LE MEMORIE DI IVAN KARAMAZOV @ TEATRO VASCELLO: processo laico

Umberto Orsini mette in scena il “suo” personaggio più caro: Ivan Karamazov, e lo fa chiedendo l’aiuto di regia e di penna a Luca Micheletti. L’attore cura anche la drammaturgia. La pièce si muove labirintica tra questioni irrisolte (e forse irrisolvibili) come l’esistenza di Dio o meglio la sua invenzione idealizzata che pare dunque essere il frutto del pensiero umano. C’è poi un abominevole parricidio anche questo irrisolto tra colpevoli materiali e morali. Le memorie di Ivan Karamazov è un racconto di antropofagi che si cibano di carne guasta o corrotta. Umana. Sono uomini che divorano altri uomini. Non ci sono vittime e carnefici: tutti mischiati senza onori nel vortice sotterraneo del dubbio e del guasto. Ginepraio torbido che l’essere umano stesso tenta di dipanare prima della propria morte. Prima che la mente cessi di partorire pensieri e la clessidra della vita lasci passare l’ultimo granello oltre la strozzatura del tempo. L’irrisolto è l’autentico e corrosivo cruccio di Ivan che fu anche di Dostoevskij, pensatore infaticabile che morì dopo quattro mesi dall’uscita del capolavoro della letteratura russa e mondiale: “I fratelli Karamazov”. Prima degli ultimi granelli di sabbia severi come lancette d’orologio…

Le memorie di Ivan Karamazov: una serata a un colle

Il Teatro Vascello inonda di poesia e vivacizza (forse vitalizza) un delizioso quartiere di Roma che a quell’ora andrebbe volentieri già a dormire, a nascondersi alla vita brusiante dietro tapparelle trattenute a mezza altezza. Noiosamente. Ci sono televisori luminosi che lampeggiano psichedelici ma di una luce morta e spenta. Bagliori stantii; concorrenza sleale alla cultura. Siamo lontani anche dalla movida. Fitta e rumorosa. È questo uno dei famosi colli. Il nome del luogo lo denuncia da subito: Monteverde. Si può, anzi si deve, arrivare prima per lasciarsi inzuppare di quell’odore di Teatro nel delizioso foyer con Caffè. Ci sono policromartici aperitivi a rendere più fluide e persino convincenti le parole di chi partecipa alla festa del Teatro. Festa che si celebra ogni sera eccetto il lunedì. C’è una attesa curiosa per la nuova fatica di Umberto Orsini e il “suo” Le memorie di Ivan Karamazov da Fedor M. Dostoevskyj. L’attore canuto cura la drammaturgia a quattro mani con Luca Micheletti e Luca Micheletti a sua volta ne cura la regia. Mi piace pensare che dietro questo scambio ci sia oltre che la fiducia anche l’amicizia tra i due. Forse è solo una visione. Non importa,

Le memorie di Ivan Karamazov: detriti di vita come polvere

Il palco del Teatro Vascello concede l’illusoria impressione di svelare da subito. Denunciare senza indugio. Non ha e forse non vuole il sipario. Potrebbe essere il filtro che rimanda. Orpello rinunciabile. Lo spettatore può già fare congetture sulla messinscena che da lì a poco prenderà vita nello spazio scenico addobbato per lo spettacolo. Ma sono solo pronostici, idee, mentre la platea di corpi prende forma nelle poltrone reclinate nel solito protocollo dell’attesa. Reclinate davvero. La luce si spegne.

Orsini è velato come un ricordo che rischia di sbiadire e scivolare via nell’oblio. La coriacea ma stanca resistenza di Ivan Karamazov tiene vive le proprie ragioni. Quello che si intuisce ma perché ben suggerito da Giacomo Andrico (che cura le scene), è che siamo di fronte a un “non luogo”: ci sono detriti di vita che come polvere soffiano sulle tavole, cadono come pioggia di tempo dall’alto e si posano annoiate. C’è una coltre bianca che resiste sino alla prossima folata che a volte arriva davvero. Un grande ventilatore e un operatore malamente nascosti, producono l’effetto. Tutto si mischia mentre Ivan combatte forte ma contro la sua fragilità d’uomo sfinito. Detesta tuttavia l’uomo intrappolato nell’inazione. Ha già deciso di scrivere le sue memorie per lasciare un testamento ai posteri. Per ottenere giustizia o comunque il verdetto di quel processo iniziato e mai concluso. Il giudizio è rimasto appeso come quel luogo di macerie, che adesso è un’aula di tribunale. O forse no. Non è una scena abbacinante come se ne vedono a Teatro per destare lo spettatore: lo vuole Carlo Pediani (lucista) perché vuole emulare lo squarcio perentorio dell’anima dato da quell’ombra cupa di parricidio di cui i fratelli Karamazov parlano da sempre. «I figli uccidono i padri», dice Ivan in una sconcertante confessione. Ma non è lui l’assassino materiale. Dunque è l’ammissione della colpa e l’atroce considerazione della brutalità dell’essere umano o disumano che gli procura la febbre cerebrale. È lo scavo della coscienza che inizia il viaggio dal “sottosuolo” del personaggio (per usare un’espressione nota del drammaturgo russo) ma che si riflette su tutti gli altri simili: fratelli, conoscenti, attori, pubblico, persone vive e già morte.

