Sotterraneo festeggia al Cantiere Florida di Firenze i primi vent’anni di lavoro teatrale con due appuntamenti, TIME CAPSULE e DJ SHOW – Twentysomething Edition. Due eventi che intrecciano performance, archivio vivente e festa: la capsula del tempo sepolta dieci anni fa viene riattivata, il pubblico è coinvolto in dispositivi teatrali non convenzionali che attraversano ironicamente e con lucidità le contraddizioni del presente.
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Una festa teatrale come rito collettivo

Più che uno spettacolo, TIME CAPSULE e DJ SHOW sono state una festa teatrale, un rito condiviso, un dispositivo di memoria attiva. Al Teatro Cantiere Florida Sotterraneo soffia le candeline sui suoi primi vent’anni evitando ogni forma di autocelebrazione nostalgica, preferendo un gesto pienamente coerente con la propria poetica: rimettere il tempo in circolo, smontarlo, trasformarlo in materia critica, con un dialogo che attraversa il passato e il presente, per immaginare o temere il futuro. Performance, archivio vivente, clubbing e riflessione convivono in una tre giorni unica, che culmina in un vero e proprio dj-set: lo show capace di dissolvere definitivamente la separazione tra scena e platea.
TIME CAPSULE: una domanda dal passato che torna a interrogarci

Il cuore concettuale del progetto nasce da un gesto compiuto dieci anni fa. Nel 2015, in occasione del decennale al Teatro Studio di Scandicci, gli spettatori di allora ricevevano una cartolina con una questione tanto semplice quanto vertiginosa: “L’Occidente sopravvivrà da qui al 2025?”. Le risposte, riconsegnate, vennero murate in una parete del teatro, racchiuse in un contenitore temporale. Il 2025 è arrivato. Nel frattempo il Teatro di Scandicci è in ristrutturazione e hanno dovuto recuperare la scatola dalla macerie (fisicamente e simbolicamente). Adesso nel 2025 la scatola è stata aperta. TIME CAPSULE prende avvio proprio da questo cortocircuito temporale: la rilettura dei messaggi inviati a noi stessi dal passato e il confronto, spesso spiazzante, con l’oggi. Uno spettacolo nato da una sorta di drammaturgia collettiva affidata al pubblico di allora, che oggi in parte ritorna in sala per festeggiare e festeggiarsi, ricordare e forse dimenticare di nuovo. Tra quei contributi riemerge anche la voce della piccola Ambra, autrice nel 2015 di numerosi biglietti scritti con l’ingenuità e la sfrontatezza involontaria dell’infanzia: una delle dramaturg più sorprendenti ed efficaci di quella capsula del tempo. Ambra sperava nella fine della guerra e della scuola, ma soprattutto non è gentile con la sua non-amica Anna. Solo alla fine scopriamo che è presente in sala, con dieci anni di più, a testimoniare come il teatro, quando attraversa il tempo, sappia restituire i suoi gesti al corpo vivo di chi li ha compiuti.
Nessuna trama, solo pensiero in movimento

Non c’è una narrazione lineare, né un intreccio tradizionale. Sotterraneo – collettivo fiorentino fondato nel 2005 da Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Daniele Villa (con anche Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli, usciti dal gruppo), – costruisce da sempre opere che rifuggono ogni messaggio univoco. Lo dichiarano apertamente, citando Ionesco: «Non porto messaggi, non sono un postino». Anche TIME CAPSULE è un’opera aperta, che interroga domande rimaste irrisolte nel corso di vent’anni di ricerca: il tempo storico, la perdita di realtà nella civiltà occidentale, l’ambiguità tra vero e finto, l’ansia come condizione esistenziale condivisa. Il loro teatro procede per immagini che vengono costruite con estrema precisione e smontate un attimo dopo: ironizzate, dissociate, dissacrate, distrutte e poi nuovamente ricreate in un ciclo continuo. È una pratica che richiede rigore e virtuosismo fisico – evidente ad esempio nel playback del gruppo che “suona” (tratto dalla scena di Atlante linguistico della Pangea) o nei doppiaggi millimetrici dei finali cinematografici, come nei tanti movimenti sincronizzati – ma anche un virtuosismo concettuale altrettanto raffinato e intelligente. Sotterraneo non ha bisogno di una storia per produrre senso: lavora per scarti, collisioni, cortocircuiti, generando domande dirette e spesso scomode. Il pensiero non viene illustrato, ma messo in moto davanti allo spettatore, che è chiamato a stare dentro la complessità, spesso spiazzante, senza appigli narrativi.
Il medley sotterraneo: vent’anni in frammenti
La struttura è quella di un medley teatrale: scene di repertorio, materiali inediti, aneddoti di vita on the road, pensieri che accompagnano il gruppo da sempre. Da Post It (2007) a Dies Irae (2009), da L’origine della specie (2010) a Homo ridens (2011), da Be Normal! (2013) a Overload (2016 recensito su Gufetto), fino ad Atlante linguistico della Pangea (2020), senza dimenticare le stratificazioni temporali degli ultimi lavori: Il fuoco era la cura (2024) e L’angelo della storia (2022). Le citazioni non seguono un ordine cronologico, ma tematico: una scomposizione del tempo che procede per nuclei concettuali, fedelissima allo stile del collettivo. Sotterraneo ripercorre tante tappe: dal primo progetto quando davvero provavano in uno scantinato sotterraneo; passando alla svolta del 2007 in cui entrano a far parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies, importante incubatrice di talenti del teatro contemporaneo. Fino ai riconoscimenti importanti i Premi Ubu 2018 e 2022, Premio Hystrio 2025 alla drammaturgia, fino alla recente personale al Piccolo Teatro di Milano e all’approdo all’ambito palco del Teatro della Pergola con L’angelo della storia.
Il pubblico come interlocutore attivo

