Arianna Ninchi: come rappresentare la complessità femminile de LA DONNA DEL MARE di Ibsen?

All’interno dell’interessante stagione del Teatro Documenti di Roma, è andato in scena fino al 26 aprile lo spettacolo LA DONNA DEL MARE di Henrik Ibsen con la regia di Rosario Tronnolone.

Dopo aver assistito alla sua rappresentazione, abbiamo incontrato Arianna Ninchi, l’interprete della protagonista, con cui abbiamo discusso della complessità dell’opera, non solo per il lavoro di adattamento dal testo originale ma anche per la prova attoriale che ha dovuto affrontare.

LA DONNA DEL MARE – di cosa parla l’opera di Ibsen

LA DONNA DEL MARE è un’opera teatrale in cinque atti di Henrik Ibsen, scritta nel 1888 e ambientata negli stessi anni in Norvegia : protagonista Ellida, moglie di seconde nozze del dottor Wange ma ancora legata a un uomo misterioso, di cui non si sa il nome e di cui Ellida sta aspettando il ritorno. L’uomo alla fine giungerà ed Ellida si troverà di fronte a una difficile scelta tra l’amore passionale e sconosciuto o l’amore coniugale e sicuro.

Al Teatro di Documenti lo spettacolo omonimo indaga la scelta di Ellida: seguire il richiamo dello Straniero o restare nella mediocrità della vita borghese e consumarsi nel rimpianto? “Come George Gray nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Ellida potrebbe dire di sé di essere come “una barca che anela al mare eppure lo teme”. – il regista Rosario Tronnolone“.

la donna del mare - una scena
la donna del mare – una scena con Marco Bellizzi

la donna del mare: la messa in scena

Leonardo Chiaventi (LC)

All’interno della tua recitazione, le pause svolgono un ruolo molto importante. Cosa rappresentano per te queste pause dapprima come attrice e poi anche per l’Ellida come personaggio? Questo spettacolo è poi dedicato a Eleonora Duse, l’attrice che più di tutti in Italia ha apprezzato questo dramma, in che modo avete deciso di raccogliere la sue eredità?

Arianna Ninchi (AN)

Bellissima domanda! Abbiamo lavorato molto con Rosario (Rosario Tronnolone, il regista) sul “non detto”, perché chiaramente in questo testo c’è tutto un lato simbolico che andava portato in scena.

È importante far emergere tutto quello che c’è tra le righe, i personaggi molto spesso dicono una cosa ma ne pensano un’altra.  Quindi, c’è stato questo lungo lavoro a tavolino di analisi del testo per cercare proprio di fare emergere proprio questo aspetto importantissimo. Attorialmente parlando, per me è stato impegnativo anche sotto questo punto di vista. Lo sappiamo, è difficile in scena tenere pause lunghe.  Ho cercato di crearmi tutto un percorso interiore per questo meraviglioso personaggio e spero di avere fatto passare quello che appunto le parole non dicono.

Ho ragionato anche su come respira lei. Per esempio, nel momento in cui si confida dapprima con Arnold e a seguire con il suo marito, in quella rivelazione, lei avrà delle difficoltà ad esprimersi; tutte le maree e le correnti che si è tenuta dentro vengono mostrare sulle pause che trattiene. Per questo il lavoro sul respiro è stato così fondamentale. Anche nelle scene con lo Straniero, l’idea era quella di perdersi nei suoi occhi, Il rapporto di grande fiducia che c’è stato con Marco Bellizzi ci ha proprio consentito di guardarci a lungo nei nostri occhi e di passarci l’energia per riuscire a tenere questi lunghi silenzi.

Rosario mi ha molto ben guidato, credo di poterlo dire proprio con certezza. Mi sono sentita proprio sostenuta in tutto. È difficile concedersi queste pause, mi hai parlato di Duse anche e chiaramente il suo nome è indissolubilmente legato a Ellida. Pare, infatti, che lei facesse in scena delle pause molto lunghe, minuti e minuti. Quindi immaginati come poteva essere. Il nostro adattamento è chiaramente una riduzione. sarebbe impossibile proporre spettacoli così lunghi oggi. Però ho cercato di immaginarmi Duse in silenzio per minuti e minuti. È stato un modello, irraggiungibile. che abbiamo tenuto presente.

