RE CHICCHINELLA @Città del Teatro Cascina: la metamorfosi dolorosa

Antonin, è proprio vero, non ci sono più capolavori”, scriveva Raymond Carver ad Antonin Artaud, in Orientarsi con le stelle – ma dietro ogni sipario c’è sempre, tu lo sapevi bene, un fruscio”. Una citazione che è inevitabile ritorni in mente quando si esce dalla Città del Teatro di Cascina dopo la visione di RE CHICCHINELLA di Emma Dante – sì, un inquietante, perturbante, indiscutibile capolavoro.

RE CHICCHINELLA: LA FIABA DI BASILE  

Elementi noti – un fondale nero, un’ala di carbone dove si muoverà la performance, proprio come gli altri drammi della serie tratta dall’opera di Basile, La Scortecata e Pupo di zucchero (entrambi già recensiti da Gufetto). Un nero evocativo di un qui e ora irrealistico, un nero di morte entrata in relazione con l’universo friabile dei vivi: da un aldilà limitrofo le anime dei trapassati si affollano intorno a noi per mangiare il pupo di zucchero, i personaggi della fiaba ritornano a balzare, in una “quotidianizzazione” non solo del mito, ma anche del racconto, attiva e viva. Il nero vuoto, come lo sbadiglio primordiale greco, il Kaos, comincia ad essere popolato. Appaiono un gruppo di ibridi, donne vestite di nero con teste di gallina. Emettono un gramelot di suoni e parole, un linguaggio chiocciante e solo parzialmente articolato che suggerisce con evidenza il mega tema della performance. Lo suggeriva, da subito, anche l’intervento drammaturgico. La fiaba di Basile da cui lo spettacolo trae la sua radice (Lo Cunto de li Cunti V, 1)  non presenta, come animale magico, una gallina, ma una papera: e la papera, coccolata da due povere sorelle, regala in abbondanza uova d’oro che le sollevano dalla miseria. Quando una vicina riesce a farsela dare in prestito, la papera interrompe il flusso delle uova d’oro e viene defenestrata: credendola morta, un re la usa per asciugarsi dopo l’evacuazione: e l’animale si aggrappa col becco alle terga del re, resistendo a qualsiasi tentativo di separarsene, finché una delle sue precedenti padrone, richiamata dal bando regale secondo il quale chi riuscirà a salvare il re dall’incomodo sarà premiato, si presenta, la chiama con dolcezza e l’animale le si getta felice tra le braccia. Niente papere per Emma Dante, una gallina invece, che sottoposta all’identico trattamento della papera penetra però nelle viscere del re, diventando una vera e propria ‘spina nella carne’, un tormento vivente, un attivo dolore.

RE CHICCHINELLA :  NEL MONDO DI MEZZO  

Scena di RE CHICCHINELLA (foto di Masiar Pasquali)

La gallina domina lo spettacolo, fin dall’entrata del coro in nero, che nel suo gramelot umano/animale annuncia un dato fondamentale: siamo in un mondo di mezzo. Né animale, né umano. Gli uomini parlano parole, le galline chiocciano: qui invece una lingua mescidata ha luogo, capace di snodarsi, poi, nella ripresa del dialetto di Basile, nelle arrampicate barocche, mariniste, della descrizione metaforica dell’alba da parte dei due paggi del re, in aperture verso l’italiano, in suoni, soffi, chiocci, rantoli, in cristallina, meravigliosa musica, la Passacaglia della Vita, (oh come t’inganni/ se pensi che gl’anni/ non han da finire/ bisogna morire) e poi in un francese da pollaio, e poi nel napoletano cristallino di oggi. E galline sono la schiera delle damigelle, invadente e magnifica, nel formalistico modo di muoversi in gruppo, ancheggiando su cosce di pollo, becchettando e sputacchiando the e biscotti, tentando l’appetito del re con lunghe forchettate di spaghetti. Bianca pollastra che sarebbe piaciuta a Saba è la principessa nel suo vestito a balze piumose, e ovviamente tutti questi accenni convergono verso la figura fondamentale, Re Chicchinella appunto, “Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli” – portatore di titoli ridondanti ma adesso, parassitato dal suo tormento animale, incapace di tutto, di mangiare, di cavalcare, di vivere – soltanto un Re Chicchinella, un re gallina – un pedone, lo definisce uno dei paggi con crudele ironia.

RE CHICCHINELLA E LE MOLTEPLICI GALLINE

A torso nudo e con una gonna nera che serve per schermo almeno parziale a quanto succede nelle sue viscere straziate – e che serve da schermo quando i medici si chinano a visitarlo o da nascondiglio quando diventa un cuscino rigonfio dentro il quale si può sparire – il re è sempre in scena, accudito all’inizio dai paggi che lo lavano e si confrontano con lui con quale metafora marinista sia meglio descrivere l’alba mattutina, raggiunto poi dalla figlia, una principessa trillante in abito bianco e fiocco rosso che si rifiuta di ascoltare le risposte sincere del padre – sto male, dichiara il re, preferirei morire, ma la figlia, inflessibile, lo smentisce: siete il re, prevarrete su tutto. Arriva poi lo stuolo gallinaceo delle damigelle, in costumi succinti e scintillanti, reggiseni luminosi, acconciature di fili di strass, accenni di crinoline – o di piccole ali ferrose: la gallina, si sa, non sa volare –  e con un ritmo incalzante inscena una sorta di loop incredibile, ripete gli stessi passi di danza, ripete e varia le stesse frasi in francese da pollaio, si siede su deliziose seggioline, sorbisce the da delicate tazzine, parla e sputacchia frammenti di dolce, si alza di nuovo brandendo intorno al re fette rosee di prosciutto, sarabanda intorno a lui arrotolando spaghetti sulle forchette, li ficca in bocca, li divora – un’immagine magnifica eminentemente contemporanea – alcune delle galline sono attori, in perfetto gender fluid – e archetipica: la vita è fatta così, di sofferenza e gioia, non gioia leggera e fine a se stessa, ma atavica e potente, (“uno strumento per approfondire le cose”, dichiara la stessa regista nel libro di Simona Scattina), e spazia dalle altezze della “bellezzitudine” alle componenti di ogni carnevale, escrementi, cibo, dolore, danza e penne estratte dalle interiora. Un teatro nato dall’immondizia e dal rito, dalle risate, dalla sofferenza, dalle facce deformate dal dolore o irrigidite dalla menzogna, da un formalismo raffinato che talvolta richiama le soluzioni di Bob Wilson e da un’arcaica forza che ci riporta al rito e al mito, a molti nostri ieri.

