MARCINELLE – STORIE DI MINATORI @ Spazio Diamante: “Il buio che si vede qua sotto è diverso da quando chiudi gli occhi”

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Ariele Vincenti presenta “Marcinelle – Storie di minatori” allo Spazio Diamante di Roma, dopo averlo già portato nella formula delle matinée per le scuole a Spazio Rossellini. 

Lo spettacolo rievoca uno dei più gravi incidenti sul lavoro della storia e una una storia che ha segnato l’esperienza dell’emigrazione italiana all’estero. Con una scrittura attenta e fedele ai fatti, la pièce ci restituisce un’atmosfera di tragedia imminente in assetto realistico in cui si sommano le voci di donne e le le vicende di umili minatori, storie di emigrazione che risuonano ancora attuali in un’Italia divenuta meta di nuovi emigranti.    

Marcinelle, lo spettacolo su uno dei più gravi incidenti sul lavoro – Belgio, 1956

Loo spettacolo vuole riportare, con aderenza ai fatti, il disastro di Marcinelle avvenuto nella città belga l’8 agosto 1956, un avvenimento catastrofico che si delineerà come uno dei più gravi incidenti sul lavoro: il terzo per numero di vittime tra gli immigrati italiani all’estero. 

Il Bois du Cazier, la miniera di carbone che fa da teatro a questa ecatombe, si incendiò a causa dell’alta pressione della combustione d’olio, innescata da una scintilla elettrica. L’incendio si sviluppò all’inizio nel condotto dell’aria, riempiendo di fumo tutto l’impianto sotterraneo e provocando la morte di 262 persone, di cui 136 immigrati italiani. 

Una luce rossa per inquadrare la tragedia dei minatori di Marcinelle

Appena si entra in sala la prima impressione è quella di due forze in lotta: la scenografia si presenta a sipario aperto come una struttura scomponibile di cubi cavi, arrugginiti, illuminati da una luce rossa che provoca un certo senso di gravità e inquietudine.

Dall’altro lato, il pubblico in sala chiacchiera, attende l’inizio dello spettacolo che comincerà con qualche minuto di ritardo, per fortuna degli ultimi ritardatari che aspettando di ritirare il biglietto. La musica pop che riempie l’attesa, la leggerezza delle chiacchiere tra amici che si sono ritrovati a teatro contrastano con quell’atmosfera di tragedia, e la amplificano. 

Lo spettacolo inizia: quattro attori vestiti di nero sfilano davanti alla struttura metallica e iniziano a vestirsi, entrano nei personaggi e fanno entrare noi nella storia. 

Il testo si preannuncia da subito come la scrittura attenta e fedele ai fatti, e si capisce da subito il lavoro di ricerca e di documentazione compiuto da Ariele Vincenti, regista e autore, che interpreta anche uno dei personaggi. 

La trama – quattro storie di umili minatori

Sono quattro storie di lavoratori italiani umili, provenienti dai quattro angoli della penisola, che vengono a scoprire della possibilità di trasferirsi in Belgio per lavorare nelle miniere. Si tratta del Protocollo italo-belga firmato nel 1946, che prevedeva l’invio di 50000 lavoratori italiani in cambio di carbone. 

A questo punto l’atmosfera è carica di speranza, perché ai volontari si prospetta un futuro molto più roseo di quello che vedono in Italia: ferie pagate, alloggi comodi e dignitosi, viaggio in treno a carico del datore di lavoro. Sarebbe da stupidi farsi sfuggire questa occasione, specialmente se si vive in un Paese devastato dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, senza prospettive, con la fatica e la fame che riempiono la vita quotidiana. 

Non è una scelta facile. Bisogna lasciare indietro le madri, le giovani mogli incinte, anche se già si organizza la possibilità di farle arrivare a Marcinelle una volta che i mariti si sono stabiliti. 

La relazione tra i quattro attori in scena (Francesco Cassibba, Giacomo Rasetti, Vincenzo Tosetto, Ariele Vincenti) crea una sinergia attoriale forte, in cui ognuno riesce a presentare il proprio personaggio e la sua relativa storia arrivando a suscitare un interesse, da parte dello spettatore, che non ci mette molto a diventare affetto.

La messa in scena di MARCINELLE costruita da Ariele Vincenti

L’impianto drammaturgico è tradizionale, perché dispone un assetto realistico. E’ giusto così. Vincenti, nel raccontare questa storia, vuole da subito renderci consapevoli che è un fatto realmente accaduto, ma che soprattutto è accaduto a quattro uomini comuni, affatto diversi da come sarebbero potuto essere i nostri nonni. Questo realismo non vuole proiettarci nella direzione di pretesa innovazione artistica, ma cerca (riuscendoci) di portarci in una sfera del familiare, del conosciuto, mettendo la storia e i suoi protagonisti su un piano di empatia.