LC – È difficilissimo mantenere l’attenzione del pubblico in quel momento.  Seguendo questa linea, si ha l’impressione che il ritmo della recitazione non sfoci mai nel nevrotico, per quanto per Elida vi sia una attesa dell’infinito così forte.  Sembra che il tuo personaggio contenga quasi una rabbia inespressa, non credi?

AN – Sì, proprio questa rabbia inespressa è stata una delle cose su cui mi ha chiesto di lavorare Rosario. Quella che lei ha vissuto e sfocia anche in meschinità, in frustrazioni nel suo quotidiano. Quindi queste frasi taglienti che lei rivolge al marito o anche a sé stessa sono proprio il frutto di questo sentimento.

È una rabbia che lei introietta e rende sua. Anche qui con Rosario abbiamo ragionato proprio per dare un po’ l’idea di Elida come altalenante, come percorsa dalle onde, che a volte la cullano, e quindi la recitazione prende un ritmo più lento, e altre invece la sconquassano. C’era proprio l’idea di rendere quasi anche musicalmente questi suoi passaggi; dall’essere fredda all’essere calda, che è quello che avviene con le correnti sotto l’acqua.

Chi è Arianna Ninchi?

LA DONNA DEL MARE - ninchi in scena
LA DONNA DEL MARE – Arianna Ninchi in scena con Stefano Licci

Studente di recitazione presso il DAMS di Bologna è stata poi diretta, tra gli altri, da suo padre, Arnaldo Ninchi, e da Piero Maccarinelli, Antonio Calenda, Ennio Coltorti, Gianfranco Calligarich, Anna Redi, Monica Nappo. Al cinema ha lavorato per Francesco Falaschi, Daniele Misischia, Filippo Bologna, Leonardo Pieraccioni, Stefano Mordini. Ha frequentato il corso di scrittura RAI ERI; scritto per la radio; adattato e tradotto per il teatro; pubblicato testi sulla tradizione attoriale della sua famiglia.

L’indagine ibseniana sul femminile

LC – Uno degli aspetti più difficili da rappresentare di Ellida è darle coerenza anche attraverso questi suoi aspetti apparentemente conflittuali.

AN – Sì, infatti. Si nota già dall’inizio, con il ​​discorso sulla libertà di scelta che Ellida recita sin dalle prime battute. È riuscita finalmente a trovare il coraggio di esprimere questo suo bisogno, che per troppi anni si è tenuta dentro di sé. Ellida possiede assolutamente una sua consapevolezza molto profonda. E quindi sì, come dici tu, c’è coerenza nel suo personaggio, ha dovuto solo trovare la forza di rivendicare la sua libertà di scegliere.

LC – Riprendo il ruolo che la rabbia ricopre, attraverso di lei sembra ritornare in maniera evidente il personaggio di Hedda Gabler, l’eroina ibseniana forse più consapevole della sua drammaturgia. Hedda Gabler è probabilmente il personaggio che ha capito più di tutti il sistema oppressivo in cui la donna imperversava, come tutt’ora accade ancora. Quanto invece Ellida ne è consapevole di questo?

AN – Allora, innanzitutto bisogna sottolineare che LA DONNA DEL MARE è stata scritta nel 1888 ed Hedda Gabler invece nel 1890, mentre Casa di bambola, la sua opera più nota, è del 1879. Noi abbiamo pensato come se tutte le protagoniste di questi testi fossero un po’ la stessa donna. Ibsen conduce un’indagine psicologica in quegli anni sulle figure femminili all’interno dei suoi lavori. La nostra sensazione è che Ellida sia molto moderna, non che le altre non lo siano, sono tutti testi protofemministi, però lei ha qualcosa di differente.

Quello che c’è di interessante è che trova il coraggio di fare questa dichiarazione, chiede questa libertà.  Ma la riflessione anche per noi donne di oggi, è che nel momento in cui tu la libertà la ottieni, che cosa ne fai? E quindi, è come se Ibsen fosse sempre in questa indagine della psicologia femminile e delle sue istanze.