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Le memorie di Ivan Karamazov. La più grande invenzione dell’uomo: Dio.

Nella riscrittura del personaggio più controverso tra i fratelli Karamazov, Orsini e Micheletti non potevano rinunciare a quel dilemma atavico che riguarda l’autore e sciorinato in un meraviglioso capitolo de “I fratelli Karamazov” e ripreso anche da Rozanov nel suo “Il grande inquisitore”. Qui si dà ampia licenza di parola all’opera di Rozanov che profetizza il ritorno di Cristo. È un altro processo impossibile. Quello che l’uomo ha sempre voluto fare alla divinità. Non c’è amore tra i due: uomo e Dio. Ivan è adesso inquisitore e insieme alter ego di Dostoevskyj: accusa i suoi simili di aver rinunciato alla libertà barattandola con una felicità artefatta e dà la colpa a Cristo che li ha indotti alla scelta scriteriata. Un popolo cieco che crede d’essere libero attraverso la parola della Chiesa. Quel popolo crede di essere persino felice dunque. Che tutto funzioni all’incontrario, ce lo dice una croce capovolta su di una parete. Dio esiste? Comunque sì, esiste per Ivan quell’immagine inventata e idealizzata dall’uomo. È lui, essere terreno, che ha inventato la divinità che promette ma non dà il pane. È Gesù o Dio il vero colpevole secondo questa teoria perorata anche dai drammaturghi di questa pièce: se Dio avesse trasformato la pietra in pane, l’essere umano non avrebbe patito la fame e non sarebbe caduto in tentazione. “Le tentazioni…”. Promesse fascinose che invece il diavolo sa fare, presentare bene e sa infine mantenere. Perché chiedere una prova così insuperabile all’uomo già piccolo e debole? «Sfamaci!». Solo questo si chiede a Cristo. La libertà è persino intollerabile per l’essere umano alla stregua delle tentazioni.

Echi pirandelliani nella riscrittura di Orsini e Micheletti

Ivanov è uno dei personaggi incompiuti del grande romanzo dell’autore russo morto pochi mesi dopo l’uscita della sua opera più importante. Ivanov finalmente ha diritto di replica e una platea al quale rivolgersi. È metateatro a tratti. Alla platea il personaggio (per bocca di Orsini) si rivolge come a una giuria dalla quale si aspetta non la clemenza riservata ai codardi, ma la giustizia degli impavidi e dei giusti. È ormai un fantasma che naviga con i suoi brandelli di corpo e abiti, nel mare dei suoi dubbi. Questioni che vuole tuttavia fissare in fogli di carta che piovono copiosi dal cielo di quel luogo incerto. Chiede all’altro grande fantasma, Dostoevskyj, perché l’ha lasciato così: sospeso. In balia dell’ineluttabile. E mi viene in mente, subito, quel formidabile Pirandello al quale i suoi personaggi, distraendolo dal sonno, di notte abitualmente, gli chiedevano d’essere compiuti. Finiti. Ritrovo l’autore di Girgenti anche quando uno squarcio di porta apre alla vista della platea un meraviglioso specchio maculato, dove il personaggio può interrogarsi e tentare di scorgere un riflesso d’anima. Un barlume seppure fioco ma di verità. Mi tornano gli specchi di Laudisi (da poco recensito con un sublime Pino Micol) o Moscarda, protagonista in Uno, nessuno e Centomila. (ricordo la pièce con Pippo Pattavina anche questa recensita).

Le memorie di Ivan Karamazov: crescita sincronizzata

Ci sarebbe molto altro da dire. Succede quando c’è un Gigante del pensiero russo che aleggia dietro una pièce. Testo molto interessante.. Orsini dimostra di conoscere bene il “suo” Ivanov come ho esordito in questo articolo. Ecco perché il possessivo tra le virgole. L’aveva già interpretato nello sceneggiato televisivo degli anni settanta di Sandro Bolchi. C’è una crescita a sincrono tra l’attore e il personaggio. Orsini ha maturato il personaggio dentro ed è naturalmente maturo come attore. Il risultato è quella fusione mirabile che avviene in teatro tra le due figure.

Spettacolo da vedere

INFO

Dal 10 al 22 ottobre

dal martedì al venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17

debutto martedì 10 ottobre h 21

LE MEMORIE DI IVAN KARAMAZOV

con Umberto Orsini

drammaturgia di Umberto Orsini e Luca Micheletti

dal romanzo di Fëdor M. Dostoevskij

regia LUCA MICHELETTI

scene Giacomo Andrico

costumi Daniele Gelsi

suono Alessandro Saviozzi

luci Carlo Pediani

assistente alla regia Francesco Martucci

produzione Compagnia Umberto Orsini

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