TEBAS LAND @ Teatro di Rifredi: il senso della rappresentazione alla scoperta della nostra Tebe

Il Teatro di Rifredi apre la nuova stagione “il teatro ti sveglia” con una prima nazionale, in replica fino al 27 ottobre, TEBAS LAND del drammaturgo contemporaneo franco-uruguaiano Sergio Blanco. Cura la regia oltre che la traduzione Angelo Savelli della compagnia stabile Pupi e Fresedde, in scena gli ottimi Ciro Masella e Samuele Picchi.

Molti livelli di interpretazione e di lettura per questo interessante e intrigante testo di drammaturgia contemporanea, ricco di riferimenti letterari da Sofocle, Edipo a Colono, ai Fratelli Karamazov, passando per Freud e Pasolini, fino a San Martino di Tours, per narrare, rappresentare e infine trasformare un fatto di cronaca nera dei tempi moderni, un parricidio, in una intelligente riflessione sul tempo, lo spazio, la scrittura, sulla realtà e le sue infinite rappresentazioni ovvero “questa strana cosa che è il teatro”.

TEBAS LAND si sviluppa su vari piani temporali che si intrecciano e si incastrano, ricordandoci una delle ultime regie di Savelli de Il Principio di Archimede (recensito da Gufetto), aprendo lo spazio scenico ad un protagonista: il tempo. Un tempo che diventa spesso ossessione tanto che, come quando guardiamo continuamente l’orologio, un Casio subacqueo, sembra non trascorrere mai. E alla fine dello spettacolo è come se fosse passato solo un minuto. E’ ciò che succede anche in carcere dove ogni momento è uguale a se stesso ed è come se tutto fosse cristallizzato. Per il detenuto parricida, Martino, è così e solo alla fine del percorso finalmente il tempo torna a scorrere – passando dalle 17 alle 17.01. Quando Ciro Masella, in giacca e scarpe da ginnastica bianche, compare salendo su un panchetto nel foyer per il prologo, non sappiamo ancora se è già lo scrittore S. (ovvero lo stesso Sergio Blanco), come un personaggio di Kafka, della rappresentazione teatrale, oppure se sta davvero facendo una comunicazione di servizio. Ma quando si comincia a scrivere realmente un testo? Si chiede poi lo scrittore nelle sue annotazioni sulla scena. Così noi ci domandiamo: quando comincia realmente lo spettacolo? Quando si comincia a commettere realmente un parricidio?

E ancora il tempo, e la sua ossessione, tornano sulla linea sottile dell'inizio e della fine. Il tempo scandito del carcere, quel qui e ora del detenuto Martino, dove le guardie ti guardano in continuazione, quando dormi, quando ti lavi, mentre mangi. Il tempo della narrazione dell'autore che decide di incontrare un vero detenuto, con l'intento di portarlo in scena per il suo nuovo lavoro sul parricidio. Il tempo della scrittura, delle idee e del processo creativo che da vita alla drammaturgia che vediamo in scena. Ma anche quel tempo di distanza tra i fatti, veri o inventati, e la loro rappresentazione attraverso la finzione. Il tempo delle prove, della scelta dell'attore, della preparazione, della falsificazione assoluta in quella verità della scena che si svolge ad un passo dal pubblico. Il tutto scandito dagli interventi dell’autore rivolto direttamente alla platea, con una sorta di onniscienza del creatore che si intreccia al filo narrativo interno con efficacia e fluidità, senza divenire didascalico, né allentare la suggestione.

Samuele Picchi, è l'attore scelto per interpretare Martino, il detenuto, chiuso nella gabbia di tre metri di altezza, protezione o prigione, costantemente sorvegliata dalla guardia, Pietro Grossi. I salti nel tempo sono accompagnati dai continui passaggi di spazio dentro e fuori: all'interno della gabbia il detenuto, chiuso in un corpo atrofizzato per la piccolezza della cella, un corpo prigioniero nella propria colpa omicida; fuori l'attore che sostiene il provino per essere scelto, che con scanzonata leggerezza, è al tempo stesso dentro e fuori al suo personaggio, gli somiglia, ma non è lui, gioca a pallacanestro come Martino, ma deve imparare, studiare, allenarsi per diventare il parricida. L'attore come una sfinge della mitologia classica non sappiamo realmente chi è. Complesso concetto quello della rappresentazione, del testo, del personaggio ispirati da qualcosa di reale – che nel nostro caso è anch'esso finzione e invenzione: “alla fine nulla è nulla, né io sarò io né quello che diciamo sarà quello di cui parliamo, tutto sarà un'altra cosa”. Torna ancora una volta la distanza temporale, spaziale e concettuale tra il modello e la copia quando si rappresenta qualcosa, quella distanza che fa sì che l'arte sia migliore della realtà.