Elemento centrale, come spesso nel teatro di Sotterraneo, è il rapporto diretto con lo spettatore: mai da indottrinare, sempre considerato un interlocutore degno di attenzione e intelligenza. Anche quando fanno teatro per le scuole come gli spettacoli da Jules Verne, il giro del mondo in 80 giorni. La domanda in fondo non è mai cosa, ma come. Ad esempio: come si inizia uno spettacolo in un modo non banale? Se lo chiedono e ce lo chiedono i Sotterraneo, facendoci letteralmente saltare in platea con Jump! L’avvio non è mai neutro, ma diventa subito un dispositivo teatrale che espone le regole del gioco e le mette in crisi. Già in Dies Irae la questione veniva posta in modo esplicito, chiedendo direttamente ad una spettatrice cosa desiderasse che accadesse nel primo minuto di spettacolo. In Homo ridens, invece, il coinvolgimento assumeva la forma di un esperimento quasi scientifico sul riso: perché ridiamo? Davanti a cosa? Peti in sequenza, spari privi di senso? Meccanismi comici elementari e tutt’altro che edificanti smontano ogni pretesa di superiorità culturale, riportando lo spettatore a una dimensione istintiva, corporea, anche imbarazzante. In TIME CAPSULE questo dialogo si rinnova e si approfondisce. Gli spettatori diventano protagonisti nella lettura delle cartoline di dieci anni prima rispondendo all’interrogativo sulla sopravvivenza dell’Occidente. Le voci si sovrappongono, si contraddicono, si rifrangono fino a evocare l’eco dei CSI: «Occidente, Occidente, alla guerra alla gloria alla storia…». Il teatro si trasforma così in un coro dissonante, specchio di una comunità che si osserva attraverso il tempo, mettendo in gioco se stessa senza mai smettere di interrogarsi. Sotterraneo si chiede anche: come finisce uno spettacolo? Magari facendo cantare il pubblico un karaoke collettivo sulle note di Bohemian Rhapsody, imitando – con ironico scarto – il videoclip di un concerto dei Green Day.
Fantasmi scenici e cortocircuiti temporali

Sara Bonaventura, Claudio Cirri, insieme a Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini corrono, cantano, giocano con il playback e con l’illusione, si muovono in un sincrono perfetto che rivela la precisione coreografica. Ritorna la freschezza originaria legata all’immediatezza, al lavoro sul ritmo e alla frammentazione radicale della scena – già evidente in Post-it – partendo dai meccanismi del teatro comico, ma virati sull’ironia, con la possibilità costante di diventare improvvisamente seri: una cifra che, agli esordi, appariva come una vera novità. Un riso amaro, il grido disperato di una generazione schiacciata dall’imperativo consumistico di avere successo. In Time Capsule questo materiale riaffiora sotto forma di fantasmi scenici e cortocircuiti temporali. I performer si chiudono nella tenda de La cosa (2008) per un private party, fanno incontrare personaggi di spettacoli diversi – il Panda e Topolino de L’origine della specie, il Tricheco blu de La cosa – e, nel farlo, si raccontano, si autocitano, diventano essi stessi personaggi della propria storia artistica. In questo orizzonte può diventare “normale” persino l’amore tra due casse audio che si osservano, si avvicinano, si respingono e infine si fondono al ritmo romantico di una canzone. L’azione procede per quadri, una successione di situazioni grottesche che incastrano fisicità, poesia, dialoghi di spirito e momenti di puro metateatro. È un continuo fare e disfare la scena, costruire e distruggere senso, in cui il passato non viene celebrato, ma rimesso in gioco come materia viva, ancora capace di interrogare il presente.
DJ Show: pensare attraverso i corpi degli altri

Con DJ Show Twentysomething Edition la riflessione si sposta definitivamente sul piano del corpo. Il pubblico sale direttamente sul palco del Florida, balla, risponde a domande provocatorie, attraversa una playlist che mescola la musica pop, reaggeton, rock e hit trash da discoteca. “Ballare e pensare è possibile?” sembra chiedere Sotterraneo, rispondendo citando Mark Fisher o Woody Allen, mixati con i ritmi disco: Stromae, Bomfunk, e Lady Gaga, il controverso Kanye West, ma anche i balli di gruppo (con testi oggi impronunciabili), e la poesia malinconica di Francesco Bianconi. Intrattenimento e pensiero complesso convivono davvero “nella stessa goccia di sudore”, rendendo visibile l’invisibile attraverso vibrazioni, musica, parole e movimento. A rendere incisivo il dispositivo è la capacità del gruppo di tenere insieme profondità di pensiero e ironia caustica, lasciando sempre aperta la possibilità di cambiare idea, di contraddirsi, di rispondere alle domande senza mai chiuderle.

