SOCRATE IL SOPRAVVISSUTO @ Teatro dei Rozzi, Siena: un dialogo intriso di domande tra antichità  e presente

All’inizio c’è solo la classe di liceo, al Teatro dei Rozzi di Siena che ospita la Compagnia Anagoor con SOCRATE IL SOPRAVVISSUTO | Come le foglie, per la regia di Simone Derai. La classe e gli studenti in aula, il professore di spalle che cerca di dare un senso a una trasmissione del sapere in tempi comunque troppo stretti. Si inizia dalla fine del percorso formativo. Da maggio, in quinta, a poche settimane dall’epilogo dell’esame di maturità. E si inizia (lo spettacolo) e si finisce (le scuole superiori) davvero male: perché da programma ministeriale è qui, nella primavera  metereologica e biologica, che a scuola si situano le lezioni sull’epilogo genocida del Novecento,  e non si può arrivare consapevolmente a rendere giustizia storica dei milioni di vittime di guerre, violenze, stragi. Ed è per questo che uno studente, Vitaliano Caccia, protesta: non si può lasciare l’ultima parola al massacro, grida. E allora, che fare? Niente più di una tesina per l’esame di maturità è la risposta consapevolmente insufficiente ma obbligata del professore.

Intanto siamo in classe, e il sapere libresco a trasmissione obbligata fa svenire e svanire gli studenti, li fa scivolare sotto i banchi, rimanere sepolti sotto libri accartocciati e stracciati, spremere acqua insapore e inodore da testi inzuppati, da gettare. Visivamente perfetto, lo svolgimento delle scene è forse retorico, certo didattico, sicuramente illustrativo, ma micidialmente coerente, specie quando lo spettacolo slitta al suo nucleo nevralgico: il professor Marescalchi, unico sopravvissuto alla violenza del suo alunno più vivo (la nona sedia, vuota, è la sua, ad attendere invano un’epifania rimandata), si rivela, nel profondo, una maschera di Socrate. Alla sovrapposizione tra i due si arriva gradatamente: la temporalità, già retroversa, cede il passo alle esigenze drammaturgiche, e i nessi di senso tra le scene sono più importanti della storia, sono la storia. "Mi commuovo sempre quando recito la morte di Socrate" dichiara il professore, o l’attore che lo incarna, non sappiamo. In questo punto nevralgico la costruzione tipica di Anagoor splende e funziona meravigliosamente. Si riproduce in scena l’engramma di Warburg: tutte le immagini che sono correlativi oggettivi di qualcosa si apparentano e si  tengono, elencandosi per evocare il qualcosa che è il bersaglio dell’opera d’arte. Il video meraviglioso in cui Socrate insegna ad Alcibiade, doppiato in diretta da Marco Menegoni che si conferma attore di infinite risorse e di personale magia, è la base dell’engramma. Si discute sulla giustizia, dichiarando che radice di essa è una radicale, riconosciuta diversità, incolmabile. Si dichiara che il significato della giustizia non può essere l’uguaglianza, perché ovviamente ciò che è giusto per gli uni può non esserlo per gli altri: e neppure si può approvare il relativismo completo, il motto A ciascuno il suo, perché, tutti lo sanno, campeggiava sui cancelli di Buchenwald. Le leggi universali sono inconsistenti, e in questa ricerca fondamentale la soluzione è impossibile, il dovere di cercarla ineliminabile. Se i maestri falliscono, se l’apprendimento è vano, ci rimane soltanto l’altro da noi, il prossimo, un maestro limitrofo che ci permetta di specchiarci in lui, come l’unica possibilità di vedere i nostri stessi occhi è farlo nella pupilla, la kore, dell’altro. L’ekfrasis performata che è una delle cifre di Anagoor brucia anche in questo spettacolo, incorporando lo sguardo dell’artista e degli spettatori nella visione del video, cannocchiale rovesciato che è là e adesso, altro da noi e noi. Il risultato si ottiene attraverso il vettore straordinario della recitazione del protagonista che riesce, straordinariamente, a risolvere una dicotomia propria del teatro contemporaneo. Parole o corpo, testo o azione, non è più un dubbio, qui, quando una regola irregolare diventa arte, all’incrocio di linguaggi diversi, parola e materia, concetto e azione. Socrate il sopravvissuto è un testo maieutico, portatore di immagini che diventano domande, a creare un rito di pensiero inimitabile oggi nel teatro contemporaneo.

