Uno spettacolo dall’anima drammaturgica delicata e poetica: LADY D, La Palpebra di Dio arricchisce il già vasto cartellone dello Spazio Diamante di Roma con un monologo intimistico scritto da Cesare Catà, interpretato da Paola Giorgi e prodotto da Bottega Teatro Marche già andato in scena in passato al Brancaccino di Roma.
Un monologo qualitativamente valido e vagamente rischioso, per via dell’ingombrante personaggio storico posto al centro della narrazione e… della scena.
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D LA PRINCIPESSA DIANA E LA PALPEBRA DI DIO: Diana eroina tragica
Diana Spencer, Lady D è infatti al centro dello spettacolo, al centro del palco, sdraiata a terra nel buio della sala, nel buio della morte appena avvenuta.
Si anima e parla, si anima e racconta, si anima e soffre. Perché, come un’eroina tragica, anche Lady D è destinata alla sofferenza, in analogia con altre figure mitiche richiamate durante la pièce — Antigone, Diana, Medea, Arianna — da una voce registrata che, di tanto in tanto, dialoga con la protagonista spezzando il flusso del monologo.
Gli innesti vocali risultano pertinenti, soprattutto nelle analogie con le vicende di Diana; avremmo forse suggerito l’inserimento anche della figura di Alcesti nelle parti più struggenti legate ai figli:
«…E, ti prego, fa' che non muoiano prima del tempo, com'è toccato a me, loro madre, ma che felici vivano un’intera e lieta esistenza nella terra del padre.»

La Diana di Paola Giorgi, alla disperata ricerca di un abbraccio
Alla Lady D consapevole della propria morte manca la sua famiglia; la sua anima agogna disperatamente un abbraccio, ricorda con ironia la sua fama, richiama l’attenzione dei figli quando la “Palpebra di Dio” — metafora suggestiva ideata da Cesare Catà per esprimere i momenti di interazione visiva immaginaria fra i figli e la Madre, — si apre e i figli sembrano rivolgersi a lei in un falso e amaro dialogo che si fa monologo.
È qui che Paola Giorgi dà il meglio di sé: quando, distesa sul pavimento, restituisce la profondità della disperazione dell’abbandono, lo stesso che la Principessa del Popolo ha sofferto per tutta la vita. Il distacco dal mondo, così come dalla propria innocenza e dalla normalità della vita. E anche, in fondo, la disperazione di non essere più “vista”: non come presenza mediatica, ma nella sua dimensione più autenticamente umana.
Ci vuole molta delicatezza per affrontare un personaggio simile, e la Giorgi la possiede. La Diana in scena è dentro di lei: la coccola, la protegge anche da noi spettatori e poi ce la offre quasi come un’anima vagamente dantesca, venuta a spiegare a noi — spettatori consapevoli — quale sia stato il suo destino, quali le sue presunte colpe, quali i suoi tormenti in un memoriale post-mortem a tratti più amaro che triste.
Lady D, oltre il Brand
Noi sappiamo già tutto, anche del suo futuro dopo la morte. E sembra saperlo anche lei quando afferma, con amarezza:
«Dicono che sono diventata un brand!»
Una frase che colpisce profondamente, forse al pari di altri passaggi dello spettacolo, perché proietta Lady D oltre la sua stessa temporalità.

LADY D: LA PALPEBRA DI DIO, lo spazio Diamante intimo e perfetto
Il monologo si avvale di una sala perfetta per la messa in scena: la Sala Black del Diamante, intima e quasi nascosta rispetto alla Sala White, dove in questi giorni è in scena Marcinelle.
Qui siamo solo noi e Lady D, che si confessa anche un po’: parte dalla fine, dall’incidente, e risale indietro nel tempo fino al momento dell’incontro con Carlo.
La regia di Moretti è minima e si esprime solo con luci e innesti vocali, lasciando spazio al testo.
Gli archetipi della figura di Diana emergono qui con chiarezza: l’amore negato, il matrimonio infelice, i figli, la pena. I disturbi alimentari, il rapporto difficile con i Windsor — un filo di rabbia corre sulle labbra della Giorgi ogni volta che li nomina — e con la Regina ed il generale disinteresse per la sua condizione:
“La mia anima non rientra negli interessi del regno”.
LADY D, la donna solo fragile
Quello che emerge è il ritratto di una donna estremamente fragile, quale Diana certamente era, ma non al contempo anche la Lady D volitiva e iconica, la donna determinata nelle sue battaglie (qui citate ma lasciate in secondo piano), quanto piuttosto una figura che sembra sintetizzare il proprio destino nella frase:
«Il carattere muta il destino.»
La Giorgi gioca poco con la fisicità di Diana: non cerca forzatamente di somigliarle nella gestualità o nel volto, come avvenuto in molte recenti produzioni televisive e teatrali. La parrucca richiama il taglio degli ultimi giorni della Principessa; il vestito — giacca e pantalone — è bianco, immacolato, senza traccia di sangue (forse lo avremmo voluto vedere? forse), senza dunque segni di umanità, ma già trasfigurato nell’Al di là.
Bianco nel nero della scena. Bianco come l’anima, una volta compiuto il passo nella morte.
Al netto di alcuni comprensibili problemi di dialogo fra l’attrice e le voci registrate tipiche delle Prime, e di qualche momento di lieve calo — forse dovuto anche alla densità della drammaturgia e alla sua cifra poetica — lo spettacolo appare come una buona idea messa in scena con mezzi volutamente minimi.
Un lavoro che potrebbe crescere e strutturarsi ulteriormente, uscire da quella dimensione quasi “fetale” e intimista vista in scena per aprirsi a ulteriori elementi registici — per esempio video o musiche — capaci di offrire nuovi appigli mnemonici e scenici all’attrice, che comunque risulta all’altezza del ruolo, sempre in bilico fra la tentazione di trattenere il personaggio dentro di sé e il rischio di esserne risucchiata.
Consolati: non riuscirai con le lacrime
a riportare sulla terra i defunti.
Anche i figli degli dei
scompaiono nelle tenebre della morte.
Alcesti ci era molto cara quando era in mezzo a noi,
ci sarà cara anche da morta.
D LA PRINCIPESSA DIANA E LA PALPEBRA DI DIO – cast e dati artistici
produzione Bottega Teatro Marche
PAOLA GIORGI
diretto da LUIGI MORETTI
di Cesare Catà | Paola Giorgi
Sonia Barbadoro voce di Elisabetta II | Giovanni Moschella voce del Principe Carlo
musiche eseguite da Maria Chiara Orlando
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