ISOLE D'ISTANTI @ Teatro Povero Monticchiello: il valore della comunità  al tempo dell'isolamento

Giunto alla 54° edizione, l’autodramma della gente di Monticchiello si è sapientemente confrontato con le regole del distanziamento e con le norme anti-Covid per accompagnare gli spettatori (o, meglio, i turisti) lungo un percorso fatto di Isole d’istanti che danno nome allo spettacolo. Tra le piazze ed i vicoli del paese, talvolta sconosciuti anche ai suoi storici frequentatori, gli abitanti del borgo, fiancheggiati da molte nuove leve, hanno saputo reinventarsi per non rinunciare allo spirito di quel teatro di comunità che vive dal 1967.

Per quanto complesso possa esserel’effetto di una pandemia mondiale su una comunità, seppur protetta dalle “dune” collinari della Val d’Orcia, la gente di Monticchiello ha sapientemente messo in scena la molteplicità di sentimenti e reazioni che possono scuotere anime e menti. 9 quadri per altrettanti angoli, tra più e meno noti del paese, in cui da ogni parte i monticchiellesi e i loro “colleghi” di paesi vicini hanno guidato i “turisti” (non chiamateli spettatori altrimenti si violano le norme anti-Covid) attraverso la loro storia, le loro paure ma soprattutto attraverso le loro speranze. Perché mai come quest’anno abbiamo respirato un desiderio così vivido di superare i limiti che ci vengono imposti. Partendo dalla lunga tradizione contadina che ha forgiato la bellezza d’intorno, qua si cerca un nuovo confine perché “oltre l’orizzonte c’è sempre un altro orizzonte” e la fragilità, che questo anno ci ha ricordato, non è che un’opportunità.

Pertanto la torre delle mura medievali, tornata pubblica dopo tanti anni, originaria protagonista dell’autodramma 2020, è rimasta saldamente svettante al suo posto e intorno lo spettacolo è mutato con sapienza ed ingegno. La torre è infatti diventata luogo di rifugio per due giovani promessi sposi nella solitudine della notte, è risorsa condivisa dove poter installare un orto di comunità per evitare tediose file al supermercato, è financo oggetto di potenziali speculazioni per finanziarie di dubbia moralità. Ma lo sguardo con cui ci si rivolge alla sua mole massiccia è oramai permeato dallo stravolgimento emotivo post-pandemico. Pertanto gli amanti sono costretti a ritrovarsi di notte in solitudine perché con le sue responsabilità il mondo esterno, fuori dalle rassicuranti mura domestiche, adesso fa paura. Allo stesso modo l’orto condiviso può garantire nuova vita ad una tradizione agricola che ha saputo salvaguardare molti in tempo di isolamento. E se la conseguente crisi economica richiede nuove risorse, ecco che l’alta finanza inizia a scorgere nuove opportunità di investimento, ostacolate solamente dalla, a nostro avviso lungimirante, testardaggine dei valdorciani.

Quel che importa è che si possa sempre continuare a vedere la torre con gli occhi di quel bambino che dal podere dove lavora con il padre si mette ad adorarla perché rappresenta per lui quel nuovo orizzonte che il suo severo ma affezionato maestro di campagna lo sprona a raggiungere. Se saprà mettere a frutto l’impegno nello studio, sarà in grado di sentirsi finalmente parte di quella comunità alla quale si sente estraneo, saprà difendersi al cospetto di quei padroni che si rifiutano di rispondere al grido d’aiuto dei loro lavoranti in tempo di malattia e magari saprà comprendere quando snocciolare leggi e decreti è solo una via per fuggire biecamente alle proprie responsabilità. Senza contare che, se siamo rispettosi delle norme quando sono restrittive, perché non dovremmo esserlo anche quando concedono nuovi diritti? Limitarsi a decretare che parlare, recitare o suonare è rischioso, significa negare la possibilità che l’arte cambi forma, significa negarne la valenza semantica.

E allora, nella nostra capacità di adattamento e mutamento ci possiamo permettere di ridefinirci spettatori per seguire la neo-ricostituita banda del paese, che nonostante tutto non può rinunciare all’omaggio per un compagno d’avventura scomparso, per poi finire in quella raccolta e, stavolta, così malinconica Piazza della Commenda, usuale scenografia dell’autodramma. Oramai il pubblico tradizionale non può più occupare le sedie come un tempo e l’attrice è costretta a rivolgersi ad una sedia vuota tra nostalgia per un percorso lungo 54 anni e caparbietà per un futuro che ci deve essere e nel quale noi, insieme ai monticchiellesi, crediamo fermamente. A patto che nello smarrimento e nell’isolamento che ci tiene distanti saremo capaci di ripartire da singoli istanti per ricostruire una vita che possiamo davvero immaginare meravigliosa se comunque, alla fine, riusciamo a varcare quella porta di uscita dalla piazza come ogni anno.

La dinamicità con cui gli attori hanno saputo destreggiarsi, proponendo salti non solo spaziali ma anche temporali, con conseguente cambio di atmosfera, costumi, scenografie, spesso aiutati anche dalle architetture del paese, ci ha permesso di godere abbondantemente dello spettacolo in cui la dimensione umana resta preponderante. Il teatro pertanto è in grado di affascinarci e di coinvolgerci, particolarmente quest’anno, perché si profila ancor di più come elemento di inclusione, forgiando scene e sceneggiature intorno a coloro che, magari per problemi di deambulazione o di memoria, non riescono a spostarsi o a memorizzare un copione e possono partecipare solamente affacciati alle loro finestre con le battute sotto gli occhi. Solo finché l’autodramma manterrà intatti questi sentimenti e questi valori che rinsaldano la comunità, sapremo che non potremo uscire delusi. Una volta riconquistata la realtà ed abbandonata la finzione comprendiamo che la gente di Monticchiello ha saputo mostrarci la strada per non soccombere: cercare nuove definizioni e ridisegnare i confini dell’immaginazione. Se non vengono più solo per mangiare, allora i turisti diventano anche un po’ spettatori per cui gli spettatori "vecchio stampo" non costituiscono più un Cavallo di Troia. Semmai dovremmo fare attenzione ai Trojan Horse che infestano i nostri dispositivi informatici mentre i sindaci si esercitano alle dirette Facebook e gli studenti passano dal banco al desktop.

Con un sorprendente sguardo analitico sul mondo, a partire dal dialetto capace di declinare argutamente le varie tipologie di fango, i valdorciani dimostrano che si possono ridefinire ruoli e rapporti pur mantenendo vivo lo spirito della comunità, madre di questo Teatro che si merita l’iniziale maiuscola. E mentre l’attrice in chiusura ci ringrazia sommessamente all’uscita dal portone, capiamo che siamo noi in ultima istanza a dover ringraziare di esserci stati, fortunati testimoni del futuro dell’autodramma.

Info

ISOLE D'ISTANTI

autodramma della gente di Monticchiello

foto Emiliano Migliorucci

Borgo di Monticchiello (SI), domenica 9 agosto 2020

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