VERSO SANKARA @ Teatro Franco Parenti. Il potere educativo del teatro

Dall’8 al 20 maggio, un viaggio coinvolgente, un ritorno alle origini pieno d'ispirazione, un'occasione di riflessione su mondi lontani dall'immaginario prepotentemente occidentale. Torna il teatro civile al Franco Parenti in occasione della rassegna Le Joli Mai: a cinquant'anni dal '68. In questo spettacolo, nel quale il pubblico è squisitamente e brechtianamente 'popolo', viene narrata la storia del grande politico visionario Thomas Sankara, rivoluzionario africano e primo presidente del Burkina Faso. Ma questa è anche la storia di Alberto che torna dopo 15 anni nel suo paese d'origine, tiene un diario della sua esperienza e la dona generosamente ai compaesani italiani. L’attore riempie una scena apparentemente semplice e scarna, costruita con l'impiego di teli bianchi che definiscono il perimetro d’azione e accolgono proiezioni virtuali. Alcuni video di interviste documentano la ricerca, e le esotiche musiche dal vivo della tradizione africana ci fanno perdere in paesaggi caldi, coloratamente sonori, polverosi e incontaminati. In questo viaggio di ri-scoperta, Malanchino e Schmidt ci parlano di una ricerca dell'identità che passa per l'altro da sé ricordandoci il potere educativo dell'arte drammatica.

È raro tornare a casa dopo uno spettacolo teatrale con una curiosità sincera. L'arte drammatica si manifesta in una vastità di forme e linguaggi talmente ampia che lo spettatore non sempre trova ciò che cerca. Ma dopo avere visto Verso Sankara, è impossibile non alzarsi dalla poltrona del teatro con una domanda semplice eppure molto significativa: chi era Thomas Sankara? Farsi questa domanda equivale anche a sconvolgere una scala di valori tipicamente occidentale che giudica gli uomini giusti o sbagliati, vincenti o falliti. Con questo spettacolo il pubblico italiano dimentica per un momento la chiassosa arena litigiosa delle televisioni, la malapolitica ignorante e bramosa di potere, la corsa disperata al successo. Perché ciò che importa è riuscire a essere uomini integri.

Alberto Malanchino è abituato sin da bambino a sentirsi diviso, lui che per metà è italiano e per metà burkinabé. La sua pelle è scura, ma la parlata milanese lascia pochi dubbi circa la sua italianità. La divisione insita nella sua natura spinge Alberto a domandarsi cosa sia l'integrità, così si ritrova tra le mani un biglietto aereo per il Burkina Faso, terra della sua famiglia materna. In passato conosciuto con il nome di Alto Volta, Burkina Faso significa appunto "Terra degli uomini integri" e viene ribattezzato in questo modo dal suo primo presidente: Thomas Sankara.

La pièce si articola in capitoli i cui titoli vengono proiettati sul fondale bianco, quasi a ricordare la buona vecchia tradizione brechtiana dei cartelli. Oltre il fondale c'è Moussa Sanou circondato da strumenti, il quale accompagna l'attore in scena con la musica tradizionale africana. Tra il battere rimbalzante dei tamburi e l'armonia degli strumenti a corde ci addentriamo nella vita di un villaggio africano in cui la terra rossa fa da padrona sul paesaggio e nel quale i bambini giocano per strada sorridenti. Tra le visite parentali e le lezioni di danza tradizionale, Alberto inizia a esperire le problematiche quotidiane della gente del luogo. Soprattutto nota che la sua parte di benestante uomo bianco è molto diversa dalla sua metà africana, la quale invece pare svantaggiata dalle condizioni ambientali e dalla gestione dell'economia. Un giorno, nel mercato di un villaggio Alberto trova un libro che lo introduce alla figura di Thomas Sankara, una scoperta che scatena dentro di lui una curiosità entusiasta per le vicende storiche del Burkina Faso e contemporaneamente gli permette di riunire le etnie differenti che in lui convivono da sempre.

