Con la proclamazione dei vincitori si è conclusa l’Ottantaduesima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia che ha catalizzato l’interesse dei cinefili e degli addetti ai lavori dal 27 agosto al 6 settembre. I 21 film in gara sono stati visionati e valutati da una prestigiosa giuria presieduta da Alexander Payne e composta da Stephane Brizé, Maura Delpero, Cristian Mungiu, Mohammad Rasoulof, Fernanda Torres e Zhao Teo.
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VENEZIA 82: i sentimenti sopra a tutto
Questa edizione si è contraddistinta per le scelte coraggiose della giuria a partire dalla proclamazione dei due premi più importanti. Il Leone d’Oro per il miglior film è andato a FATHER MOTHER SISTER BROTHER di Jim Jarmusch, una sorprendente storia di introspezione familiare in una tinta emotiva tra l’ironico e il malinconico in tre atti ambientata tra New Jersey, Dublino e Parigi. Il Leone d’Argento, invece, è andato al film THE VOICE OF HIND RAJAB della regista e sceneggiatrice tunisina Kawthar ibn Haniyya, che ripercorre la vicenda dell’assassinio di Hind Rajab, una bambina palestinese di cinque anni, intrappolata in un’auto con la sua famiglia sotto il fuoco dei carri armati israeliani. La bambina, unica sopravvissuta inizialmente, parlò per minuti al telefono con gli operatori della Mezzaluna Rossa chiedendo aiuto, prima di essere uccisa. L’audio originale di quella chiamata è parte centrale della pellicola.
Il cinema dell’intimità: Jarmusch e la poetica familiare

Con il suo film Jim Jarmusch torna alla cifra stilistica che più gli appartiene: tempi dilatati, silenzi densi, piccoli gesti quotidiani che diventano rivelatori. Tre episodi, in luoghi diversi che servono al regista per raccontare padri, madri, fratelli e sorelle come specchi delle fragilità umana. Quello di Jarmusch è un cinema contemplativo, che si richiude all’interno, quasi ascetico, che non cerca lo scontro con l’attualità ma si rifugia in un universalismo poetico. Un Leone d’Oro, questo, che sembra celebrare la continuità e la purezza dell’arte cinematografica.
Il cinema dell’urgenza civile: ibn Haniyya e la voce della guerra

THE VOICE OF HIND RAJAB ha sicuramente scosso il Lido come pochi film negli ultimi anni. Il film mescola documentario, dramma e testimonianza diretta in un modo particolarmente toccante. L’accoglienza è stata straordinaria: oltre 20 minuti di standing ovation e l’accensione di un dibattito inevitabilmente alimentato dalle notizie provenienti dalla Palestina. Secondo molti commentatori, il mancato Leone d’oro potrebbe essere stata una scelta politica: Il premio veneziano più prestigioso avrebbe ulteriormente messo in evidenza il dramma palestinese e, soprattutto, sarebbe stato visto come una presa di posizione ufficiale del Festival.
Arte o testimonianza. Verità o finzione
Queste due pellicole riassumono in loro i dilemmi da sempre presenti nel cinema, o meglio nell’arte della rappresentazione. Nello specifico, il confronto tra i due film va oltre i linguaggi ponendo una questione dalla dimensione più profonda. Da un lato, il cinema di Jarmusch che sublima il quotidiano e ne custodisce l’intimità; dall’altro, il cinema che si fa documento, che porta la realtà, e il dolore che ne consegue, dentro la sala. I fatti ci dicono che la giuria ha scelto la via dell’intimità, premiando la continuità di un autore consolidato, ma è indubbio che il film che resterà come segno del presente, quello che ho obbligato il pubblico a guardare negli occhi il dramma palestinese è THE VOICE OF HIND RAJAB.
Registi, attori e narrazioni
Il Leone d’Argento per la regia è andato a Benny Safdie, giovane filmmaker e attore statunitense per il suo THE SMASHING MACHINE, drammatica biografia dell’ex campione MMA Mark Kerr, mentre la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è stata conquistata con merito da Toni Servillo protagonista del film LA GRAZIA di Paolo Sorrentino, film questo, molto apprezzato dalla critica. La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è invece andata nelle mani di Xin Zhilei attrice nel film THE SUN RISES ON US ALL di Cai Shangjun, storia di due ex amanti che si rincontrano dopo tanti anni tra rimorsi e un disperato tentativo di redenzione. Il Premio per la migliore sceneggiatura è andato a Valerie Donzelli e Gilles Marchand per À PIED D’ŒUVRE, una riflessione riguardo alla precarietà, alle rinunce e alla creatività, mentre il documentario poetico SOTTO LE NUVOLE di Gianfranco Rosi si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria
ORIZZONTI: nuovi sguardi e voci emergenti
Il Premio al miglior film della categoria è andato a EN EL CAMINO del regista messicano David Pablos che si concentra in un viaggio fisico ed esistenziale attraverso il Messico contemporaneo. Il film è stato premiato per la sua capacità di coniugare impegno sociale e il lirismo cinematografico, in quanto, non si limita a denunciare la violenza e le fratture del presente, ma le trasfigura in un racconto poetico, dove ogni passo diventa gesto di resistenza. Anuparna Roy si è aggiudicata il Premio per la Migliore Regia per il film SONGS OF FORGOTTEN TREES, prima regista indiana a vincere in questa sezione. Premiati anche come migliori interpretazioni femminili e maschili rispettivamente Benedetta Porcaroli per IL RAPIMENTO DI ARABELLA e Giacomo Covi per UN ANNO DI SCUOLA. Da segnalare inoltre l’assegnazione dell’11^ Premio Internazionale Carlo Lizzani, riconoscimento collaterale alla Mostra del Cinema al film di Bonifacio Angius CONFITEOR – COME SCOPII CHE NON AVREI FATTO LA RIVOLUZIONE.
Conclusioni
I film, i registi e gli attori premiati in questa edizione della kermesse veneziana stanno a dimostrare, con il loro lavoro, che il cinema è ancora vivo e riveste una posizione di primo piano per la lettura e l’interpretazione della contemporaneità. In un panorama mondiale destabilizzato dalla ricerca di nuovi equilibri, la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia dimostra ancora una volta di saper condensare tensione estetica e coscienza civile, creando in tal modo, uno spazio libero di dibattito dove l’interiorità umana si possa aprire nella lettura di un presente quanto mai incerto.