Quando sfocia questa sua indagine in Hedda Gabler, forse decide un passo che non sappiamo se la nostra Elida farà. Con Rosario ci siamo detti, sì, lei sceglie di restare, ma domani che quale sarà la sua scelta?

Si butterà da uno scoglio? Sceglierà la morte? Non lo sappiamo, quindi l’indagine di Ibsen arriva a farle rivendicare la libertà di scelta e poi si ferma lì.

LC – Nora poi in Casa di Bambola quello spazio lo conquista, Ellida invece semplicemente lo chiede. E questa forse è una rivoluzione, tratta questa possibilità di scelta come ciò che naturalmente dovrebbe essere: un diritto.

AN -Sì, assolutamente.  E proprio questa è la rivoluzione, la pretesa di avere i diritti che rispettano alle donne. Tuttavia nella DONNA DEL MARE c’è anche il tema della responsabilità.  È come se Ellida ci stesse dicendo che ci sono tante forme di amore, non c’è solo l’amore passionale e romantico. Ma c’è anche l’amore mite e fraterno, è come se lei abbracciasse un po’ questa scelta di un amore mite, mettendo in secondo piano i propri bisogni e i propri desideri per riconoscere che ci sono i bisogni degli altri, della società da cui prima rifuggiva. Quindi, trova un posto infine in quella famiglia, dando spazio ai desideri degli altri e mettendo a tacere la propria passione profonda.  

la donna del mare – le scelte di scenografia

LC – La scenografia è molto interessante, appare quasi divisa in tre ambienti e sembra anche che la tua recitazione cambi in ognuno di questi; più ti avvicini al mare, più diventi sincera, più invece procedi dalla parte opposta, più diventi composta.
Come hai adattato la tua recitazione in rapporto all’ambiente che ti circonda?

AN È un discorso complesso. La casa è il luogo dove la figura patriarcale impone le sue scelte e quindi c’è un discorso di ipocrisia che entra in gioco. Elida è una brava donna di casa, accoglie gli ospiti ed è cordiale con chi deve esserlo.

E poi, quando si sposta all’ombra, già all’inizio, è come se dicesse: “Vieni, spostiamoci all’ombra, si sta bene qui, no?”. Ma quello è già il lato rivolto verso il mare aperto, con questa idea che il mare aperto sia oltre i fiordi. Oltre i fiordi c’è la profondità, mentre nella casa c’è la superficialità della terra.

Per tornare alla tua prima domanda, quei silenzi sono il modo in cui il testo fa capire che dentro di sé ha altri pensieri, ma non può esprimerli: nella casa c’è l’ipocrisia, c’è la superficie, che però lei odia. Quando invece va verso il mare, si concede completamente a sé stessa: riempie la sua vita e può essere sincera, profondamente passionale. C’è anche una dimensione spaziale importante: nel momento in cui lei vede, nei fiordi, il piroscafo americano che ha attraccato, c’è quel passaggio meraviglioso in cui pensa che andranno verso il mare, verso il mare aperto. E si gira dall’altra parte, come se i fiordi fossero il lato domestico, con questa idea di un abbraccio che soffoca e non lascia spazio al mare, che invece si trova dall’altra parte.

Per questo lei corre: proprio nella scena iniziale esce di casa e si avvia verso il mare. Andando verso il mare ritrova la sua sensualità e si dirige verso l’abbraccio che desidera davvero — non quello che imprigiona, ma quello della natura, dell’immensità, dell’infinito.

LC – Tornando sempre a un discorso più tecnico, se la tua voce durante lo spettacolo rimane sempre calma, forse lo strumento che hai usato di più per mostrare la fragilità del personaggio è il tuo corpo. Quest’ultimo tradisce una difficoltà veramente grande, a differenza del tono sempre pacato di Ellida. Come l’hai gestita in scena questa dicotomia?

AN -Esattamente così. Ellida l’abbiamo pensata come una figura in qualche modo menomata: essendo una creatura marina, vicina all’immaginario delle sirene, è come se fosse fuori dal suo elemento naturale. Mio marito la accoglie dicendo: “Ecco la mia sirena”, ma si tratta di una sirena costretta a vivere sulla terraferma. E quindi: come si muove?

