, non c’è riscatto. Resta un’immagine potente: il volo del pallone a foglia morta, da proteggere sul palmo di una mano. Non è più un oggetto di gioco, ma una metafora evidente e dolorosa: la vita stessa, fragile, esposta, delicata. In STORIA D’AMORE E DI CALCIO il teatro diventa campo di terra e luogo di confessione, dove l’amore prova a resistere anche solo per un istante, prima che qualcuno decida di fischiare la fine della partita.
Visto il 1° febbraio 2026 al Teatro della Limonaia, Sesto Fiorentino (Firenze)
STORIA D’AMORE E DI CALCIO: credits
drammaturgia Michele Santeramo
con Fabio Facchini
musiche originali Sergio Altamura
progetto luci Orlando Bolognesi
scene Gisella Butera
costumi Eleonora Sgherri
organizzazione Valentina Santi
grafiche Lavinia Bussotti
consulenza artistica Ludovico Fededegni
produzione i Nuovi ETS con il sostegno PARC Firenze e il Lavoratorio


