Gufetto affronta una drammaturgia teatrale da recensire all’interno della sezione Libri: parliamo della TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE della Compagnia Blusclint edito da Industria e Letteratura: non una semplice drammaturgia “di parola” ma una parola che si fa arma contundente.
L’analisi di Gufetto spazia dall’analisi della scrittura drammaturgica al giudizio sui temi analizzati da Blusclint, una Provincia in cui lo spazio è una trappola ed il tema della Morte assunto quasi a brand e l’incomunicabilità nell’era dell’iper-connessione.
Infine, uno sguardo ai personaggi raccontati: mostri o case studies” sociologici che hanno smarrito la propria bussola etica.
Tutto questo nella nostra recensione!

Contenuti
TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE – la parola come bisturi e come detrito
Entrare nel laboratorio di scrittura dei Blusclint — al secolo Massimo Canepa e Paolo Faroni — significa immergersi in una partitura testuale che ha la consistenza del cemento armato e il sapore metallico del sangue in bocca.
Non siamo di fronte a una drammaturgia “di parola” nel senso polveroso del termine; qui la parola è un’arma contundente, un bisturi che incide la carne flaccida di una contemporaneità senza padri né maestri. I testi raccolti in questa TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE mostrano una padronanza stilistica che flirta costantemente con il cinema di genere: c’è il ritmo paranoico del thriller psicologico in GianGiorgio e Milly, c’è la stasi claustrofobica del kammerspiel metropolitano in Liquirizia, e c’è quella sorta di slacker movie padano che è Sabato sera.
La lingua dei Blusclint non cerca la bella pagina, ma l’urto. È una lingua che mastica dialetti monferrini e gerghi da ufficio, che vomita tecnicismi da ricettario e deliri da social network, restituendoci un impasto sonoro che è l’esatta colonna sonora del nostro declino. È una scrittura che procede per sottrazione, dove i silenzi sono carichi di una tensione quasi lynchiana, pronti a esplodere in una violenza che è prima di tutto verbale e poi, inevitabilmente, esistenziale.
È il trionfo di una drammaturgia “sporca”, che puzza di fumo di sigaretta e alcol scadente, lontanissima dalle astrattezze cerebrali di certo teatro di ricerca.
I temi di Blusclint e della TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE – la provincia come buco nero e la morte come brand
Il paesaggio tematico dei Blusclint è un deserto dei tartari popolato da spettri che hanno dimenticato come si fa a vivere. Il cuore pulsante della loro indagine è la provincia, intesa non come luogo bucolico, ma come categoria del pensiero: un buco nero che inghiotte desideri e ambizioni, riducendoli a pura sopravvivenza biologica. Che ci si trovi sul tetto di un condominio o sulla banchina del binario 5 a Rogoredo, lo spazio è sempre una trappola.
Il tema della morte, evocato con una sfacciataggine che sfiora il cinismo, perde qui ogni residuo di sacralità. La morte, per i Blusclint, è un evento mediatico mancato, un inciampo burocratico, una “fine” che arriva senza che nessuno se ne accorga davvero.
C’è un altro tema che percorre come un filo elettrico tutta l’opera della TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE: l’incomunicabilità nell’era dell’iper-connessione. I personaggi parlano, urlano, si insultano, ma sono monadi chiuse in un narcisismo patologico. La morte è “col lieto fine” perché, in questo universo degradato, smettere di esistere sembra l’unica forma di liberazione possibile da una routine che ha i tratti del supplizio. È una critica feroce al neoliberismo dei sentimenti, alla precarietà non solo lavorativa, ma ontologica, che trasforma ogni rapporto umano in una transazione commerciale fallita.
Chi sono i Blusclint – opere della Compagnia
Chi sono i Blusclint?