Il DJ Show – ideato e diretto da Sara Bonaventura e Claudio Cirri, entrambi anche in pista, con Daniele Villa alla consolle e Marco Santambrogio alle luci – attraversa la nostra storia culturale a partire dagli anni Sessanta fino ad oggi per indagare i meccanismi del divertimento collettivo come ricerca di evasione e progressivo disinteresse per le questioni del mondo, sempre meno visibili e sempre meno udibili sotto la pressione dei decibel. Il riferimento, inevitabile, è a certa satira amara – viene in mente la parodia Alla discoteca di Sabina Guzzanti – che racconta l’evoluzione di una società capace di ballare mentre tutto brucia intorno. Sotterraneo non giudica, ma espone il paradosso, lo amplifica e lo affida ai corpi. Ci chiede, citando Dies Irae se vogliamo sparare alla culla di Adolf Hitler; ci chiede di credere a ciò che è finto, falso, costruito e irreale come urla Sara Bonaventura in Homo Ridens, eppure vero: il teatro. Siamo chiamati a scegliere se restare nell’euforia o attraversarla con consapevolezza critica. Siamo chiamati a ricordare il Bataclan, per chiudere con l’immagine della sacra famiglia nel freddo di una tenda, quanto mai attuale. In questo slittamento continuo tra festa e pensiero si gioca la forza politica, dichiarata e profondamente incisiva, di Sotterraneo.
Una macchina del tempo aperta sul futuro

A dieci anni da Diecisottozero e dopo una lunga serie di riconoscimenti, TIME CAPSULE e DJ SHOW segnano insieme un ritorno e un’evoluzione. Sotterraneo conferma come la propria vena avant-pop si sia fatta nel tempo più lucida e radicale. Nel foyer, una nuova scatola accoglie i messaggi destinati al 2035. La domanda ora è un’altra: «Qual è l’evento più significativo avvenuto negli ultimi dieci anni?». Anche questa volta la risposta è lasciata al pubblico, affidata al tempo e a chi verrà. Il teatro non chiude, ma continua ad aprirsi al tempo. Il pensiero corre allora a Overload, a quel finale senza stacchi né distrazioni, in cui lo spettatore, carico del ritmo dello spettacolo, viene trascinato in un racconto di ritorno a casa che si fa improvvisamente tragico: l’auto che sbandando finisce in acqua, il buio, le luci e i suoni subacquei che avvolgono tutto, fino a una morte collettiva. Allo stesso modo TIME CAPSULE ci sorprende un’altra storia inaspettata, reale o comunque realistica: Sara, con lo zaino in spalla, travolta da un’auto sul marciapiede a Madrid, sopravvive. Un ribaltamento che sottrae il teatro alla retorica e lo riconsegna alla fragilità del vivere. Uscendo dal Cantiere Florida, davanti alla nuova capsula del tempo, la mia risposta sulla cartolina per il 2035 arriva da sola, semplice e disarmante. Scrivo: sono sopravvissuta. Forse è questo, in fondo, il senso ultimo: ricordarci che, nonostante tutto, siamo ancora qui. Vivi. E che vale la pena, ogni tanto, fermarsi ad accorgersene attraverso i corpi degli altri.
TIME CAPSULE
creazione Sotterraneo
ideazione e regia Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa
con Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini
scrittura Daniele Villa
luci Marco Santambrogio
produzione Sotterraneo
con il contributo di Comune di Firenze, Città metropolitana di Firenze, Regione Toscana, Mic
DJ SHOW Twentysomething Edition
creazione Sotterraneo
ideazione e regia Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa
con Sara Bonaventura, Claudio Cirri
scrittura Daniele Villa
sound design Simone Arganini, Mattia Tuliozi
luci Marco Santambrogio
sartoria Francesca Leoni, Sara Ottanelli
produzione Sotterraneo
con il contributo di Fondazione CR Firenze, Comune di Firenze, Regione Toscana, Mic con il sostegno di Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’Arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale”
residenze Laboratorio Nove House, Manifattura Tabacchi, Teatro delle Spiagge, Elsinor/Teatro Cantiere Florida
Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory, è Artista Associato al Piccolo Teatro di Milano ed è residente presso Teatri di Pistoia
Visti il 19 e 21 dicembre 2025, al Teatro Cantiere Florida, Firenze


