Al Teatro Vascello di Roma è andato in scena Wonder Woman, per la regia di Antonio Latella che qui ritrova uno slancio vitale, immergendosi a piene mani nell’attualità. Dopo una tournèe che ha toccato le maggiori città italiane – qui ricordiamo la recensione della nostra bravissima Alice Capozza al Teatro di Rifredi – anche il pubblico romano ha potuto assistere a questo spettacolo che si pone come atto di accusa e come rito collettivo rivelatore e liberatorio.
Contenuti
Wonder Woman: ritrovarsi occhi negli occhi
Il palco è vuoto, scarno, tutto è a vista. Le attrici entrano dalla platea e per buona metà dello spettacolo parleranno a proscenio, guardando in faccia il pubblico illuminato dai fari.
È un’esperienza immersiva, totalizzante, c’è un filo unico che lega così questa umanità raccolta in un teatro, dove sembra possibile tornare finalmente a un atto di coraggiosa e assoluta denuncia contro la mistificazione, la calunnia e la disinformazione.
Quello che accade in 80 minuti è un atto psicomagico: le parole diventano armi potentissime che squarciano il perbenismo e l’ipocrisia che ci circonda, è rieducazione totale che avviene occhi negli occhi sul piano sensoriale ed emotivo.

Wonder woman: sopravvivere a uno stupro. Si può?
Wonder Woman nasce da un fatto di cronaca terribile e quanto mai familiare: nel 2015, ad Ancona, una giovane ragazza di origini peruviane viene stuprata da alcuni ragazzi. In secondo grado, i due ragazzi – lo stupratore e il suo “palo” – furono assolti perché la giovane fu considerata scaltra, artefice della serata e, cosa ancora più assurda, troppo mascolina per poter piacere allo stupratore, che infatti l’aveva memorizzata sul cellulare come “Vikingo”. Con queste motivazioni a dir poco imbarazzanti, tre giudici donne assolsero i due imputati, che, ci tengo a dire, furono condannati in Cassazione rispettivamente a 5 e 3 anni di carcere.
Ecco allora che il Vascello sembra all’improvviso trasformarsi in una agorà moderna, dove le 4 attrici espongono con forza e potenza i fatti, dallo stupro al processo.
È un lungo viaggio, che assume valori danteschi: 33 sono i gironi che scenderemo insieme, come 33 sono le birre che la giovane è costretta a bere, 33 sono gli inferni attraversati, come se non si potesse trovare una via d’uscita all’orrore vissuto e all’umiliazione subita dopo, durante la denuncia e durante il processo.
L’inferno cui è sottoposta questa giovane è purtroppo un inferno che le donne, di qualsiasi età provenienza classe sociale, sperimentano e hanno sperimentato. Non essere credute, essere sminuite, essere private del sacrosanto diritto di protestare e rivendicare la propria verità, urlare al mondo che la colpa non è nostra, che “lo stupratore sei tu”, perché come ha detto Gisèle Pelicot, vittima per anni di stupri orchestrati dal marito, “è tempo che la vergogna cambi lato”.
Ecco che Wonder Woman compie il salto, urla in faccia senza giri di parole che non è più tempo di tacere. È giunto il tempo della rabbia, è giunto il tempo di rispondere colpo su colpo alla violenza.
Wonder woman: attrici al centro

Un plauso va alle quattro interpreti – Maria Chiara Arrigoni, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti – che non cedono di un millimetro e non mollano mai la presa.
La loro presenza è statuaria e fragile insieme: non si sottraggono mai alla fatica del racconto, nemmeno quando le parole sono più difficili da pronunciare. Eppure, nella loro forza interpretativa emerge costantemente il senso di dolore che quello che raccontano provoca.
È un coro di voci femminili che procedono unite o in contrappunto, così che il racconto non sia mai piano, non sia mai pura cronaca pruriginosa che tanto ha preso posto nelle nostre televisioni, nei programmi che parlano di crime in modo ossessivo, non è un caso che insieme ripetano “spegnete questa cazzo di TV”.
Ognuna con la sua personalità partecipa di un rito sacro che ricorda quello che avveniva nei teatri greci: attraverso loro, come accadeva con l’attore tragico, siamo di fronte a una epifania. Non abbiamo paura di attraversare la verità, di farci invadere da parole disgustose, attraverso i loro corpi e le loro voci compare la verità e non riusciamo più a voltarci dall’altra parte.
Wonder woman: nulla di italiano all’orizzonte

Lo spettacolo ha un elemento centrale, la differenza. Difficile trovare sui palchi italiani atti teatrali così scarnificati e così profondamente teatrali. Siamo in una dimensione altra, dove non si vuole compiacere né accomodare, dove basta il teatro per quello che è a rendere viva e penetrante la rappresentazione.
Antonio Latella ha il merito di ricordarci quanto sia collettivamente necessario il teatro, come strumento di rappresentazione e riflessione, che concentra in sé i segni e i simboli del reale per renderli visibili al pubblico.
È un atto di grande generosità: indagare ciò che ci circonda per poterlo offrire attraverso sé stess* e palesare ciò che si ignora per volontà o inconsapevolezza.
Altro punto di grande differenza è il testo, che non ha riferimenti drammaturgici classici ma viaggia libero e feroce tra le parole, con momenti che somigliano metricamente a un rap – pensiamo all’interrogatorio – e momenti invece di prosa pura, soffocante come nel processo.
Viaggia libero e feroce tra la realtà e la fantasia: dai dati oggettivi si arriva a immaginare un fiume in piena che passa attraverso il mito (le Eumenidi che invece di fare giustizia diventano Erinni perpetrando il male), il teatro (la giovane chiamata Nina, cecoviana memoria di una giovane che non sa recitare, non sa fingere, che si perde in sé e che porta la sua croce), la piazza (i cori delle proteste, i canti dei movimenti femministi) fino al fumetto. Ecco finalmente spuntare Wonder Woman, la discendente delle Amazzoni che diventa colei che attraverserà finalmente l’ipocrisia, l’ingiustizia e l’umiliazione, rivendicherà in una danza tribale e selvaggia la propria verità
È un processo di trasformazione scenico che va dalla parola al puro movimento e che, scavallando la divisione fra palco e platea, arriva dritto al cuore di chi assiste.
È un atto liberatorio collettivo. E di questo abbiamo disperatamente bisogno in questi tempi così bui e distopici.
CREDITI
Di Antonio Latella e Federico Bellini
Regia Antonio Latella
Con Maria Chiara Arrigoni, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
Costumi Simona D’Amico
Musiche e suono Franco Visioli
Movimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Stabilemobile