Sicuramente avrà difficoltà nell’agire, nel compiere azioni, nel movimento stesso. È stato proprio un lavoro su questo aspetto, al di là delle onde, su un movimento completamente diverso tra la casa e il mare. Per questo la si vede acquistare agilità anche nella corsa, quasi nel volo verso lo straniero: è lì che ritrova il suo slancio vitale. In casa, invece, nello spazio piccolo del quotidiano, è come in incompleta: i suoi movimenti sono incerti, trattenuti. Mi sono quindi lasciata guidare da questa idea della sirena che, in uno spazio ristretto, perde sicurezza, mentre ritrova libertà e naturalezza quando torna al suo elemento. Non a caso va a nuotare tutti i giorni, con qualsiasi tempo.

Luca Manneschi e Rosario Tronnolone

LC – E gli altri personaggi?

Per quanto riguarda gli altri personaggi, mi piacerebbe nominarli tutti, perché si è creata una grande sintonia tra noi, quasi magicamente, fin dall’inizio della nostra collaborazione. È nata davvero una sorta di magia, e molti di coloro che hanno visto lo spettacolo ci scrivono dicendo che questa energia arriva chiaramente al pubblico.

Credo che questo sia merito anche di Rosario. Ho sicuramente la fortuna di lavorare con colleghi straordinari, ma lui ci ha messi completamente a nostro agio. E questo, secondo me, emerge: emerge nella libertà che ognuno di noi ha sentito, nel seguire le indicazioni, certo, ma anche nel poter fare proposte, portare idee, contribuire attivamente.

Rosario ha accolto tutto questo: a volte dicendo sì, a volte dicendo no, ma sempre all’interno di un grande abbraccio creativo. Ed è stato davvero meraviglioso lavorare con tutti loro.

LC –Come spettatore si ha l’idea di non esserlo solo, anche grazie alla struttura così particolare del teatro. Che ruolo svolge il pubblico all’interno della messa in scena? È possibile che impersonifichi quella società che tutto vede, da cui Ellida vorrebbe solo sfuggire?

AN -Fare questo spettacolo e portarlo lì, al Teatro di Documenti è stata un’esperienza unica. Io avevo già lavorato in quel luogo in piccole occasioni, per dei reading; una volta avevo fatto anche una matinée per le scuole. Ma ogni volta è una grande emozione. È un posto davvero speciale, quasi magico.

Lo spettacolo è dedicato a Eleonora Duse, e c’è stata questa coincidenza meravigliosa: il 21 aprile, giorno del nostro debutto, è anche la data della morte della Duse. Al di là di questa coincidenza, lei desiderava un suo teatro e lo immaginava tutto bianco; voleva uno spazio in cui la connessione tra pubblico e attori fosse favorita.

Per questo pensare che LA DONNA DEL MARE sia arrivata lì, non finita, ma arrivata, per me è una gioia enorme.

Quello che dici tu è verissimo. La sera della prima c’era gente proprio dietro la sdraio, dietro di me. E lì avviene la scena dell’addio allo straniero. È stata un’impressione incredibile: queste tre persone, che erano dietro allo straniero, si sono spostate, facendo capolino da dietro le sue spalle. In quel momento, in cui dovevo dirgli addio, è stato qualcosa di potentissimo, mai successo prima.

Era come se Ellida fosse improvvisamente di fronte a una comunità, quindi costretta, quasi forzata, ad assumersi pienamente la responsabilità della sua scelta finale.

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LA DONNA DEL MARE – CAST E DATI ARTISTICI

Di Henrik Ibsen
Regia Rosario Tronnolone

Con Arianna Ninchi, Marco Bellizi, Stefano Licci, Luca Manneschi, Rosario Tronnolone

DAL 21 AL 26 APRILE 2026

da martedì a venerdì ore 20.45, sabato e domenica ore 17.45

TEATRO DI DOCUMENTI
Via Nicola Zabaglia 42

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Leonardo Chiaventi

Laureato in archeologia alla Sapienza, vado nei teatri per capire quell' attualità che nei banchi di scuola non ho mai studiato. Scrivo per diletto con la speranza di farne un lavoro.