CIARLATANI @ Teatro Puccini di Firenze: la vita è un palcoscenico

CIARLATANI, testo e regia di Pablo Remón, in scena al Teatro Puccini di Firenze fino al 30 novembre, gioca con una drammaturgia che si arrotola su se stessa: si interroga, si scompone e si ricompone senza perdere mai un’ironia limpida e affilata, capace all’occorrenza di farsi tenerezza. In scena Silvio Orlando (recensito per La Vita davanti a Sé, sempre al Puccini) insieme a Francesca Botti, Davide Cirri e Blu Yoshimi. Il cast guida lo spettatore in un labirinto di narrazioni e personaggi in cui il confine fra vita e sogno evapora a ogni cambio di luce. È un teatro che non accarezza né rassicura: stimola, punge e fa riflettere.

CIARLATANI: due vite che si rincorrono

una scena di CIARLATANI, foto di Guido Mencari
una scena di CIARLATANI, foto di Guido Mencari

La trama si costruisce attraverso un ingranaggio narrativo fatto di scarti di tono, salti di personaggio, voci fuori campo, giochi meta-teatrali e scambi di ruolo che gli attori attraversano con precisione. Le linee principali sono due. Da una parte c’è Anna Velasco, (interpretata da Blu Yoshimi), una giovane attrice insoddisfatta intrappolata in ruoli che non sente suoi e in sogni che sembrano di qualcun altro, sospesa nel limbo di provini, illusioni e rese. Dall’altra Diego Fontana (Silvio Orlando), regista televisivo di successo, autore di film commerciali tanto popolari quanto vuoti, stanco della ripetizione e del circo dello star system. Sopravvissuto per caso a un incidente aereo, tenta una improbabile svolta artistica, incurante del botteghino. Le due traiettorie si frammentano in altre storie e in altrettanti personaggi, fino a intrecciarsi nel nuovo film immaginato dal regista: l’ultima sceneggiatura del padre di Anna, il defunto regista-cult Eusebio. Ma i fili non sembrano mai annodarsi davvero: restano fragili e sfuggenti, lasciando allo spettatore sempre il dubbio tra realtà e finzione, tra verità e bugia. L’eclissi — dice Blu Yoshimi nel prologo— non si può guardare direttamente: occorrono occhiali speciali per vedere questa luce che si fa buio. Tutto è una gigantesca messa in scena; nella vita siamo tutti attori, per un solo spettatore: noi stessi.

Il grande inganno del successo

Silvio Orlando e Blu Yashimi in una scena di CIARLATANI, foto di Guido Mencari
Silvio Orlando e Blu Yashimi in una scena di CIARLATANI, foto di Guido Mencari

CIARLATANI osa dire che il successo è un’illusione di massa. Una religione laica che stanca, consuma, illude. A cosa serve il successo? A nulla, suggerisce Remón, con quel sorriso-trappola che Orlando incarna nel ruolo del barista-filosofo kazako. Tutti moriamo, certo. E allora perché corriamo? Perché arrancare verso una versione migliore — e spesso inesistente — di noi stessi? La riflessione colpisce nella sua semplicità. In un mondo che misura il valore attraverso la visibilità, questi “ciarlatani” smascherano l’ossessione contemporanea per l’affanno produttivo. L’esplicito riferimento a La società della stanchezza di Byung-Chul Han irrompe fra le battute: siamo animali performativi, schiacciati dall’imperativo di migliorare, superare, produrre fino allo sfinimento, verso un traguardo che avanza di continuo. La giovane attrice si dibatte nella spirale dei provini mancati; il regista celebre si scopre vuoto. Due modi diversi di dire la stessa cosa: il successo non salva. Non consola. Non basta. Forse è solo un racconto che ci facciamo per non affrontare la fragilità dell’esistenza. Il cane col nome del filosofo coreano è l’essere più felice.

