TRATTAMI BENE @ Teatrosophia: storia di un posacenere vivo

Il Teatrosophia corre lungo le strette vie del centro. Sembra fuggire alla vista. Trovarlo ha il fascino misterioso della ricerca e della conquista, eppure se ne sta serafico e divertito al 7 di via della Vetrina: in fondo a quella coda di sampietrini. Quell’immobilità in movimento ormai si ripete da qualche anno. Il Teatro è lì per chi, passeggiando e assaporando la vita del centro, vuole iniziare o concludere il giro… con uno spettacolo. Per mia semplice fortuna o per un disegno lucido del direttore Guido Lomoro, al Sophia si trovano spesso spettacoli interessanti. Non banali. Non d’uso, ecco. Il 16 novembre è andato in scena “Trattami bene” di Antonio Mocciola con Simone Sabia e Manuel Novarini. La regia è di Emilia Miscio.

Trattami bene: revisionismo storico artistico

Lo Spettacolo è da sempre l’Industria dei Sogni. Voli onirici costruiti ad arte o meglio a tavolino. Direi su misura: scala 1:100 o più. È questo quello che facevano e fanno le major. Le mie compagne di scuola avevano nella stanza i poster di James Dean e Marlon Brando; due icone sessuali, che invece (di nascosto) alimentavano il loro passionale amore tra le mura sorde della loro stanza. Amore perverso, così si racconta. Masochista come ci ricorda Mocciola. “Il cielo in una stanza” cantava Paoli, alludendo a una storia tutta italiana più pudica. Le frustrazioni delle due stelle della celluloide, trovano voce e sfogo dietro il sipario naturale di casa. Le mura proteggono dalle orde di fan che sognano (sogno indotto) un’ora di passione con James o Marlon. Poco importa se con l’uno o con l’altro: quando si tratta di divi non si guarda il capello.

Si opera un revisionismo… della storia artistica dei due attori. Ma forse è la solita abitudine atavica mai emancipata, diffusa ancora oggi, di volere a ogni costo catalogare, assegnare. L‘ordine protegge! La terra non sparisce da sotto i piedi e mantiene quel colore scuro di sempre. L’odore che deve avere. Non contaminato. Naturale, ma di una natura comandata. Decisa prima.

Londra da qualche anno ha i bagni “No gender”. Dopo il razzo sulla luna, mi sembra una delle conquiste migliori della civiltà. C’è un liceo virtuoso di Milano il “Brera” che li ha inseriti già da un po’. Non più la distinzione maschi/femmine. Ma la lista per fortuna si infittisce con Pisa, Torino e altre città. In un mondo “Fluido” (per usare un parola nella sua accezione moderna) almeno come tendenza, la collocazione temporale della pièce è fondamentale. 1954. Che i due fossero Fluidi… ce lo dice anche la storia. Marlon aveva rapporti con donne, come gli rimprovera nella pièce (e probabilmente nella vita) il geloso James: il sottomesso o posacenere umano. Brando aveva rapporti con donne e non per crearsi il famoso alibi che alcuni cercano nell’ipocrisia della società di allora e di oggi, ma per soddisfare davvero una voglia irrefrenabile. L’autore ce lo descrive come un erotomane che sentiva più che una voglia, ma un impulso che gli procurò il padre quando, piccolo, che lo seviziava e “graffiava” con le unghie nelle sale buie del cinema. Così ci racconta Mocciola che immagino abbia molto letto quella che è una storia che Hollywood tende a nascondere. Che Brando desiderasse le donne ce lo ricorda e prova con la forza del documento, la sodomizzazione di Maria Schneider con il panetto di burro più famoso della storia nella scabrosa scena dell’Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci. Cronaca cinematografica di uno stupro.

Trattami bene: cronaca di normalità

L’autore addita le major, lo star sistem, ma a ben considerare la questione è il racconto della normalità. Quello che suona forte e fa da grancassa è la statura mediatica dei due personaggi coinvolti nella vicenda vera del ’54. Ogni persona è appesantita e spesso schiacciata dal ruolo professionale e sociale e sfoga nell’intimità la vera natura. Se il commercialista deponesse la maschera di impavido combattente dei numeri e tra le lenzuola decidesse d’essere fustigato, non importerebbe a nessuno (forse ai clienti ma non è certo: se la partita doppia è ben fatta… ). Se lo fa Dean e Brando, l’amplificatore accende le spie rosse, il misuratore VU tocca la zona rossa e la connotazione assume un altro peso e un’altra eco. Dean, ci raccontano le cronache ormai note (poco segrete) e l’autore lo conferma: adorava essere sottomesso. E Brando adorava sottomettere. Era un normale gioco di ruoli consensuale, che portava a delle conseguenze. Estreme? Può darsi. Ma nessuno si è suicidato. Nessuno è impazzito. Dunque è il racconto vero e romanzato di una passione forte. Sana o malata chi può dirlo? Le mura dell’appartamento di Brando non parlano e non parleranno. Sulla storia aleggia il dubbio e per fortuna sennò Mocciola non avrebbe potuto scrivere questa commedia.

Ridondante ossessione

La scrittura di Antonio Mocciola è fine, attenta, ricercata ma il tema dell’ossessione, del perché Brando si comportasse in un certo modo e James glielo permettesse o richiedesse, sembra tornare troppo spesso con argomentazioni che si assomigliano e che fanno sembrare il testo (in alcuni tratti) ridondante. Non ci sono molte azioni sceniche che sorprendano la platea. Ci sono gesti ripetuti e già dalla metà della pièce, persino prevedibili. Avrei preferito una scrittura meno verbosa, sintetica per quanto di ottimo livello. L’ossessione dei due personaggi a tratti sembra diventare l’ossessione dell’autore.

Le musiche coinvolgenti e distraenti

Le musiche sono ricercate ed evocative ma certe scelte seguono la nuova moda imperante e americana: scegliere musiche di un’altra epoca. Netflix docet. Siamo nel 1954 ed è lì che occorre rimanere temporalmente trattandosi di una storia vera. Mi è sembrato di sentire sotto la voce degli attori, Einaudi. La musica di un compositore contemporaneo mi riporta al presente e strappa dal racconto e suggestione. La macchina del tempo è violata. Ma è gusto. Le regole si possono trasgredire e lo spettatore abbandonarsi a certe suggestioni suggerite da certe note anziché altre. Se quello che la regista cercava era un suono gradevole, emozionante, allora sì, la scelta è stata di buon gusto ma rimane lo sforzo dello spettatore.

Trattami bene: attori naturali

Di recente ho assistito a qualche messa in scena con toni inverosimili. Qui finalmente trovo due interpreti: Simone Sabia e Manuel Novarini, misurati, cortesi nel rapporto col personaggio, col tono delle battute senza quel manierismo d’attore che spesso riscrive la poetica dell’autore o il disegno primigenio del regista. I due attori sono giusti. Trovano e rendono al pubblico la naturalezza che il Teatro dovrebbe sempre avere, nonostante il nudo integrale che avrebbe potuto compromettere la resa dell’interpretazione. Nudo ormai sdoganato che non stupisce e non compromette. Registi come Emma Dante ne fanno uso e spesso abuso. Qui il nudo ha una motivazione diversa: è il nudo dell’anima che Mocciola vuole e sa raccontarci.

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