SCANDISK @Teatro delle Moline: racconto dalle paludi venete

Dal 6 al 18 febbraio va in scena in prima nazionale Scandisk, un altro appuntamento nell’ambito di Focus Lavoro che Emilia Romagna Teatro Fondazione cura all’interno della stagione 2023/2024. Al Teatro delle Moline di Bologna Jacopo Squizzato firma la regia del primo testo drammaturgico di Vitaliano Trevisan, scrittore scomparso prematuramente nel 2022.

Scandisk: Vicenza, 1998

fotografia di scena di Giulia Agostini

Xino, Pelle e Massi (rispettivamente Mauro Bernardi, Beppe Casales, Jacopo Squizzato) sono tre operai veneti che si incontrano in una specie di cortile esterno della fabbrica durante le pause dai loro turni: caffè, sigarette, bestemmie e grembiuli rossi. Emergono presto i loro caratteri assai differenti e un sincero desiderio di voler dare una svolta alla loro vita, mentre si trovano a guardare oltre la recinzione, oltre la loro fabbrica; ironicamente lì vicino c’è una riserva del WWF. Si sognano paesi caldi come gli uccelli migratori di cui si trovano a parlare, belle donne e una ricchezza semplice da ottenere. Sono sogni grezzi quelli di Xino e Pelle che Massi evidentemente non condivide, preso in giro per la sua fedele monogamia e i suoi toni leggermente più sommessi di quelli degli altri due, che a forza di “porchi e boccaloni” esorcizzano il freddo, la fatica, la posizione subalterna, l’ignoranza: tutti virus che sembrano provenire proprio da quella terra che abitano, dalla pesante cadenza che rende le loro parole pietre che con un tonfo cadono al suolo. D’un tratto, ecco arrivare la possibilità di arricchirsi, di fuggire dalla palude delle loro vite. Pianificano una rapina alla povera segretaria di un’altra fabbrica nella quale erano precedentemente impiegati, che in un giorno e orario preciso preleverà dalla banca dei soldi con cui pagherà in nero gli straordinari dei dipendenti. Ne discutono e il rapporto tra i tre si incrina e con lei la possibilità di un futuro migliore. Forse.

Scandisk: un cortile al chiuso

fotografia di scena di Giulia Agostini

Si fa altissimo e strettissimo il palco delle Moline, il cui vero perimetro sembra sempre inafferrabile e non quantificabile. La sfida questa volta è di rendere uno spazio che si rivolga all’esterno e che faccia presumere un interno, proprio come un cortile. Un grande parallelepipedo grigio imprigiona i tre personaggi che condividono la scena con alcune pile di bancali in legno, che vengono ammassati e spostati sia a mano che con un carrello, definendo il susseguirsi delle scene come da copione. Sopra le loro teste pende un’enorme e inquietante struttura cubica che emana luce, mentre tutto diventa sempre più piccolo, sempre più stretto. Grandi falcate percorrono in pochi minuti tutta la scena e un oltre, rappresentato dalla porta antipanico che permette di accedere ai magazzini e di tornare a lavorare. Si profila un luogo della stasi dove corpi e parole, violenza e desiderio di rivalsa rimbalzano senza speranza sugli spettatori.

Scandisk: il suono della violenza

Il rosso acceso dei grembiuli sembra stimolare sempre di più la rabbia di Xino, che tra i tre è quella più intensa e feroce. Camminano e si strappano di dosso il grembiule, tornano indietro e lo indossano di nuovo. Tutto sembra urlare come il rosso: la cadenza vicentina, i bancali di legno sbattuti uno sopra l’altro che creano un suono netto e fastidioso, le grida dei tre uomini che diventano tutti imponenti nonostante la diversa costituzione di ciascuno, il linguaggio volgare e la violenza trattenuta dei corpi che proprio perché mai espressa è spaventosa e piena di tensione. Una tensione quella in scena che non ha tempo di costruirsi perché è presente sin dall’inizio come un quarto personaggio: una corda che entra tesa e che senza che il pubblico se ne accorga viene rilasciata nel buio della fine della replica. Ad orchestrare il ritmo veneto c’è la musica e il sound design di Andrea Gianessi che tra celebri pezzi pop e suoni che rendono l’ambiente sempre più inquietante inserisce un quinto personaggio, che Squizzato non manca di citare nel libretto di sala e negli incontri con il pubblico: quello di Trevisan autore, interpretato dal suono delle dita che battono su una tastiera di computer. Magari sta ancora ultimando la pièce, proprio mentre va in scena.

Scandisk: alla ricerca di una verità

Il testo messo in scena è il primo di una trilogia, detta della memoria, l’esordio nella drammaturgia di Trevisan. Come in tutta la sua letteratura, spesso è rintracciabile la narrazione di un mondo, il suo, che l’ha visto impiegato nelle professioni più disparate e anche umili ed è proprio con questa trilogia che Trevisan nel 1998 prende congedo dalla prima parte della sua vita. Wordstar(s), questo il titolo della raccolta, si apre con un brevissimo vocabolario introduttivo che riporta le definizioni dei titoli delle tre drammaturgie, tutti di origine informatica. Il primo, appunto Scandisk, viene definito “utility informatica che permette di controllare la superficie del disco fisso e la struttura delle directory per verificarne l’integrità e correggere eventuali errori”. Ed è proprio ad un riavvolgimento del nastro, ad una analisi a posteriori che lo stesso Trevisan fa riferimento nell’ultima pagina del testo; una nota privata, biografica come forse era l’intento di raccontare il suo lavoro e i suoi colleghi. La regia di Squizzato mantiene fede al testo, a una certa verità propria della scrittura di Trevisan, eppure forse troppo lineare, alla ricerca di una realtà interpretativa, scenografica che però non va oltre il palco, seppur vicinissimo alla platea. Un esercizio forse troppo mimetico sulle parole già vere di Trevisan, senza punteggiatura e senza veli, che volutamente lasciavano sospesa la trama, invece conclusa in questa regia da un estratto da I quindicimila passi (romanzo dello stesso autore), monologo finale di Massi. Ciò che resta è il desiderio di altro Trevisan, da leggere, guardare e scoprire.

Visto il 7 febbraio

Scandisk: dati artistici

di Vitaliano Trevisan

regia Jacopo Squizzato

scene e costumi Alberto Favretto

musiche e sound design Andrea Gianessi

disegno luci Tiziano Ruggia

sguardo sul movimento Michela Lucenti

assistente alla regia Katia Mirabella

con Mauro Bernardi, Beppe Casales, Jacopo Squizzato

scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT

responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini

costruttori Veronica Sbrancia, Davide Lago, Leandro Spadola, Tiziano Barone

scenografe decoratrici Ludovica Sitti con Benedetta Monetti, Sarah Menichini, Martina Perrone, Bianca Passanti

direzione di scena Alfonso Pintabuono

macchinista Aura Chiaravalle

capo elettricista Camilla Mazza

fonico Andrea Gianessi

sarta Elena Dal Pozzo / Anna Vecchi

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

un ringraziamento a Enrico Mitrovich e Livio Pacella

foto di scena Giulia Agostini

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