UNA STAGIONE ALL’INFERNO @ Teatro della Limonaia: salvifica Immaginazione

Nell’ambito di Intercity Winter edizione 2021 il Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino propone UNA STAGIONE ALL’INFERNO, monologo di e con Dimitri Milopulos tratto dall’omonimo poema di Arthur Rimbaud. Una produzione tutta fatta in casa che dà voce al tormento del poeta maledetto nei panni di un angelo caduto e decaduto, a nudo davanti agli occhi e alle orecchie del pubblico, di chi è pronto ad ascoltarlo senza nessuna possibilità di aiutarlo.

Sommario

Incipit della drammaturgia di Una stagione all'Inferno

Evoluzione della trasposizione drammaturgica

Dimitri Milopulos e la "sua" stagione all'Inferno

Salvifica Immaginazione nel finale di Una stagione all'Inferno

Informazioni sullo spettacolo

INCIPIT DELLA DRAMMATURGIA DI UNA STAGIONE ALL'INFERNO

Un tendone da circo si spalanca davanti ai nostri occhi e ad accoglierci non sono né un clown né un addestratore. Quello spazio destinato comunemente al diletto del pubblico e al narcisismo di un acrobata è adesso occupato dal corpo plastico di un angelo che ha perso le sue ali così come la sua celestialità, entrambe fatte a pezzi in primo piano, modulate dalla luce e dal vapore che la soffonde. Difficile immaginare che l’uomo davanti a noi sia stato davvero un angelo, come se la sua preponderante corporeità, marcata da visibili tatuaggi, incisi sulla pelle e nell’anima, stonasse con la leggerezza serafica che l’iconografia tradizionale ci ha tramandato. Un angelo che si è fatto prepotentemente uomo, un Cristo incastrato nella pedana sfondata del circo come in una pietà laica dove non c’è spazio per il pietismo, né tantomeno per braccia capaci di amore. Come in ogni Inferno che si rispetti.

EVOLUZIONE DELLA TRASPOSIZIONE DRAMMATURGICA 

Il poema del maledetto Rimbaud è il grido di un disagio che nel susseguirsi di esperienze sensoriali, reali o immaginifiche, trascina in un mondo dove l’utopia è dolorosa, dove si ribaltano i canoni (“bellezza amara”), un po’ causa ed un po’ effetto di uno sregolamento dei sensi di cui portatore sano è il poeta veggente. Attenzione però che il suo potere non lo avvicini troppo al sole della verità, al fuoco eternizzante: neanche un angelo può permettersi di sfidare un Assoluto che è deus ex machina invisibile sul palco. Icaro e Prometeo che si fondono in un Lucifero che come nel Cocito di dantesca memoria è rimasto prigioniero nelle profondità infernali. Ogni velleità di sfida ad un essere superiore, che per Rimbaud erano commistione di delusione amorosa e di insofferenza per il conformismo sociale, viene prontamente soffocata con un tuono che si ripercuote nei muscoli contratti e sofferenti.

Se l’utopia ha perso il potere salvifico di un tempo, fatto di una serenità effimera che amore ed amicizia riuscivano a garantire, il piglio d’orgoglio lascia spazio alla preghiera implorante rivolta più all’uomo che al dio. Un tentativo di confessione che non è sacramento anelante un’insperabile assoluzione ma apologia davanti ad una giuria popolare che è società benpensante, che è Super-Io freudiano, implacabilmente silente. Però nessuno può dirsi immacolato, pertanto l’angelo decaduto si spoglia di ogni sovrastruttura e resta nudo per fare leva su quel senso di compassione che è letterale condivisione di una condizione di miseria umana cui un tempo poteva guardare con supponenza dall’alto del suo cielo. In un processo distruttivo inarrestabile non si salvano neanche le capacità intellettive laddove la deangelizzazione colpisce non solo anima e corpo ma anche la mente: se il “mi si pensa” sopperisce l’”io penso”, resta solo una passività che, per quanto non arrendevole, segna il destino del poeta, ora nei panni di eroe romantico a tutti gli effetti.

DIMITRI MILOPULOS E LA "SUA" STAGIONE ALL'INFERNO

A dare corpo e voce all’unico protagonista in carne ed ossa della scena è Dimitri Milopulos che ha firmato anche drammaturgia, luci, scene e regia. Con la sua esibita fisicità muscolare è riuscito a incarnare la gravità che ha scagliato violentemente sulla terra l’eroe-poeta, oramai incastrato in una prigione che sembra costringere in cattività non solo le aspirazioni e le ambizioni del protagonista ma anche il pathos. Tutto lo spettacolo ha mostrato un Rimbaud che non riesce a gridare il proprio disagio, a tratti addirittura soffocato e che si traduce in un desiderio di affetto che Milopulos inscena chiudendosi in abbracci purtroppo solo nostalgicamente fantasticati. L’inadeguatezza del poeta non esplode, restando a volte essa stessa prigioniera delle metafore che tempestano il testo originario, qui decomposto e arricchito in una drammaturgia che nel complesso ci convince. Un’interpretazione, quella di Milopulos, la cui prorompenza è apparsa vigorosa, seppur in potenza, con un effetto di contrasto tra il romanticismo della figura eroica e il crepuscolarismo della scena e dei toni che ci ha fatto talvolta sperare in uno squilibrio netto a favore del primo, più nelle corde della fisicità del protagonista, sicuramente abile nel farlo. Un equilibrio, quello sul palco, che ha conferito armonia di sensi ad un testo fatto di visionarietà e di Immaginazione. Vince infine un intimismo che sembra mettere a nudo Milopulos prima ancora che Rimbaud, in un lavoro di interiorizzazione e metabolizzazione che è l’elemento per noi maggiormente apprezzabile della fatica drammaturgica del direttore artistico del teatro che ci ospita.

SALVIFICA IMMAGINAZIONE NEL FINALE DI UNA STAGIONE ALL'INFERNO

Costantemente avvolti dai vapori, come polvere ancora sospesa a causa della rovinosa caduta, usciamo dalla sala immersi nel melanconico crepuscolarismo predominante. Un’atmosfera da immediato post Big Bang, un’esplosione dalla quale è scaturito un nuovo universo, quello della consapevolezza e della disillusione, quello della realtà greve e corporea dove a traghettarti nell’inferno è il rifiuto sociale, il disprezzo della persona finora amata, lo stigma che ogni sguardo del benpensante incide indelebilmente nella pelle come tatuaggio. L’Inferno di Rimbaud, anche nella personale trasposizione drammaturgica di Milopulos, non è regno dei peccatori o Ade di ombre ma dimensione terrena di una realtà in cui chiunque può trovare il proprio dio implacabile da rinnegare, pronto a sua volta a colpire senza nessuna pietà. A salvarsi infine sono solo la coscienza, seppur nuda e segnata, e una salvifica Immaginazione, unico antidoto cui aggrapparsi in attesa che finalmente torni qualcuno ad abbracciarci. Perché per riconoscere l’Inferno si deve pur sempre aver conosciuto l’Amore.

INFO

UNA STAGIONE ALL'INFERNO

da Arthur Rimbaud

di e con Dimitri Milopulos
drammaturgia, luci, scene e regia di Dimitri Milopulos

produzione Associazione Culturale Teatro della Limonaia

Teatro della Limonaia – sabato 5 giugno 

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