UTOYA @ Teatro Cantiere Florida: tre sguardi diversi, tre sguardi norvegesi su quello che NON è successo ad Utoya

E’ andato in scena il 21 e 22 gennaio, al Teatro Cantiere Florida di Firenze, lo spettacolo “UTOYA” un dialogo, anzi tre, di tre “coppie” norvegesi molto diverse tra loro che portano sulla scena i fatti riguardanti le stragi del 2011 avvenute in Norvegia, più precisamente ad Oslo e sull’isola di Utøya ad opera di Anders Breivik. Una produzione Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Teatro Ringhiera ATIR la cui direzione artistica è affidata dal momento della sua fondazione, nel 1996, a Serena Sinigaglia, Premio Hystrio alla regia nel 2015 nonché regista di “Utoya”. Alla produzione dello spettacolo è stato concesso il patrocinio della reale ambasciata di Norvegia. Il testo è stato scritto da Edoardo Erba (Maratona di New York, Vizio di Famiglia, Margarita e il Gallo) con la consulenza di Luca Mariani, autore del libro “Il silenzio sugli innocenti – Le stragi di Oslo e Utøya” vincitore per la saggistica del Premio Matteotti 2014. 

Appena entrato in sala lo spettatore viene accolto da un panorama spettrale e utopico al limite di uno scenario post-apocalittico. Il sipario aperto mostra un paesaggio creato da file uniformi di tronchi d’albero, una fitta nebbia creata dal fumo avvolge l’intera scena fino ad arrivare alla platea. Le luci color ghiaccio si abbassano e restano solo le ombre dei tronchi fino al buio completo.
Gli attori interpretano tre “coppie” norvegesi: marito e moglie facenti parti del ceto medio della società norvegese, la cui figlia si trova in campeggio sull’isola di Utøya per volere del padre; due colleghi poliziotti di una stazione di polizia vicina all’isola; fratello e sorella che possiedono e lavorano nell’azienda agricola di famiglia. La narrazione inizia qualche ora prima dell’esplosione della bomba al palazzo del governo di Oslo presentandoci i vari personaggi, le loro dinamiche, il loro contesto, e ciò che li lega alle stragi; lo spettatore si trova a vivere assieme a loro tutti i momenti degli attentati fino alla cattura di Breivik.

“Utoya” è uno spettacolo della memoria che ci aiuta a ricordare ciò che è successo, a non depositarlo in un remoto cassetto della nostra mente, anche se terribilmente doloroso; le motivazioni che hanno mosso chi ha compiuto questi atti tremendi e le reazioni di chi ci si è trovato immerso, anche se non come vero protagonista, ci portano a riflettere sul perché sia accaduta una tragedia del genere, sul perché il primo pensiero di molti sia stato il terrorismo islamico e sul perché ci si stupisce così tanto quando si scopre che, magari, il “mostro” è il nostro vicino di casa. E’ uno spettacolo della memoria perché ci obbliga a tornare a dei fatti risalenti a quasi sei anni fa che sembrano così lontani ma che in realtà, sotto altre vesti, sono quotidianamente sotto i nostri occhi; questa tragica vicenda rappresenta un monito fondamentale per il futuro che stiamo preparando, dove odio e intolleranza non trovano spazio. Questo il pensiero anche della regista Serena Sinigaglia che definisce “Utoya” come una tragedia moderna, che purtroppo non fa parte della fantasia di un autore ma della vita reale. Questi eventi rappresentano a tutti gli effetti l’episodio più cruento mai accaduto in Norvegia, secondo solo agli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale. 

Le tre coppie vengono portate in scena da due attori: una donna, Arianna Scommegna (vincitrice del premio Ubu come migliore attrice nella stagione 2013/2014) e un uomo, Mattia Fabris. Entrambi riescono a delineare e caratterizzare perfettamente i propri personaggi grazie ad un’impressionante padronanza della mimica corporea e della modulazione della voce. I primi cambi che avvengono sono risolti con dei fermo immagine molto espressivi e carichi di emozione. Tutti i cambi avvengono sempre in scena ed in luce: ci si toglie una giacca ed ecco già il nuovo personaggio e la nuova situazione. Sul finire dello spettacolo i cambi sono più repentini ma lo spettatore non ne risulta spaesato, anzi riconosce immediatamente il personaggio, gli basta ascoltare la voce squillante del poliziotto Alf o il modo di camminare molto mascolino di Unni, sua collega, per capire al volo chi in quel momento ha preso il possesso della scena. 

La scenografia, ideata da Maria Spazzi, contribuisce fortemente a creare una situazione senza tempo, uno spazio come sospeso. Sulla scena, infatti, troviamo alcune file parallele ed allineate di tronchi d’albero di diverse misure, forme e dimensioni; a terra un mare di pezzi di quel che, si suppone, essere plexiglass ma che da l’effetto di una distesa di specchi in frantumi. Arricchiscono la scenografia le luci stesse, sempre color ghiaccio che, riflettendo sul “tappeto di specchi”, creano sul fondale e sulle quinte una sorta di disegno. Gli attori stessi ricevono questo riflesso che gli illumina il volto, aumentando ancor di più la loro espressività: tale gioco di luci fa sì che anche loro entrino a far parte della scenografia stessa. Altro particolare della regia molto apprezzato è in sottofondo il ticchettio di orologio, unico suono presente in tutta la rappresentazione, eccezion fatta per due passaggi musicali: tale suono inizia il suo lento e costante incedere dal che si viene a sapere degli spari fino al momento della cattura del terrorista.

Lo spettacolo, sul principio, strappa allo spettatore anche qualche risata data dalle battute al vetriolo che si scambiano Gunnar e Malin, la coppia marito e moglie. L’intenzione, però, che si cela dietro a questa comicità quotidiana sembra essere quella di invitare lo spettatore nell’intimità di ogni coppia: nell’ormai rapporto di marito e moglie consumato dalla vita matrimoniale, dal rapporto tra due colleghi poliziotti dove si intuisce che c’è qualcosa di più che li lega oltre al solo rapporto di lavoro, per arrivare, infine, al rapporto di due fratelli rimasti soli a mandare avanti un’azienda agricola con il loro modo di vedere il mondo. L’intimità che ogni coppia presenta, invita lo spettatore ad entrare nelle loro case, nelle loro situazioni e a vivere assieme le emozioni che ogni personaggio vive. Lo spettacolo fa riflettere su molti aspetti, sull’odio senza senso, sull’intolleranza, ma anche su pensieri e preconcetti che ormai si sono radicati nella nostra mente, come dice la sorella di Peter, la terza coppia: “Queste cose non succedono da noi, in Norvegia” e invece succedono e non siamo mai pronti ad affrontarle. 
I fatti narrati da questo spettacolo sono difficili da spiegare per il dolore che si portano dietro, Peter però, seppur con tutte le difficoltà della sua disabilità apparentemente appartenente allo spettro autistico, con una sola frase ci dice come una nazione intera si è sentita quel 22 luglio 2011: “Il cuore si è spostato da qua a qua, non si aggiusta più”.

TEATRO CANTIERE FLORIDA

UTOYA
di Edoardo Erba
consulenza si Luca Mariani, autore di “Il silenzio sugli innocenti”
Regia di Serena Sinigaglia
con
Arianna Scommegna
Mattia Fabris
Scene – Maria Spazi
Luci – Roberto Innocenti

Produzione Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Teatro Ringhiera ATIR di Milano
 

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