Una passeggiata artica di Flavio Stroppini @Ediciclo: attraversare il bianco per ritrovare la misura

In Una passeggiata artica (Ediciclo, 2025) Flavio Stroppini racconta trenta giorni trascorsi oltre il sessantottesimo parallelo nord, a bordo della nave Manguier, tra banchisa, silenzio e solitudine. Un testo sospeso tra diario di viaggio e riflessione intima, che interroga il senso dello stare al mondo, del raccontare e dell’abitare un luogo estremo. Un’esperienza personale estrema tra le difficoltà personali e il riscoprire sé stessi

Una Passeggiata Artica: trenta giorni di vita reale

Per trenta giorni Flavio Stroppini vive in Groenlandia occidentale, ospite di una residenza artistica a bordo del Manguier, una piccola nave arenata nella banchisa. Ogni giorno cammina per ore nel paesaggio artico, seguendo direzioni più che itinerari, guidato da inuksuit, leggende inuit, segnali naturali e dal proprio corpo messo alla prova dal freddo estremo. Il racconto alterna l’esperienza delle passeggiate solitarie nel bianco accompagnato dal solo bastone Tuk che gli permette di capire quale direzione prendere, a momenti di vita sulla nave, riflessioni sulla scrittura, sulla crisi creativa, sulla percezione del tempo e sull’illusione del controllo. L’Artico diventa così uno spazio mentale prima ancora che geografico: un luogo che costringe a stare nel presente e a fare i conti con i propri limiti. Il presente è la sla cosa che conta e tutti il resto del mondo è distante e distaccato.

Una passeggiata Artica: il racconto personale e vero

Una passeggiata artica è un’opera narrativa ibrida, a metà strada tra diario di viaggio, taccuino di appunti e riflessione esistenziale. Non è un racconto di esplorazione né un testo avventuroso in senso classico: Stroppini sceglie di concentrarsi sull’esperienza minuta del camminare, dell’attendere, del percepire. Il tempo del libro coincide con quello della permanenza artica (2022–2023), ma la scrittura procede per frammenti, datata come un diario, senza costruire una progressione narrativa tradizionale.

I temi centrali sono la solitudine, la crisi dell’autore, il rapporto tra corpo e ambiente estremo, la fragilità dell’essere umano di fronte a una natura che non concede mediazioni. Un’avventura senza telefoni, internet, rapporti umani in senso stretto come li intendiamo nella vita di tutti i giorni. L’Artico non è mai addomesticato né idealizzato: è uno spazio che disorienta, che genera allucinazioni, che costringe a rinunciare alla programmazione e a vivere nel presente assoluto. In questo senso, il libro dialoga con una forma di presente alternato a momenti precedenti al viaggio dove ci racconta di lui e della sua famiglia, del suo lavoro.

Lo stile è volutamente asciutto: frasi brevi, aggettivi misurati. Stroppini lavora per sottrazione, affidando alla precisione descrittiva il compito di restituire un’esperienza essenzialmente sensoriale. Il risultato è una prosa che evita il romanzo facile e punta a una forma di onestà narrativa, lasciando al lettore lo spazio per ricostruire immagini e sensazioni. Anche la struttura frammentaria contribuisce a questa scelta: il testo non spiega, non chiude, non consola, ma accompagna.

Una Passeggiata artica: siamo nell’artico con l’autore.

Una passeggiata artica è un libro breve ma denso, che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto. Non è una lettura “facile” nel senso dell’intrattenimento, ma è accessibile nella lingua e nella costruzione. Procede lentamente, come il cammino che racconta, e chiede al lettore di accettare pause, silenzi, ripetizioni. Il suo punto di forza è la coerenza tra forma e contenuto: la scrittura rispecchia l’esperienza vissuta, senza cercare scorciatoie narrative.

Il libro non offre risposte né rivelazioni definitive, ma restituisce una misura diversa del tempo e dello spazio, mettendo in crisi l’idea occidentale di controllo e produttività. Colpisce la capacità di Stroppini di non trasformare l’esperienza estrema in confessione o autocelebrazione, mantenendo sempre una distanza critica dal proprio io narrante. È una lettura consigliata a chi ama i testi di viaggio non convenzionali e a chi è interessato a una riflessione sul senso del raccontare oggi. Un libro che non grida, ma resta. Un libro che lascia alcune domande al lettore, le stesse che ho sentito il bisogno di porre all’autore stesso e che vi riporto nella mia breve intervista.