Il tema dell’immigrazione italiana in Belgio

Inoltre, in modo molto intelligente lo spettacolo fa spazio ai temi dell’immigrazione. Si parla infatti di false promesse, fatte a gente al culmine della disperazione, che poi non furono in alcun modo mantenute: gli alloggi per i lavoratori erano ex campi di concentramento, in cui i minatori e le loro famiglie erano costretti a vivere ammassati in condizioni tutt’altro che dignitose. 

Il punto più basso, che provoca una vera fitta al cuore durante la visione, viene rappresentato in una scena in cui i protagonisti si stanno preparando per passare una serata libera in città. I quattro mettono gli abiti buoni, cercano di tenere alto l’orgoglio della patria esibendo calzature italiane, scherzano come farebbe qualsiasi gruppo di amici prima di una bella serata; ma giunti al locale, la realtà di come vengono trattati gli immigrati si fa freddo e desolante. Un cartello dice “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

Voci di donna nel dramma di Marcinelle

Le quattro storie che sommano l’esperienza generale delle vittime della Bois du Cazier sono piccole gemme, legate come in una collana dalla performance di Sarah Nicolucci, la quale interpreta due moglie, rispettivamente abruzzese e veneta, la madre catanese di Calogero (Francesco Cassibba), minatore fissato con Domenico Modugno, ma anche per un breve istante l’ufficiale che “accoglie” i minatori alla stazione e li conduce alla miniera. 

Si tratta di una presenza costante, che nel suo essere liminale crea una coesione all’interno del gruppo di interpreti, e si fa voce unica e compatta di tutte quelle donne che avevano lasciato i propri figli, mariti e fratelli alla stazione, senza sapere che non li avrebbero mai più visti. Nicolucci passa da un personaggio all’altro, da una dialetto all’altro con la facilità degli acrobati, e non risulta mai didascalica o banale, riesce a cogliere delle sfumature in ogni storie da restituire al pubblico con una forma diversa.

La miniera scomponibile al centro della scenografia di Ariele Vincenti

La scenografia (Alessandro Chiti) diventa il fulcro narrativo della vicenda. Non fa mai solo da sfondo, è elaborata, montabile a seconda delle esigenze dell’ambientazione: è il treno che trasporta i minatori in Belgio, riducendoli col passare dei giorni al pari dei carri da bestiame. è la miniera, che si costruisce mentre viene rappresentato l’arrivo di Giuseppe, operaio della campagna veronese: pezzo dopo pezzo, gli attori costruiscono l’ascensore che li cala nelle miniere, e risuona dei colpi di martello delle dure ore di lavoro.

 Il momento più suggestivo è l’improvviso buio in sala che lentamente fa scendere lo spettatore nelle profondità della terra, dove l’unica fonte di luce proviene dagli elmetti dei lavoratori, pigiati nei cubi come i canarini nelle gabbie di cui si servivano per segnalare rapidamente le fughe di gas tossici nei cunicoli. 

La scelta di materiali che fanno un rumore assordante quando vengono maneggiati dagli interpreti rende volutamente difficile riuscire a sentire cosa dicono, simulando un ambiente di lavoro impietoso anche per il pubblico in sala. L’esito della sinergia di scene e regia è felicissimo, e dimostra una collaborazione impeccabile tra mestieri differenti che viaggiano sullo stesso binario e verso la stessa destinazione. 

E poi il silenzio: Marcienelle, perché parlarne ancora?

Marcinelle è uno spettacolo che risulta accessibile a tutti per la volontà di raccontare una storia che ha segnato l’esperienza dell’emigrazione italiana all’estero, ma di cui non si sente parlare. È uno scavare nella memoria, nelle testimonianze e nel dolore che non vuole mettersi sul piedistallo, ma che anzi sfrutta l’arsenale attoriale in tutte le sue inequivocabili competenze e capacità espressive. 

 È uno spettacolo importante perché dimostra di saper unire l’informazione alla volontà di entrare in contatto con lo spettatore, e lo spinge a riflettere su temi come la migrazione a partire da esperienze che può aver incrociato nella sua vita – magari come quelle dei propri nonni. 

In un’Italia che si fa sempre più ostile all’accoglienza dell’altro, e in un momento storico in cui la precarietà lavorativa e l’incertezza per il futuro si fanno spaventosamente sempre più rumorose, forse basta volgere lo sguardo al passato per rendersi conto che la storia insegna sempre – anche quando abbiamo smesso di studiarla da un pezzo. 

MARCINELLE, STORIE DI MINATORI – cast e dati artistici

scritto e diretto da ARIELE VINCENTI

produzione Alt Academy Produzioni e Teatro Stabile D’Abruzzo

FRANCESCO CASSIBBA | SARAH NICOLUCCI | GIACOMO RASETTI | VINCENZO TOSETTO | ARIELE VINCENTI

SPAZIO DIAMANTE (sala black)

3-8 marzo

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