Realtà e finzione in CIARLATANI

Il tema portante di CIARLATANI — il confine tra realtà e finzione, sogno e verità— diventa la struttura stessa della scrittura labirintica di Remón. I continui salti di piano narrativo, pur potendo disorientare, sono gestiti con fluidità grazie anche alla complessa scenografia di Roberto Crea che compone a vista gli ambienti delle diverse storie (la camera di un ospedale, il palco dei David di Donatello, il bancone di un bar). Gli attori entrano ed escono dalle varie identità, senza particolare adesione mimica, ma cambiando maschera come in un teatro nel teatro perpetuo. Silvio Orlando sa far convivere malinconia e leggerezza, dubbio e amore per il mestiere, come già in La vita davanti a sé o in Si nota all’imbrunire, usa l’umorismo per rivelare le illusioni dell’arte. CIARLATANI non offre risposte, ma provoca: quale utilità attribuiamo oggi all’arte, al teatro, al cinema? E che valore diamo a chi li interpreta, a questi ciarlatani, impostori chiamati a reinventarsi continuamente? La drammaturgia procede per frammenti e rimandi, facendo emergere riferimenti che potrebbero comporre una mappa emotiva — da Tre sorelle di Čechov al famoso dipinto di Henri Rousseau, Il sogno (Le Rêve), da 4.48 Psychosis di Sarah Kane, fino a Io sto bene dei CCCP nei saluti finali — ma senza mai indicare una direzione netta. Rimane la sensazione di una riflessione aperta, ironica e disincantata, una costellazione fragile, che non illumina, ma suggerisce, svia, invita a perderci insieme allo spettacolo.

Il gioco metateatrale in CIARLATANI

tutto il cast di CIARLATANI nella scena finale, foto di Guido Mencari
tutto il cast di CIARLATANI nella scena finale, foto di Guido Mencari

L’operazione è intelligente, emotivamente calibrata; la scrittura di Remón è una macchina concettuale che non rinuncia alla leggerezza. Alcune scelte, come l’uso insistito dei piani narrativi che si sovrappongono, rischiano di confondere e togliere spazio alla crescita emotiva dei personaggi; ma sono compensate da una coerenza stilistica fluida e da prove attoriali solide. I cambi di ruolo e di situazione sono agili, quasi musicali: si passa da una storia all’altra senza soluzione di continuità. Proprio questa duttilità è la cifra migliore dello spettacolo. Orlando domina la scena del gioco metateatrale, arrivando a incarnare un bambino-saggio dal tono zen: un momento di comicità pura, ma anche una piccola parabola sull’illusione della maturità. In queste scene CIARLATANI rivela la sua natura più autentica: uno spettacolo che parla della vita non perché la imita, ma perché la reinventa, deformandola quanto basta, per renderla più vera.

Siamo in attesa dell’applauso?

CIARLATANI ci chiede di credere ai suoi assurdi personaggi.  Ci chiede di credere che anche noi, ogni giorno, recitiamo disperatamente un ruolo. Sul lavoro, in famiglia, online. E che forse tutta questa fatica, questa corsa al successo, questa voglia di essere visti, non sia altro che una lunga attesa dell’applauso: un applauso che non arriva mai, o arriva troppo tardi, o arriva quando non lo sentiamo più. Ed è qui che Remón colpisce: ricordandoci che la vita è un palcoscenico… ma gli applausi, spesso, sono fuori scena. CIARLATANI è una riflessione lucida e affettuosamente crudele sul bisogno di raccontarsi storie per sopravvivere, per salvarsi: come nell’intermezzo in cui il drammaturgo stesso (interpretato da Cirri) si difende dall’accusa di plagio con la diagnosi di amnesia. Un meta-teatro che non si limita a mostrare la finzione, ma la usa per interrogare ciò che di più reale abbiamo: il desiderio di significato, la paura del fallimento, la nostra infinita e buffa ostinazione a cercare un ruolo in questo grande palcoscenico che chiamiamo vita.

Ciarlatani – trailer

CIARLATANI

testo e regia Pablo Remón
con Silvio Orlando e con Francesca Botti, Davide Cirri, Blu Yoshimi
scene Roberto Crea
luci Luigi Biondi
costumi Ornella e Marina Campanale
aiuto regia Raquel Alarcón
Produzione Il Cardellino srl

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Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017