L’Argentina è uno dei pochi teatri a Roma che perde il sostantivo nelle chiacchiere di gente di Teatro. “Questa sera… Argentina: venite?” E nessuno penserà per un solo istante al Tango o alle vaporose milonghe del quartiere Palermo di Buenos Aires. Assicurato. Ed è anche sicuro che la prima all’Argentina sprigiona il sapore fragrante dell’evento. Il foyer deborda oltre le belle porte di legno e vetro, sino al grande marciapiede antistante, degno delle piazze più importanti e dei lunghi e larghi boulevard di città. Lì dove passa e si trattiene tanta vita.
Il 7 gennaio di questo neo-anno, è andato in scena il nuovo e atteso spettacolo di Filppo Dini: Il Gabbiano di Anton Čechov. Ci resterà sino al 18 del mese.
Lo spettacolo è la rivisitazione estrema e moderna del capolavoro mai stanco del medico e scrittore Russo. Ecco perché preciso nel titolo “da” e non “di”. Il clima è rovente ed è quello della Prima. Nel parterre incontro critici e attori: Pino Micol, Luca Barbareschi e molti altri che il Teatro lo fanno e lo vedono.
Contenuti
Il gabbiano: un po’ di storia
Il Gabbiano è il dramma meglio riuscito di Čechov, ma non fu così da subito. Si racconta (e non è una favola d’attore per curiosi) che lo spettacolo alla sua prima nel ‘96 a Pietroburgo, fu un fiasco assoluto tanto che Vera Fëdorovna Komissarževskaja perse la voce impaurita dalla platea. Durante le prove aveva commosso ma si sa, al debutto tutto può cambiare. E l’autore aveva deciso di lasciare la drammaturgia sino a quando Konstantin Sergeevič Stanislavskij e un vero intenditore come Vladimir Ivanovič Nemirovič-Dančenko, ne fecero un successo memorabile al Teatro di Mosca. L’opera è ancora rappresentata in tutto il mondo e magari mentre ne scrivo qui, in qualche angolo remoto del mondo ci sono altri attori a dare vita e voce a Irina, Boris o Konstantìn e altri critici a ribadirne la bellezza immortale dell’opera.
Le opere divengono eterne quando si rappresentano l’Essere umano e la sua smania mai soddisfatta di vivere. Quando si elencano i progetti e i relativi fallimenti. Quando si racconta quel vagare“sotto un vento levantino…” o nella specie: all’ombra umida di un lago fermo e popolato o vivacizzato da gabbiani e dal quel loro singolare garrito. Grido che accompagna quasi tutta la messinscena come un’istanza disperata alla lontana. Non importa se non c’è la mareggiata… perché essa alberga nel cuore di chi cerca la strada e la vocazione di una esistenza. In chi si affanna a vivere e perisce nella lotta impari con la vita mai sazia. Quindi complimenti alla compagnia di Dini per tanto valoroso coraggio. Comunque nessuna attrice o attore a questo debutto ha perso la voce durante la messinscena e nessun fischio è volato dalla platea, anzi più volte il pubblico ha applaudito.

Il gabbiano di Dini: il significato – teatro nel teatro e regia nella regia
Chi ama e segue il Teatro ricorderà il Gabbiano di Orazio Costa Giovangigli con quell’immenso Giancarlo Sbragia, la divina Anna Proclemer e un ancora acerbo Gabriele Lavia.
In questo Gabbiano c’è molto del simbolismo dell’opera originale. Si racconta bene di questo povero gabbiano prima catturato e poi ucciso e offerto all’amata ma come simbolo del “punto di non ritorno” come dichiarato nella sinossi. L’uccello è presentato come la preda dell’essere umano che deve catturare tutto persino ciò è già libero per natura e ridurlo al proprio bisogno: in questo caso è anche il preludio del proprio fallimento di artista. L’arte come sublimazione della vita è il substrato che permea l’opera tutta. Nina è l’amata e sua volta ama la libertà. Pensa, soffre a capisce che la sua strada e vocazione è fare l’attrice. Treplev è confuso, vive dentro un ginepraio di vicoli senza sbocco. Tenta di tappare le ali a Nina con la promessa dell’amore e intanto le regala per anello un gabbiano dalle ali spezzate, il cuore fermo e il petto rosso per il sangue. Lei si innamora di Boris Trigorin. Il giovane Treplev si toglie la vita quando finisce la speranza e le tante verità gli appaiono insopportabili e la fine ineluttabile.