BLUSCLINT nasce nel 2008 dall’incontro tra Paolo Faroni e Massimo Canepa. Vincitori nel 2010 della rassegna torinese Rigenerazione con Woof! prodotta in inglese per un mese al Fringe Festival di Edimburgo nel 2011. Nel 2015, per il Salone del Libro di Torino, porta in scena Martin H. – Le mani di Hitler. A Bookcity 2024, in collaborazione con la casa editrice Quodlibet, presenta Storie di F. (Femminilità Follia Filosofia) e a dicembre dello stesso anno il Teatro della Contraddizione di Milano dedica a Paolo Faroni una personale dei suoi lavori più dignificativi che si conclude con il debutto, a gennaio 2025, del nuovo spettacolo Flusso d’incoscienza. Nel 2026 pubblica con Industria&Letteratura la raccolta di copioni inediti Trilogia della morte con lieto fine.
Maggiori info su IlSonar
TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE – trama
Trilogia della morte con lieto fine è la raccolta dei testi che segnano il passaggio dei Blusclint dalla provincia – il Monferrato casalese – intesa come periferia del mondo, alle grandi città – prima Torino e poi Milano – in cui la periferia diventa una condizione dell’esistenza e la provincia il porto sicuro dell’anima. I testi sono tutti inediti tranne il primo, che andò in scena nel 2008, sancendo di fatto la nascita della compagnia, costituitasi ufficialmente l’anno successivo.
Compagnia Blusclint, quando e dove vedere gli spettacoli?
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I protagonisti della TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE – mostri di ordinaria mediocrità
Dimenticate gli eroi tragici. I protagonisti della trilogia TRILOGIA DELLA MORTE CON LIETO FINE sono “sub-umani” dotati di una vitalità disperata e grottesca. Sono icone della sconfitta che Canepa e Faroni osservano con lo sguardo entomologico di un documentarista della crudeltà. Pensiamo a GianGiorgio: un piccolo uomo che vive in un delirio di onnipotenza impiegatizia, un Fantozzi post-moderno che ha sostituito la sottomissione con la schizofrenia. O pensiamo ai tre di Sabato sera, che cercano lo “stile” nell’abbigliamento e nell’abuso di sostanze come unica barriera contro il nulla che li circonda.
Questi personaggi non hanno psicologia, hanno solo tic, ossessioni e paure. Sono maschere di una nuova commedia dell’arte dove l’Arlecchino ha una crisi di panico e il Pantalone è un broker fallito.
La loro mostruosità risiede nella loro assoluta banalità: sono i nostri vicini di casa, i colleghi d’ufficio, o forse siamo noi stessi quando spegniamo la luce e restiamo soli con i nostri fantasmi. Il loro fallimento non suscita pietà, ma un brivido di riconoscimento. I Blusclint non disegnano personaggi, ma creano dei “case studies” sociologici su cosa significhi aver smarrito la propria bussola etica in cambio di una manciata di like o di una serata di sballo.
il teatro come autopsia del presente
In definitiva, questa raccolta è uno dei referti più lucidi e spietati sullo stato di salute dell’Italia contemporanea. È un teatro che non vuole educare, non vuole rassicurare e, vivaddio, non vuole annoiare. Canepa e Faroni hanno la capacità rara di saper far ridere del tragico, di trasformare l’orrore quotidiano in una farsa nerissima che ha il sapore di un cocktail avvelenato.
È un’opera necessaria perché ci costringe a guardare dritto nel sole dell’insensatezza, senza filtri e senza occhiali da sole.
I Blusclint operano un’autopsia del presente mentre il cadavere è ancora caldo, anzi, mentre il cadavere crede ancora di essere vivo. La loro visione è un pugno nello stomaco, una scarica elettrica che scuote il torpore di un pubblico abituato a narrazioni consolatorie. Uscire dalla lettura (o dalla visione) di questi testi significa sentirsi più sporchi, più inquieti, ma infinitamente più svegli.
È questo, oggi, l’unico “lieto fine” che possiamo permetterci: la consapevolezza di abitare il disastro, ma con la dignità di chi non distoglie lo sguardo. Un teatro che è, a tutti gli effetti, un grande, magnifico, necessario schiaffo in faccia.
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