E una domanda, in particolare, ci pare serpeggi lungo il nostro precipitare allarmante verso l’epilogo della storia. Qual è il senso di un rapporto educativo oggi? Cosa lega a doppio filo chi insegna e chi apprende? Quale patto inconfessabile, tradire il quale significa distruggere irrimediabilmente la fiducia nella bontà possibile delle relazioni umane?  "Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia” scriveva James Hilmann nella Lettera agli insegnanti italiani, ricordando il valore necessariamente erotico di ogni forma di insegnamento. 

Il professore, che ci guida nelle diverse dimensioni spazio temporali della vicenda, si confessa nella sua paradossale incoerenza: non crede a ciò che insegna, non crede che la sua vita abbia un senso, non ha raggiunto ciò che si era prefisso, è solo. Ma finge: “ho finto la passione per l’esistenza […] non ho sogni eppure mi sento in dovere di nutrire quelli dei giovani”. Ad un certo punto del suo percorso è caduto: ha perso la fede nell’impossibile, nello straordinario; ma per loro, per gli studenti, è disposto, a sostenere (impropriamente?) il cammino altrui. E’ questa tragica bugia che gli studenti non perdonano? Che Lisa, la studentessa trasfigurata nel Critone platonico, non riesce ad accettare? E' per questo che ci smarrisce, alla luce di questo doppio registro che svela, dietro il maestro di vita pronto ad illuminare, motivare, appassionare, un adulto senza risposte e senza più desideri. La scelta folle di Vitaliano Caccia di risparmiargli al vita è un premio o una condanna? E’ solo un atto rimandato che attende una finale resa dei conti o un riconoscimento, un perdono concesso? Gli altri docenti non ci interrogano. Ci appaiono, nella narrazione, creature vuote di significato, annoiati e sterili nella loro routine professionale che ha perso ogni brivido di reale coinvolgimento relazionale con i propri studenti. Vitaliano non è nessuno per loro, incarna la maschera inalterabile del fallimento, loro non si sono accorti che è l’unico a porre domande essenziali, hanno già deciso per lui, hanno già deciso che non spetta a loro decidere, hanno rinunciato ad agire la responsabilità di essere per lui un alter ego, uno specchio dalla cui immagine riflessa dipende il suo destino. E la tragedia si compie, senza compassione, senza resistenza, senza eroismo, un atto dovuto, inevitabile e asciutto.  Restano occhi negli occhi l’assassino e il professore di storia: un ultimo gesto, il dito puntato dello studente verso il maestro, in silenzio. E poi la fuga. Ci rimane sulle labbra, amara e incerta, la domanda di senso che un Socrate ambiguo, oscillante e sfuggente tra le proprie maschere (maestro di vita o demone del depistaggio?), continua a risvegliare e ad agitare in noi, lasciandola irrimediabilemente aperta. Per sempre. Sull'orlo dell'abisso.

Info:

SOCRATE IL SOPRAVVISSUTO | Come le foglie
dal romanzo Il Sopravvissuto di Antonio Scurati con innesti liberamente ispirati a Platone e a Cees Nooteboom e Georges I. Gurdjieff
con Marco Menegoni, Iohanna Benvegna, Marco Ciccullo, Matteo D'Amore, Piero Ramella, Margherita Sartor, Massimo Simonetto, Mariagioia Ubaldi, Francesca Scapinello / Viviana Callegari / Eliza Oanca
maschere di Silvia Bragagnolo e Simone Derai
costumi di Serena Bussolaro e Simone Derai
musiche e sound design di Mauro Martinuz
Video di Simone Derai e Giulio Favotto con Domenico Santonicola (Socrate), Piero Ramella (Alcibiade), Francesco Berton, Marco Ciccullo, Saikou Fofana, Giovanni Genovese, Elvis Ljede, Jacopo Molinari, Piermaria Muraro, Massimo Simonetto riprese aeree di Tommy ilai e Camilla Marcon concept ed editing di Simone Derai e Giulio Favotto direzione della fotografia e post produzione di Giulio Favotto / Otium
regia di Simone Derai
drammaturgia di Simone Derai e Patrizia Vercesi
produzione Anagoor coproduzione con Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies
realizzato con il sostegno del Bando ORA! della Compagnia di San Paolo

Teatro dei Rozzi, Siena

7 febbraio 2019

SOCRATE IL SOPRAVVISSUTO / come le foglie | trailer 1 from Anagoor on Vimeo.

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