Il racconto su Sankara si articola in due parti. Nella prima apprendiamo con passione le iniziative con cui egli cercò di restituire dignità al suo popolo al quale lo legava un amore incondizionato e autentico: “il popolo è sacro” diceva, e la rivoluzione deve partire dal popolo. Alberto ci racconta che Sankara sancì diritti paritari per le donne, riconobbe la piaga dell'Aids impegnandosi a introdurre l'uso di anticoncezionali; educò i suoi connazionali contro l'infibulazione delle bambine, si oppose all'analfabetismo diffuso, promosse una politica ambientale che prevedeva l'incremento degli alberi e aprì la "radio entrate e parlate" che permetteva a chiunque lo desiderasse di esporre i propri problemi alla radio nazionale. Per Sankara l'autosufficienza avrebbe riportato il popolo burkinabé a emanciparsi dai corrotti ‘sistemi di sfruttamento post-coloniale’ che, condannandolo a un assoggettamento economico, ne avrebbero messo in pericolo la sopravvivenza.

Nella seconda parte il monologo viene arricchito da video di interviste che documentano la ricerca sul campo. Gli intervistati sono gli ex collaboratori di Sankara e rispondono alle domande che Alberto pone loro sull'uccisione del rivoluzionario, durato in carica appena tre anni e ucciso dal suo successore e braccio destro Blaise Compaoré. Ciò che risulta davvero interessante in questo secondo tempo è la costruzione registica. Scegliendo di proiettare video sul telo bianco che fa da recinto della scena, Schmidt crea un abile gioco di prospettive quasi dando l'illusione che l'attore si trovi a interagire con il megaschermo di un computer e stia sospeso in una dimensione virtuale. La semplicità della scenografia e le soluzioni registiche suggeriscono un gusto per l'essenziale ben calibrato che non toglie spazio all'azione attoriale ma che, anzi, la alimenta.

Il racconto si conclude con l'immagine dell'anziano nonno burkinabé che guarda la televisione. Alberto lo osserva: lui e noi del pubblico pensiamo a tutte le domande non fatte e che non sarà possibile fare, quelle che non avranno mai risposta e quelle che hanno risposte difficili da accettare. Dopo l'evocazione della tenera figura del nonno, la quale ricorda quella di un albero secolare, dimora di sapere, rimaniamo ancora un attimo scossi quando all'accendersi delle luci in sala torniamo violentemente in Italia.

Grazie a questo spettacolo il ritorno è ricco di riflessioni: per esempio se possiamo distinguere la purezza di un ideale perseguito per fede dalla brama di potere, se percepiamo le forme genuine della solidarietà verso i nostri simili, se nutriamo affetto profondo per la terra che ci ha generati e a cui dobbiamo gratitudine eterna. E soprattutto una domanda rimbomba insistente nella testa: come posso essere un uomo integro?
Dare una risposta a questa domanda è davvero difficile e necessita tempo. Possiamo tuttavia azzardare una breve riflessione. A volte l'umano, fragile viandante fruga in quelle "Lontananze della memoria" – per dirlo con Novalis – che lo conducono al tempio degli anziani spiriti familiari, catapultandolo immediatamente in un luogo distinto dal rassicurante presente. Nella vita di ogni essere umano c'è una stagione caratterizzata dalla meditazione e dalla necessità di definire la propria identità in relazione al passato. E proprio qui, nel passato, egli può trovare l'ancestrale e ha la possibilità di aprire il proprio sguardo a uno spazio indeterminato che spesso risulta bizzarro in quanto lontano e sconosciuto. Eppure, questo viaggio a ritroso in direzione delle proprie radici spesso permette scoperte inaspettate e ci dà la speranza di credere ancora nell’autentica bellezza di un mondo migliore.

Info:
VERSO SANKARA
con Alberto Malanchino
regia e drammaturgia Maurizio Schmidt

musica dal vivo Moussa Sanou
tecnico luci Massimo Guarnotta
macchinista Federico Fe’ D’Ostiani
aiuto regia Maria Vittoria Bellingeri
organizzazione Davide Pansera

produzione Farneto Teatro in collaborazione con Tamat, AICS e Festival del Mondo in Comune

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF