TRE SORELLE @ Teatro Manzoni: dodici vite, una sola voce 

Silvia Frasson mette in scena al Teatro Manzoni di Calenzano un classico del teatro russo, TRE SORELLE, ovvero la felicità quando è altrove, da Čechov, in una versione inedita realizzata secondo i canoni del teatro di narrazione. La coralità del dramma russo viene condensata in un one woman show virtuosistico ed emozionante in cui i temi di fondo dell’opera cechoviana vengono esaltati nel loro valore universale: l’inutilità del tempo che passa, l’impossibilità di raggiungere la felicità, l’inevitabile tradimento delle speranze giovanili in un mondo soffocante fatto di maschere e obblighi. Frasson – che ci ha colpito con i suoi precedenti lavori, La Vita Salva (che abbiamo recensito su Gufetto) e Le voci della Sera (anch’esso recensito) – offre un’interpretazione polifonica straordinaria che dà corpo e voce ai dodici personaggi del dramma, ciascuno nella sua irripetibile unicità e nel comune destino di infelicità. 

Recensione a cura di Sandra Balsimelli e Francesca Valente

TRE SORELLE: reinterpretare un classico 

Silvia Frasson interpreta TRE SORELLE
Silvia Frasson interpreta TRE SORELLE

Silvia Frasson si confronta con un grande classico del teatro russo, un testo che, come lei stessa afferma, ha sempre amato e non ha potuto interpretare prima. Questi personaggi sono talmente belli che li vorrei recitare tutti! Questo desiderio espresso dall’attrice finalmente si avvera proprio in questa messa in scena, che utilizza gli strumenti del teatro di narrazione per reinterpretare la coralità del teatro russo. La rilettura che viene costruita trasforma il dramma in racconto, attraverso una scelta che mira da un lato a rispettare il testo anche nella sua importante struttura e nella sua lunghezza, dall’altro a coglierne il cuore, la modernità, le sfumature emotive. Il risultato è un lungo monologo che però non sacrifica la personalità dei personaggi e l’impianto della vicenda, anzi li valorizza.
La struttura del testo di partenza viene rispettata, con la sua divisione in quattro atti e lo sviluppo nell’arco di tre anni che segue le vicende delle sorelle Prozorov, Olga, Maša e Irina, che vivono bloccate in una cittadina di provincia russa, sognando invano di tornare in città  “A Mosca! A Mosca!” (iconica iterazione cechoviana, volutamente omessa da Frasson per sottolineare il carattere univesale dell’opera). Le vicende sono rese attraverso l’integrazione di dialoghi e didascalie in un processo che sembra andare in direzione contraria rispetto alla scrittura teatrale. Emerge così non solo la potenza della storia, ma anche l’artificio della narrazione, la visione dall’esterno del drammaturgo che, come un regista cinematografico, determina la rappresentazione di un mondo con le sue ipocrisie e i suoi autoinganni in cui è fatale per il pubblico doversi riconoscere.

TRE SORELLE: un attrice per dodici personaggi

Silvia Frasson interpreta TRE SORELLE
Silvia Frasson in TRE SORELLE, ovvero la felicità quando è altrove

Si tratta di una rilettura che mette al centro l’attrice, sola sulla scena, e le sue capacità mimiche, immaginative ed evocative. Silvia Frasson si muove su una scena vuota e nera, lei tutta vestita di bianco in un lungo abito un po’ romantico ma contemporaneo. Il suo corpo e la sua voce abitano il palcoscenico, interpretando il testo e animandolo in un modo straordinario. Diventa il fuoco unico della storia e l’interprete polifonica: le parole si incarnano in gesti ed espressioni capaci di impersonare ogni carattere nella sua unicità, in modo sorprendente nel corpo di una sola persona. E così vediamo nella stessa attrice la sognante e speranzosa Irina, Olga stanca e perennemente afflitta dal mal di testa, Maša insoddisfatta della vita matrimoniale e poi innamorata, Andrej che dapprima è pieno di sogni e poi si piega alle richieste della moglie ambiziosa, Nataša. Anche i personaggi minori vengono colti nella loro individualità attraverso i gesti e una caratterizzazione precisa: la vecchia balia, il sordo Ferapònt, il marito borioso di Maša e il suo spasimante, i pretendenti di Irina.