Scopro così che questo libro è solo l’ultimo punto di arrivo di un progetto ben più ampio come ci racconta l’autore stesso.

Una passeggiata artica: intervista a Flavio Stroppini

D: C’è qualcosa che ha scelto deliberatamente di non raccontare per non tradire l’esperienza?

F. S.: Del progetto artico non fa parte solo la pubblicazione, ma anche una serie di altre narrazioni su media diversi. Mentre ero arenato nella banchisa ho realizzato un podcast “Diary from elsewhere” (ascolta qui) in 3 episodi e “Vivere in Paradiso”, un audiodocumentario per la Radiotelevisione Svizzera Italiana (ascolta qui). Tornato, grazie a un progetto sostenuto dalla Fondazione Pro Helvetia, ho conversato con uno storico (Pietro Montorfani) per cercare un equilibrio tra narrazione e realtà. Le conversazioni sono state pubblicate in eBook da Gabriele Capelli Editore (leggi qua gratuitamente). Del 2024 la realizzazione di uno spettacolo teatrale a tema “crisi climatica” dal titolo Qivittoq (info). Ogni prodotto racconta un punto di vista diverso l’esperienza che ho vissuto. Il mio obiettivo era quello di costruire una geografia di storie più che una storia singola. “Una passeggiata artica” è l’ultima tappa di questo viaggio. Per scriverla ho cercato di non sovrapporre le stesse storie. Cosa non ho raccontato? Probabilmente quel che non ritenevo interessante o che oltrepassasse il confine, molto ampio, che mi sono dato tra pubblico e privato. “Una passeggiata artica” non doveva essere una confessione ma uno scambio di esperienze con il lettore.

D: Il testo sembra muoversi tra diario, riflessione e appunto mentale. Quanto è stato “scritto sul momento” e quanto rielaborato a distanza di tempo?

F. S.: Nel mio girovagare sulla banchisa non potevo prendere appunti. Il freddo mi gela le mani. Avrei potuto registrare delle frasi ma le batterie del microfono duravano veramente poco. Camminando cercavo di tenere a mente le immagini e i pensieri. Tornato sul Manguier, la piccola nave che mi ospitava, una volta riportato il freddo a livello sopportabile, scrivevo sul libretto degli appunti tutto quello che mi passava per la testa. Più tardi provavo a ordinare il discorso su due canali. Da una parte quello “descrittivo” e dall’altra quello “dei pensieri”. Nel periodo di allestimento dello spettacolo teatrale ho iniziato a rimettere mano al materiale. C’era una geografia comunque disordinata ma con il tempo ho scoperto dei sentieri da percorrere. Grazie all’editore (Ediciclo) ho potuto lavorare con una editor molto brava. Lorenza Stroppa mi ha aiutato a rendere fluida la passeggiata e a scavare in alcuni ricordi solo accennati. Potrei dire che dall’Artico ho portato uno scheletro, tendini e qualche muscolo e nel corso degli ultimi due anni ci ho aggiunto quel che mancava e un po’ di grasso.

D: Le esperienze totalizzanti sono spesso difficili da trasmettere a chi non le ha vissute. Scrivendo questo libro, come ha cercato di colmare (o accettare) l’impossibilità di far comprendere pienamente l’esperienza artica al lettore?

F. S.: L’Artico è stata per me un’esperienza sensoriale. Cosa che è molto complicata da “mettere su pagina”. Per renderla il più vicina possibile alla realtà mi sono affidato a una scrittura scarna e il più precisa possibile. Poche subordinate, aggettivi necessari e poche metafore. Dovevo cercare le parole giuste per semplicemente descrivere quel che vivevo. Rileggendo la pubblicazione ogni tanto penso a come il lettore possa ricostruire quei momenti, quelle sensazioni… Immagino siano diverse da quelle che ho vissuto, ma è il potere della narrazione. Quel che era mio diventa tuo. È una piccola magia alla quale talvolta non prestiamo troppa attenzione: possiamo andare ovunque con la nostra immaginazione, anche in luoghi che esistono realmente.

D: Nel libro l’esperienza viene raccontata come profondamente solitaria, anche se in realtà è stata vissuta in presenza di poche altre persone sulla nave. Una volta rientrato, ha sentito il bisogno di confrontarsi proprio con loro, in quanto uniche in grado di comprendere pienamente ciò che aveva vissuto?