RE CHICCHINELLA , LA METAMORFOSI DIFFICILE  

Il  parassita gallinaceo si annida nelle viscere del sovrano e lo divora: la recitazione fisica, brillante e perturbante, dolorosa e tormentosa, di Carmine Maringola, lo mostra in una continua tensione di trance col suo ‘nemico dentro’, che si impossessa di lui e lo abita, mostrandosi in trasparenza nel ventre che si dilata o si ritrae, nell’espressione stralunata e disfatta del viso, nei lampi gioiosi e tragici della voce.  Va in scena un tentativo, abortito, di metamorfosi. Se varie voci critiche hanno insistito nel collegare l’opera di Basile al poema di Ovidio, ecco, la messa in scena di Emma Dante colpisce al cuore le connessioni e le differenze. La metamorfosi, si sa, è sempre dolorosa: a cominciare dai compagni di Odisseo tramutati in porci da Circe con un sol colpo di bacchetta magica, ma capaci ancora di conservare la loro mentalità umana e quindi di soffrire, all’orrore di Dafne che vede le sue dita inverdire in foglie, ‘trasumanare’ è sempre penoso. Ma ancora più dura e difficile è la resistenza alla metamorfosi, l’irrigidirsi contro il cambiamento, che ci vorrebbe flessibili, diversamente agili, pronti a lasciarci cadere nella piccola morte a noi stessi per diventare altro da noi – “bisogna morire”, avvisa la Passacaglia. Nel ‘Barocco contemporaneo’ di questa performance, la metamorfosi è impossibile, o quasi: e non è facile né poco doloroso neppure vivere in un mondo mescidato, di ibridi, di incroci. Re Chicchinella decide di uccidere sé stesso e il parassita non mangiando più, anche se la corte, nessuno escluso, vorrebbe invece che evitasse l’anoressia, perché questo bloccherebbe l’afflusso di uova d’oro. Dopo la seduzione che tutte le damigelle hanno operato, il re si convince a mangiare un’oliva e una fetta biscottata, e l’inserimento del cibo nello stomaco provoca la deposizione di un uovo d’oro, la gioia della corte, la decisione del re di non mangiare mai più, di tentare il tutto per tutto per liberarsi in qualsiasi modo. L’azione si accelera, il medico tenta di strappare col forcipe l’inquilino terribile dalle viscere del re: mossa che accelera la catastrofe, perché l’involucro umano muore, la corte in abiti di lutto procede a celebrarlo sulle note della Passacaglia di Battiato – e la gallina, finalmente, si libera – zampettando sul palco dopo che il suo portatore ha ceduto, le ha aperto la prigione di carne, eccola qua – l’altra faccia di Re Chicchinella. Del resto, lo sappiamo, nel teatro di Emma Dante nessuno è nel corpo che l’altro vede. Eccone la prova.

Carmine Maringola in RE CHICCHINELLA (foto di Masiar Pasquali)

RE CHICCHINELLA: “BISOGNA MORIRE”

Certamente i temi che si intrecciano nello spettacolo, insieme tragico e gioioso – tragico e perturbante per il dolore di carne che ci viene trasmesso, gioioso per la bellezza formale, equilibrata e tagliente, che pure viene regalata a piene mani – infinitamente Barocco, proprio per questa ambivalenza – sono molteplici.  La famiglia disfunzionale, gelida, interessata molto più alle uova d’oro che alla sofferenza costante del re: l’avidità della corte, meccanica e vuota come una serie di piccoli automi trillanti: il rapporto squilibrato del sovrano con la moglie, che forse l’amava, un tempo, ma che forse lo disprezza, e forse lo sfrutta, o tutto insieme, chissà. Ma il potente sottotesto che unifica e diversifica tutto è proprio la difficoltà e la sofferenza, il dolore necessario, inevitabile, bruciante, che ci costa il cambiamento. Che pure abbiamo dentro, a lacerarci come le unghie e il becco della gallina: una sofferenza che non ci lascerà, se non saremo noi a lasciare, ad abbandonare tutti i nostri ieri: bisogna morire, almeno a noi stessi. Una verità incandescente, un capolavoro.              

Visto il 7 aprile alla Città del Teatro di Cascina

RE CHICCHINELLA

libero adattamento da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
scritto e diretto da Emma Dante
elementi scenici e costumi di Emma Dante
luci Cristian Zucaro
con Carmine Maringola (Re), Annamaria Palomba (Regina),Angelica Bifano (Principessa),Davide Mazzella, Simone Mazzella (Paggi), Stephanie Taillandier (Dama d’onore),Viola Carinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Enrico Lodovisi, Yannick Lomboto, Samuel Salamone, Marta Zollet (Dame di corte), Samuel Salamone (Dottore), Viola Carinci, Marta Zollet(Infermiere), Odette Lodovisi(Gallina)

coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico/Compagnia Sud Costa Occidentale,Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Carnezzeria, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier /Printemps des Comédiens

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