La modernità del dramma è nella fiera delle illusioni di ogni essere vivente, inevitabilmente infrante nello specchio del reale. L’opera racconta crudelmente il baratro che si appresta e muove lento sotto i piedi e nel quale lasciarsi inghiottire senza aggrapparsi a qualcosa di vero o quantomeno forte. Non ci sono vincitori.
la rivistazione de Il Gabbiano di filippo Dini: tra canto e perenne sospensione
Lo spettacolo di Dini, è un esperimento rischioso. Come tutti gli esperimenti va analizzato. Ci costringe al confronto col testo originale. Ci impone la dialettica. Promuove il dubbio sempre utile.
Il dramma qui viene spesso edulcorato dal canto. Gli attori rubano (da qualche parte nascosto) un microfono “gelato” da festival e cantano e bene. Un microfono in mano mi distrae inevitabilmente e mi porta in altri luoghi e spettacoli. Quindi non può essere più la Tenuta sul lago e nella Russia di fine ‘800 o comunque una casa qualsiasi. Arriva, in ogni caso, in questo caos voluto, il disagio che serpeggia lungo tutto il dramma e sotto la pelle del testo. C’è quella sospensione mai definita di personaggi che deborda sino alla platea oltre il proscenio, come a rappresentare quella non misura che è della vita stessa e prima ancora di questa tragedia di Čechov. Vita mai sazia che raggiunge il colmo del vaso e infine trabocca inesorabile.
la rilettura di dini su Čechov: Autore essenziale
La scrittura di Čechov è lineare, perfetta, commovente, irriducibile. Filippo Dini con l’aiuto e la complicità dell’altro regista Leonardo Manzan, vuole rivisitare il testo dell’autore Russo ma l’effetto è quello di aggiungere: l’impressione è come se i registi volessero aiutare, vivacizzare un autore e testo già geniali. L’autore raccontava il vero. Era realista. Anzi era il realista e verista in assoluto. A volte mi ricorda Pirandello. Ma in lui ci sono tracce ben visibili anche di Guy de Maupassant, di Shakesperare, degli autori dell’antica Grecia, di Aleksandr Sergeevič Puškin che Treplev cita nel testo originario. Nell’autore c’è tutto l’esistenzialismo che da sempre muove e smuove l’essere umano ed è questa la ragione che lo rende moderno e probabilmente eterno dato che l’uomo non ha molte speranze di cambiamento.
Il Gabbiano racconta il sogno, l’illusione e la derivante disillusione.
Le due regie condivise sono originali senza dubbio, ma aggiungono orpelli che portano su altre strade sino a confondere la poetica dell’autore. Perché non dare un altro titolo all’operazione?
Nel titolo di questa critica ho esordito precisando: Il Gabbiano “da” Čechov, perché del testo originario c’è una parte, un residuo. C’è un Caffè di Roma, divenuto ormai famoso per l’ottimo Tiramisù. Nella smania comprensibile di voler massimizzare i guadagni, il Caffè è diventato brand (mi scuso per lo stranierismo ma rende meglio l’idea) e ha aperto filiali ovunque e infine inventato il Tiramisù con le fragole e credo di altri gusti. Bene. Ottimo sapore, ma non è più Tiramisù. Ecco qual è il sapore e la sensazione a sipario chiuso che mi arriva dal Gabbiano di Dini. Mi hanno servito un altro dolce con lo stesso nome e lo devo pagare comunque.
il gabbiano di filippo dini- Attori bravi, anzi bravissimi e ognuno “diversamente” originale
Spettacolo godibile. Un organo di tempi e recitazione, sia chiaro, “MA” in disaccordo stilistico. Il compito del critico è scomodo ed è quello di trovare la bellezza (evidente di questa pièce) ma anche le sbavature colanti o le scomode scollature. Si strizzano gli occhi davanti alle storture lievi o gravi: è fisiologico.
Gli attori sono tutti bravi. Usano volutamente note e velocità diverse. Mi piace la prima parte, ad esempio, nella quale tutti sembrano spinti come un treno in corsa dall’esasperazione del personaggio, restituita fedele sino alla platea con quel magnifico tsunami di parole. I personaggi vomitano vicendevolmente tutta la loro rabbia.
Kostantin Treplev ha il corpo, la voce e i nervi di Giovanni Drago. E ci prepara a quel noto e triste epilogo: quel colpo deflagrante di pistola e quindi il fallimento di “tutti”. Dunque, di quell’entità astratta nota come “Società” e della quale si fa parte. Nessuno escluso. In realtà quel crescendo e poi l’affievolirsi intimo della voce e di nuovo la recitazione concitata, rendono più il senso esatto dell’implosione. Tutto, difatti, cova dentro e non fuori. Dunque Fallimento (allora come oggi) per la lotta impari contro l’esistenza e l’incompiutezza. C’è il “MA” d’obbligo e doveroso di cui sopra di chi scrive: è come se ognuno degli attori recitasse con gli altri ma soprattutto per se stesso, come stile dico. Non c’è una scuola comune. Drago è potente ma ignora la dizione e mi riporta al nord dell’Italia (lui è di Genova) e non certo nella Russia di Anton. In questi casi si deve usare per convenzione una perfetta dizione che non tradisca i nostri regionalismi, come quando si doppia un film nell’edizione Italiana.