F. S.: Sul Manguier (la nave) vivevamo in 6. Si dormiva a pochi gradi sotto lo zero in pochi metri e lo spazio comune era di una quarantina di metri quadri. La convivenza non era sempre facile ma la costruzione, da parte di ciascuno, di una quotidianità ha fatto sì che il tempo passasse senza particolari scontri. La mia giornata era: svegliarmi per primo, salire negli spazi comuni, accendere la stufa per lentamente riscaldare, fino a 17 gradi, lo spazio comune. Caffè e poi prepararsi per le mie passeggiate. Per sette, otto ore al giorno stavo fuori, sulla banchisa, a cercare di costruirmi una mappa di quel luogo, allontanatomi sempre più dalla nave. Poi la cena, ricaricare il computer nell’ora nel quale il generatore era acceso e scrivere. A volte, quando ero di turno, cucinavo, facevo il pane, pulivo, toglievo il ghiaccio… In realtà non è che avevo particolari esigenze di confrontarmi con gli altri, se non quelle dettate dalla quotidianità. E lo stesso era per loro. Ognuno aveva i suoi motivi per essere lassù e ognuno portava avanti il suo percorso cerando di non fare faticose deviazioni. Ogni tanto abbiamo riso a crepapelle e ogni tanto ci siamo odiati a morte. Ma tutto è iniziato e finito senza strascichi. Eravamo nell’Artico per stare nell’Artico, non per fare amicizia. Il mio mondo era quello del bianco, il resto era solo un tetto sopra la testa. Ogni tanto, a orari strani, scambio qualche messaggio con uno dei compagni. Sono parole vere, come se venissero da un altro spazio-tempo. Forse preferiamo rimangano così.

D: Dopo la sua esperienza in Groenlandia, che effetto le fa ascoltare oggi un dibattito politico che riduce quel territorio a una questione di proprietà, vendita o annessione?

F. S.: In realtà fatico a legare la Groenlandia che ho vissuto con quella raccontata in queste settimane. È così stupido pensare a quel luogo (ma il concetto può essere esteso a ogni luogo) come a un territorio di qualcuno o di qualcun altro. I luoghi sono di chi ci abita. È frustrante quanto noi esseri umani riusciamo a essere imbecilli. Aggiungo che mi piacerebbe sentire un po’ di più la reale voce dei groenlandesi e che si parlasse della disastrata situazione nella quale vivono oggi. Ho sentito molto poco parlare del colonialismo danese e del fatto che una delle nazioni con l’indice di felicità più alto del mondo sia la “proprietaria” di un luogo con uno dei tassi di suicidi e di alcolismo più alto del mondo. Insomma: roba d’altri, tutti scaltri.

D: Durante il viaggio c’è stato un momento in cui ha pensato di aver sbagliato ad accettare, o in cui ha avuto il dubbio di non riuscire davvero a resistere?

F. S.: Fortunatamente sì. Questi momenti mi facevano tornare concentrato sui miei obiettivi. Poi però, più che il colpevolizzarmi era un chiedermi “in che casino ti sei ficcato?” e più che “avere il dubbio di resistere” era un “ma come fanno a vivere qua?”. Ricordo che il freddo peggiore era quando pescavo. Dopo un’oretta dedicata ad aprire un buco nel ghiaccio dovevo rimanere immobile, con il filo al quale era attaccato l’amo, ad aspettare che qualcosa abboccasse. Il corpo che si era riscaldato e pian piano congelava nell’immobilità. Quando però un pesce abboccava passava tutto. Curioso che al pesce accadesse il contrario. Si muoveva nell’acqua e una volta in aria si congelava immediatamente per la temperatura polare. Comunque… Era solo una questione di tempo. Alla fine, ogni momento complicato sarebbe passato. 

D: Sono passati ormai quasi tre anni dalla sua esperienza: ricorda se il ritorno alla quotidianità è stato immediato o ha richiesto un tempo di adattamento?

F. S.: Ancora oggi mi sorprendono alcune piccole cose. Forse la più eclatante è che ogni tanto mi fermo e mi siedo su una panchina e osservo con stupore quanto, così indaffarati nella nostra quotidianità, non guardiamo dove mettiamo i piedi. Nell’Artico sondavo il terreno con il mio Tuk (un bastone sormontato da un arpione) prima di ogni passo. Due o tre colpi e poi avanti.

TITOLO: Una Passeggiata Artica
AUTORE: Flavio Stroppini
EDITORE: Eiciclo
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2025
PREZZO: €15,00
PAGINE: 158

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