Una coralità polifonica per un solo movente

E il testo ne esce da un lato condensato, dall’altro quasi amplificato nella sua valenza universale. Non è infatti solo una scelta di rappresentazione quella di Frasson, è anche intimamente legata al significato profondo del testo. Interpretare tutti i personaggi significa in qualche modo vedere in tutti loro lo stesso movente, gli stessi sogni, le medesime delusioni. Tutti diversi, unici nei loro caratteri contingenti ed esteriori, eppure tutti profondamente legati dalla stessa attitudine alla vita. La coralità polifonica di cui veste la storia insinua la presa di coscienza della corresponsabilità collettiva che si cela dietro l’infelicità che impregna tutti gli intrecci: famiglia, lavoro, memorie familiari, norme etiche, status sociale creano una rete di obblighi e sentieri precostituiti che sembra frapporsi, ineludibile, ad ogni tentativo di esplorare, da pionieri, nuove strade possibili. L’attrice, intrecciando posture, battute e movimenti come in una frenetica danza di gruppo, crea un effetto armonico e soffocante allo stesso tempo, suggerendo l’impossibilità di una via d’uscita.

TRE SORELLE: il tempo che passa e la felicità altrove

Il teatro Manzoni in TRE SORELLE
L’affresco del Teatro Manzoni di Calenzano: la felicità altrove

TRE SORELLE è la celebrazione dell’impossibilità di saper vivere che accomuna tutti noi: così Frasson sintetizza quello che per lei è il cuore del dramma in scena. La speranza, la ricerca della felicità, il progressivo spegnersi delle illusioni giovanili, sono al centro della riflessione cechoviana e vengono accentuati ulteriormente dalla rilettura narrativa che ne dà l’attrice, che mette al centro i temi profondi del testo e ne evidenzia l’universalità. Fuori dal tempo e in qualche modo anche dallo spazio, la vicenda di Olga, Maša e Irina diviene la vicenda di ogni uomo. Il critico teatrale Roberto Alonge, nel suo Čechov, la sofferenza delle donne, sottolinea l’inconsapevole modernità dell’autore russo, un femminista a sua insaputa, che incentra la sua drammaturgia sul tormento e l’estasi del desiderio e dell’inquietudine femminile, creando icone affette da bovarismo che potremmo immaginare figlie di un‘epoca superata, dove la discriminazione di genere costruiva gabbie dorate e soffocanti attorno alla metà del genere umano, per imbrigliarne l’energia creative e la spinta all’autorealizzazione. L’interpretazione serrata e contemporanea della Frasson svela, invece, quanto trasversale ai generi  e quanto ancora attuale sia l’esperienza di vivere in strutture sociali e convenzioni di fatto coercitive. I personaggi mostrano allo specchio la paralisi esistenziale dell’uomo, intrisa di senso di colpa, davanti alla suggestione collettiva e autoindotta che sia negato, impossibile e proibito tentare di adeguare l’essere al dover essere, confinando brevi momenti di felicità all’evasione dalla norma sociale, con conseguenze spesso disastrose. Basterebbe così poco per provare a essere felici: andare via, tornare in città, luogo che diviene metafora della felicità, miraggio lontano e irraggiungibile, altrove che rimane perennemente lontano: “Quando leggi un romanzo ti pare tutto facile. Quando poi tocca a te ti accorgi che nessuno sa niente della vita, dell’amore. Come si fa?” Questo si chiede una delle protagoniste dichiarando la propria impotenza: nessuno dei personaggi trova il coraggio o l’occasione per farlo e la città, l’altrove diventa simbolo dell’illusorietá dei sogni, dell’impossibilità di realizzarli. Essi rimangono confinati in un tempo che è quello della giovinezza e lentamente vengono consumati dalla quotidianità, dalla prosaicità della vita di provincia, dalla monotonia del lavoro, dallo squallore dei rapporti familiari. Nel finale poetico e suggestivo, l’ombra dell’attrice con le braccia spalancate viene proiettata da un fascio di luce sul meraviglioso affresco dipinto sul soffitto del Teatro Manzoni: un cielo blu su cui campeggia una figura femminile libera e felice, illuminata da una stella brillante. La felicità è possibile soltanto lì, in un altrove lontano ed ideale.

Teaser TRE SORELLE, ovvero la felicità quando è altrove

Visto il 1 marzo 2026, al Teatro Manzoni, Calenzano (Firenze)

TRE SORELLE, ovvero la felicità quando è altrove

Tratto da “Tre sorelle” di Anton Čechov
Con SILVIA FRASSON
produzione La Macchina del Suono & Silvia Frasson

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