Giuliana De Sio è una inedita Irina: è brava e moderna nei gesti, nella recitazione, persino nei costumi: indossa in una scena un chiodo di pelle. Ogni tanto farfuglia parole, ma in modo credibile. Anche lei inedita a suo modo o in quello della regia, rispetto ad altre rappresentazioni. É materialista, come lo sono certuni o certune che curano l’immagine maniacalmente spendendo fortune (come lei stessa afferma) e tuttavia denunciando nei gesti le reali intenzioni: il valore della roba che qualche tempo dopo un certo Verga proporrà dalla sua remota Catania. Anche in lei convive il disgusto dell’insuccesso d’attrice e inveisce contro il figlio agevolandone, ma non causandone da sola la fine e il suicidio.
Gennaro Di Biase è nato a Napoli: la ama così tanto da regalarcela ogni tanto distraendoci dalla fredda madre Russia, ma è preciso, verace, passionale e puntuale.
Nina è Virginia Campolucci. Ci mette i nervi e la passione che il personaggio meritano. Salta con leggerezza dal palcoscenico alla platea. Recita e canta dentro e fuori la sua tuta gialla.
il gabbiano: filippo dini regista e trigorin
Dini oltre il regista è anche un personaggio, è Trigorin. Usa la tecnica del caratterista per impersonare uno scrittore così tanto di successo da diventare balbuziente e vagamente demente. Magari lo era già a furia di inventare romanzi di successo? Il nesso tra genio e demenza non ci convince molto. Anzi. Il Trigorin di Costa non lo era affatto e neanche quello dell’autore. Non ce n’è traccia nelle battute e nelle didascalie. Ma è una chiave e la studiamo dalla poltrona rossa. Quindi si guarda con sincera curiosità. Poi l’attore, con licenza di regista e quindi senza che nessuno possa entrare nel merito durante le prove e dopo, trasforma l’umorismo tragico della pièce in comicità (a tratti) in un lungo quasi interminabile soliloquio. E sono le prime battute della pièce per Dini fino a quel momento stranamente silente ma in scena. Boris Trigorin diventa qui un personaggio goffo, comico, vestito come un clandestino ma strappa applausi a scena aperta. L’educato pubblico dell’Argentina viola il protocollo rigidissimo che impone l’applauso solo alla fine (ai saluti) e lo fa con ben tre irriverenti e sinceri applausi. I primi della serata.
Questo Boris non mi piace e non mi dispiace. C’è una bravura tale che mi chiedo se per buona parte di quel soliloquio, Dini recitasse a soggetto o se sapesse macera la parte facendola sembrare improvvisata. Ci vuole stoffa per il primo e anche per il secondo caso.
IL GABBIANO DA Cechov – Al Teatro Argentina tante stravaganti invenzioni
La lista delle stravaganti invenzioni è lunga e variegata, ne trascurerò qualcuna e qualcuno degli attori. Ognuno è bravo o brava a suo modo, anche se tra loro diversi. Si può essere diversi nella vita ma gli attori sulle stesse tavole dovrebbero avere uno stile recitativo univoco seppure nell’interpretazione particolare del proprio personaggio. La diversità non è neppure da attribuire alle due regie quanto alla diversa formazione attoriale.
Lo spettacolo è uno sforzo per gli attori e per il pubblico, eppure fa parlare e farà parlare di sé. E non è forse questo il ruolo del Teatro?
Spettacolo da vedere.
il gabbiano da Cechov – cast, info spettacolo
Teatro Argentina
7 – 18 gennaio 2026
Il gabbiano
di Anton Čechov
traduzione Danilo Macrì
regia Filippo Dini
con (in o.a.) Giuliana De Sio (Irina Nikolaevna Arkadina), Giovanni Drago (Kostantin Gavrilovič Treplev), Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Virginia Campolucci (Nina), Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Angelica Leo (Polina Andreevna), Enrica Cortese (Maša), Filippo Dini (Boris Aleskseevič Trigorin), Fulvio Pepe (Evgeneij Sergeevič Dorn), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko)
regia della scena lo spettacolo di Kostja Leonardo Manzan
dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando
scene Laura Benzi
costumi Alessio Rosati
luci Pasquale Mari
musiche Massimo Cordovani
foto e video Serena Pea
produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale,
Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
si ringrazia per la preziosa collaborazione Fabbro Lamecca Design
orari spettacoli: mercoledì 7 ore 20; giovedì 8 ore 19; martedì e venerdì ore 20; mercoledì e sabato ore 19; domenica e giovedì 15 ore 17
durata 3 ore con intervallo.


