Sulle ali del suono: Extra di Anagoor, @ Radio India

“Un cluster di suoni raccolti in fase di creazione artistica, durante viaggi di ricerca, prove e training teatrali, spettacoli, sul set di video documentari, all’interno di teatri e allevamenti intensivi, in campagna accanto a un alveare, in una chiesa di Venezia, in pieno deserto. Non un’opera teatrale adattata per la radio, ma macerie di viaggi teatrali che assumono la forma di uno stasimo radiofonico, un viaggio a pié fermo”.  Così Simone Derai presenta la puntata dedicata ad Anagoor di Extra, su Radio India il 28 aprile; “Voci animali si alternano a versi poetici, richiami, strumenti, preghiere, silenzi, ronzii, risacche”. 

Apparentemente, si tratta di un caos creativo: un modo, forse, di archiviare, di montare i trucioli e i resti provenienti dagli archivi di tanti viaggi, da tanta musica composta e riposta, o eseguita e dimenticata. In realtà, si tratta di un ennesimo, segreto tentativo di confrontarsi, ancora, con quella “Erinni del XX secolo” con la quale, dichiara ancora Derai, è sempre necessario fare i conti: perché le Erinni, tutte, in tutte le loro maschere, (l’incendio micidiale in Australia, pochi mesi fa, del quale tutti ci siamo dimenticati, i terrificanti cambiamenti climatici, la violenza degli allevamenti intensivi, la continua estinzione di razze animali) offrono sempre all’arte la possibilità di dire “attraverso tagli, fenditure, soglie, l’unica comune esperienza: il dolore”. E non solo: di creare una rete che dia ordine al disordine, come il motto di Palamede: “io volevo rendere l’insopportabile sopportabile, e ciò che era senza regola, ordinato”.

Come non vedere l’ordine, e la rete, nella struttura stessa che sottostà al caos apparente?

L’incipit è costituito dal primo stasimo dell’Agamennone di Eschilo, recitato da Marco Menegoni: il testo chiave della misura e delle nefaste conseguenze che perseguitano chi la supera, ‘prendendo a calci l’altare della giustizia’, allontanandosi dal giusto mezzo, come il ragazzino stolto che per inseguire l’uccellino che vola disturba e infastidisce tutto il quartiere. Con un salto vertiginoso  di lingua e cultura, Gayané Movsysian canta Antuni, una tra le più struggenti composizioni musicali della tradizione armena: “il mio cuore è come le macerie di una casa con le colonne rovesciate e frantumate, gli uccelli del cielo fanno il nido tra le mie rovine…

”Ecco che la dicotomia uomo/ natura, musica/ voce animale comincia a delinearsi, e, poco più avanti, a fondersi, come nel quarto momento, in cui il richiamo del muezzin, che a Abyaneh, in Iran, chiama i fedeli alla preghiera, si fonde, si traduce e si mescola col lamento delle volpi del deserto circostante. Così avviene al sesto momento, in modo ancor più perturbante, con il Da pacem Domine di Arvo Paart cantato dalla compagnia e mescolato, sovrastato, distorto dalle grida di centinaia di maiali schiavi nelle loro gabbie: una katabasis terribile, un confronto infernale, solo dopo il quale possiamo sperare nella redenzione.

In questo momento in cui  il tempo si dilata e si ferma, il teatro sosta e ripensa se stesso, e percepisce, come ha dichiarato Richard Schencher nella Segal Talk a lui dedicata, “il meltemi del sistema sociale”, Anagoor fa qui un tentativo profondo. Non solo tecnico: questo, va senza dire, non è solo un modo di occupare un vuoto, un silenzio. Questo teatro-non teatro, scomposto e scarnito nelle componenti fondamentali, suoni, voci, grida, strida, un’enciclopedia sonora, è una proposta di catarsi. Un tentativo di abbandonare la nostra ybris, di scendere agli inferi della nostra interiorità (se non puoi andare fuori, vai dentro, si dice), di identificare le nostre colpe, di leggere i nostri oracoli. Le tragedie greche, del resto, sono piene di virus, che colpiscono senza senso, e che possono essere dissolti solo se l’eroe riuscirà a superare la prova, a dire l’indicibile, a fare l’impossibile. La natura ci chiede di considerare nuovamente il nostro farne parte, di riscrivere il ‘patto tradito’, di concludere la purificazione. Non a caso, Apollo purificava l’assassino reggendogli sul capo un porcellino sgozzato e lavando con quel sangue la colpa: e la doccia di sangue del toro di Mitra trasportava il neofita in un’altra dimensione. È, probabilmente, venuto il momento, suggerisce questo ‘giro sulle ali del suono’ che Anagoor ci regala. E nel tredicesimo momento, non a caso, la compagnia intera canta, come training vocale mattutino, ancora il Da pacem Domine di Arvo Paart nella chiesa di San Canciano a Venezia. La celestiale bellezza del suono non ha semplicemente eliminato le voces dei maiali in sofferenza. Le ha assorbite, decantate, fatte proprie, creando una voce sola di incandescente dolore e di sovrumana bellezza che è una proposta insuperabile, e forse l’unica sostenibile, per il domani dell’arte, per quel progetto di incandescente splendore a cui molti artisti in questo momento anelano: il nuovo Weltzustand, The State of the World: uomini e animali, cultura e natura, il nuovo, magnifico ‘stato dell’arte’.

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