TRAGÙDIA @ Arena del Sole: Al di qua o al di là di questo umano

Dal 17 al 20 ottobre il teatro Arena del Sole di Bologna ha ospitato le quattro repliche di Tragùdia, il nuovo spettacolo del regista e scenografo Alessandro Serra, che ha debuttato lo scorso aprile a Budapest. In un alternarsi di movimenti dentro e fuori l’opera di Sofocle, Tragùdia ci propone una riflessione sulla nostra condizione di umani.

Articolo di Maura De Benedetto

Sotto gli occhi della sfinge

Venerdì 18 ottobre la sala Leo De Bernardis dell’Arena del Sole è gremita di gente. Alle
20.30 in punto entra in scena una donna angelo con lunghe ali nere. Inizia a camminare
sul palco, si sposta avanti e indietro, si mette appollaiata su uno sgabello, ci fissa da più
punti. Le luci in sala sono accese, c’è qualche ritardatario che cerca posto, chi si sistema
sulla sedia, fuori piove e qualcuno sta ancora cercando di acclimatarsi, probabilmente nel
caos c’è chi non ha ancora fatto caso a questa sfinge che ci guarda irriverente. La scena è lunga, l’angelo non smette di cambiare posizione e di fissare la platea, è già spettacolo ma forse non ancora, le luci accese ci mantengono dentro le nostre vite. Tutti i rumori dell’umano si sentono ancora caotici e disturbanti, colpi di tosse, i passi di chi si affretta verso la poltrona, le luci accese mostrano tutto, la sala, i volti di chi ci sta attorno, il palco svela tutte le sue fattezze di palco e finzione.

L’abbandono e poi il blackout

Poi la luce si spegne e inizia lo spettacolo, che forse era già spettacolo. L’atmosfera
cambia, davanti a noi un quadro scuro, semplice e pulito, luci di impatto, un incensiere che
ondeggia al centro della scena. Alessandro Serra sceglie di raccontarci i fatti di una delle
più grandi tragedie della storia in grecanico, un dialetto della lingua greca moderna
parlato nella città metropolitana di Reggio, in Calabria. Nei primi minuti sono disorientata,
mi interrogo sulla fattibilità di seguire questo testo, i sovratitoli, il ritmo elegiaco cantato,
ma dopo pochi minuti sono già dentro. È un rito di passaggio che richiede qualche minuto,
quello che ci cala nei disegni del grande regista e light designer Alessandro Serra e noi
smettiamo di occuparci lentamente delle nostre vite e ci consegniamo al racconto. Sembra non ci sia lingua migliore per trasporre le parole di Sofocle, una lingua antica fatta di suoni duri, tragici che nel racconto si uniscono a canti liturgici e a versi animaleschi che annunciano crudeli presagi. Il quadro disegnato da Serra è accompagnato da movimenti coreografici di corpi ed oggetti, scene semplici e severe, i colori predominanti sono il bianco, il nero e il rosso. Anche i vestiti contribuiscono a questa rigida armonia: il bianco accecante di Giocasta, gli stivali in pelle di Creonte, gli abiti scuri militareschi. Questo quadro perfetto arriva poi a una battuta d’arresto. Nell’apoteosi del tragico, quando Edipo decide di accecarsi, come un blackout le luci si spengono, silenzio in scena. Per contrasto al buio totale della scena, le fioche luci di servizio in sala svelano le teste della platea. Questa pausa dura pochi secondi ma mette in atto un irruento ribaltamento e ci coglie sprovvisti. Mentre restiamo testimoni impassibili di una scena raccapricciante, siamo costretti a riprendere coscienza di noi e della nostra condizione, intravediamo i volti
delle persone intorno a noi, risentiamo i suoni disturbanti dell’umano. Nell’estremo del tragico ritorniamo per un attimo scomodamente nei nostri corpi.

Ritorno alla condizione umana

Poi il blackout finisce e il ritmo riprende, nella seconda parte del racconto cambiano il
quadro e i colori, i toni in scena si sciolgono. Il quadro diventa più caotico e meno
corale.
Davanti a noi un Edipo cieco, anziano, avvolto in vestiti chiari e accompagnato
dalle sue figlie che cerca rifugio ad Atene. Viene accolto dal re Teseo, vestito di rosso, il
volto di una maschera apotropaica, il sovrano non parla, comunica con una nuova lingua
fatta di gesti. Si susseguono i fatti della tragedia, le contese tra Edipo e i suoi figli
attraverso coreografie di corpi e voci
, la scenografia cambia, cade al suolo, si decompone e ricompone in nuove forme. Il racconto culmina con la morte di Edipo. Questa volta però la fine del racconto ci viene consegnata con un ritmo più pacato: in una dimensione di sospensione del tragico, vediamo Edipo uscire di scena spogliandosi, lentamente. Alessandro Serra recide il cordone che ci tiene dentro questo quadro in maniera più lenta, cullandoci ci riaccompagna più cautamente alla nostra condizione di umani, alla nostra sedia in platea. Nel buio le voci degli attori ci consegnano un ultimo memorandum: “Solo una parola può dissolvere tutti i tormenti, amore”.

Dati artistici

Di Alessandro Serra
Liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito
Con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared
McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino
Regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra
Traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera
Voci e canti Bruno de Franceschi
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
collaborazione al suono Gup Alcaro
collaborazione alle luci Stefano Bardelli
collaborazione ai costumi Serena Trevisi Marceddu
direzione tecnica Francesco Peruzzi
tecnico del suono Alessandro Orrù
direzione di scena Luca Berettoni
costruzione scena Daniele Lepori, Serena Trevisi Marceddu, Loic Francois Hamelin
produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due Parma
in collaborazione con Compagnia Teatropersona, Fondazione I Teatri – Reggio Emilia

nell’ambito di Opening – showcase Italia

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