Nella lunga serie di incontri, lo scrittore/regista S. per il parricida diventa un redentore che con il suo teatro gli permette di evadere, nonostante il permesso di uscire per assistere alle repliche in programma gli venga negato dal Ministero. Grazie al fatto che la sua storia sarà rappresentata – e quindi falsificata – da un attore, il parricida diventa un personaggio e lo farà ogni volta che un diverso attore vestirà i suoi panni, trovando così finalmente quel posto nel mondo che la crudeltà del padre gli ha impedito di costruirsi. Una sensazione nuova che il teatro riesce così indirettamente a fargli vivere e per la quale lo stesso teatro diventa una cosa “strana”. L’interesse dello scrittore si sposta gradualmente dalla figura del parricida a quella del ragazzo in un crescendo che passa dal misto di compassione e paura iniziale, alla protezione e cura, fino all’affetto, forse amore, sentimento salvifico. Il parricida, non solo con la sua storia ma con la sua fragilità riesce a conquistare lo scrittore che rielabora la sua figura nobilitandola ed accostandola ai grandi della letteratura, fino a San Martino di Tours. Quest’ultimo non è l’unico riferimento al mondo cristiano per la presenza costante del rosario il cui profumo di gelsomino, più maschio, diventa profumo di rosa man mano che alla figura del colpevole si sostituisce quella della vittima in un processo non tanto di riabilitazione quanto di comprensione. Così un elemento stonante come il rosario diventa sempre più consono accompagnando il processo catartico in corso che trasforma la condanna iniziale in pietà, pietas, rispetto. Il rosario subisce quello stesso processo di ri-semantizzazione che anche la forchetta ha subito nel momento in cui è stata utilizzata per uccidere, per recidere come fosse un coltello. Niente è ciò che sembra, come l'attore e la sfinge.

Efficace l’uso del colore rosso, nella felpa, lo zainetto e il canestro del detenuto, a richiamare l’elemento del sangue, rappresentato nella scena centrale, di ricostruzione del delitto, in cui un frigorifero, sceso nella gabbia dall'alto, è macchiato da tre righe rosse, quando l'omicida per il giudice ripete ogni movimento, ogni azione del delitto, in una ulteriore stratificazione di reale e finzione. Il delitto appare così un pretesto per inoltrarsi nella propria Tebas Land, in quella zona oscura dove il parricida ha vissuto la sua intera esistenza senza la consapevolezza che una vita altrove è possibile. Allo stesso tempo lo scrittore invece indaga quella sua Tebe partendo da una posizione di rispettosa sicumera e lasciandosi guidare dal detenuto come un Virgilio in mezzo a quella terra oscura che lui inconsciamente conosce molto bene. In tutto questo l’attore cerca di conquistare la Tebas Land del detenuto, attraverso ciò che l’autore ha ricevuto e ha digerito nella propria con un processo di mediazione che di fatto costituisce il fulcro del lavoro che l’attore deve fare quando si approccia ad un personaggio. Così Tebas Land diventa una rappresentazione del teatro, ovvero dell’arte della rappresentazione stessa. Dove nulla è nulla.

La regia di Savelli è discreta nel rispetto di un testo complesso eppure perfettamente fruibile. Davvero ottima e convincente la prova degli attori: Masella molto bravo a gestire i vari registri della recitazione, eccellente Picchi, nella capacità di gestire più piani di recitazione senza lasciare mai nello spettatore il dubbio di quale ruolo stia ricoprendo. TEBAS LAND ha una densità di letture e contenuti che lascia frastornati, è uno spettacolo che non ti abbandona facilmente.

 

Info:
TEBAS LAND
di Sergio Blanco
traduzione, scene, costumi e regia Angelo Savelli
con Ciro Masella e Samuele Picchi
assistente e figurante Pietro Grossi
luci Henry Banzi
allestimento scena Lorenzo Belli, Amedeo Borelli
esecutore al pianoforte del brano di Mozart Federico Ciompi
foto Marco Borrelli

Teatro di Rifredi
13 ottobre 2019

 

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF