I PROMESSI SPOSI. Providence, Providence, Providence @ Teatrino dei Fondi: quando il riso è sollievo e denuncia

Opera conclusiva del trittico dedicato al potere e portato avanti dal 2017, con Amletino e Ubu Re, in scena al Teatrino dei Fondi di San Miniato: “Il potere non è sempre qualcosa di tangibile, anzi a volte ne sentiamo solo l’odore, il suono, le conseguenze. Quante volte, noi tutti, ci troviamo di fronte a cambiamenti, situazioni e decisioni che sono state preparate e costruite altrove, in un altrove indefinibile e non individuabile”. Questa la scommessa della compagnia toscana Kanterstrasse: narrare in secondo livello episodi già dissimulati, inspiegabili, e terribili pur creando una girandola di divertimento, nella quale si nasconde comunque un meccanismo crudele. Il male irrinunciabile della nostra presenza al mondo, il male immedicabile della storia, il male che solo la Provvidenza può, forse, medicare: se di questo rimedio, poi, accettiamo il senso. Chissà.

Fare uno spettacolo su I Promessi Sposi è per i coraggiosi: solo l’idea fa ‘tremare le vene e i polsi’ a chi pensa per un minuto di ridurre drammaturgicamente un testo fiume, e non solo: un testo canonico, santificato nella scuola, un sistema di segnali che dirigono a diventare onesti, buoni e bravi, verso un ‘sugo della storia’  senza dubbi né ambiguità. E i Kanterstrasse, con evidenza, sono coraggiosi. Non hanno temuto l’infedeltà, né sono impalliditi di fronte al tradimento della filologia, alla dichiarata indipendenza autoriale e all’originalità interpretativa. Il romanzo  (quale? Nella prima scena si leggono diversi incipit, celebri tutti, e interscambiabili diremmo, fino a centrare, casualmente forse, ‘il ramo del  lago di Como’, ed ecco che tutto comincia) diventa una spigliata graphic novel. Su lavagne grigie gli attori, tutti uniformati nel biancore di costumi di scherma corretti con accessori identificativi (un corsetto nero per Lucia, un cappuccio volante per Fra’ Cristoforo, tanto per citarne un paio), disegnano loro stessi col gesso oggetti allusivi all’ambientazione. Nessun tentativo realistico, nessun progetto scenografico: tavoli pure grigi disposti diversamente racchiudono la scena, fungendo talvolta da letto, talvolta da stanza, o da porticato in infilata, alla bisogna. Una sistemazione moderna e spoglia, traditrice del realismo descrittivo manzoniano: ma proprio questi tradimenti rivelano l’identità dell’opera di secondo grado, chiarendone non soltanto il livello di fedeltà o infedeltà all’originale, ma proprio il taglio, e le scelte interpretative.

Lo spettacolo di Kanterstrasse privilegia la spigliatezza, la leggerezza, la vivacità. La fabula viene dilatata quando occorre, concedendo, ad esempio, ampio spazio alla scena con Azzeccagarbugli, indimenticabile pezzo di bravura di due attori che conoscono ogni segreto dei tempi comici e degli artifici della risata. Creando, addirittura, scene inedite, come l’interno osteria nella quale finirà Renzo durante il tumulto di Milano, abitato da due stralunati milanesi Doc che si preoccupano che tutto quanto si svolge sia confacente alla celebre “Milano da bere”, con effetti irresistibili.  Altre aree si contraggono irrimediabilmente, lanciando al galoppo la storia, che soffre un po’, va detto, nella seconda parte, quando la girandola irresistibile degli avvenimenti e degli espedienti comici rallenta, causando talvolta l’insabbiamento e il rallentamento della suggestione. Quando la comicità spumeggia, quando gli attori brillanti e consapevoli gestiscono la loro abilità in vortici di divertimento, il romanzo di Manzoni si lascia piegare e manipolare senza resistenza, e tutti ridiamo quando ‘providence, providence’, canticchiato da questo o dall’altro personaggio, svuota di sostanza il concetto base dell’opera, quella visione di fiducia che fa sì che, pure nelle difficoltà più soverchianti, lo sappiamo: “la c’è, la Provvidenza”. Ecco, nello spettacolo, la Provvidenza si nasconde bene. O non c’è, o non si vede. E quando, dopo la notte angosciosa di Lucia resa con fedeltà, in un buio da quadro antico rischiarato solo da una fiammella presa letteralmente dalla pagina di Manzoni, il testo si stringe in esiti più severi e non permette un gioco scenico spensierato, qualcosa stride un po’. Il problema è che il testo base è veramente plurale, e lavorare per forza di levare non è sempre facilissimo. Rimane comunque la piacevolezza e la godibilità di uno spettacolo garbato, ironico, intelligente, con una visività televisiva, gag di assoluta freschezza ed efficacia indiscutibile. Rimangono attori in stato di grazia, in grado di cavalcare molti ruoli diversi senza neppure l’ausilio di un cambio di maschera, irrefrenabili e incisivi. E naturalmente, rimangono le parole: quelle autentiche, traccianti luminose capaci di tessere un discorso doppio impeccabile e pericoloso. Un discorso sul potere e sulla prepotenza, su quanto la pressione e l’oppressione siano disastrose, non solo perché ci schiacciano, ma perché ci abbassano di livello, rendendoci meschini, cattivi e vendicativi tanto quanto lo è chi ci tormenta e ci fa del male. Un grande controcanto al gioco brillante del divertimento. Ecco, in ultima analisi, questa è la voce segreta del romanzo, e l’apparente tradimento diventa profonda, innegabile fedeltà.       

Info

I PROMESSI SPOSI. PROVIDENCE, PROVIDENCE, PROVIDENCE

tratto da I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

produzione KanterStrasse
con il sostegno di Regione Toscana

regia e drammaturgia Simone Martini
con Luca Avagliano, Lorenza Guerrini, Simone Martini, Alessio Martinoli
disegno luci Marco Santambrogio
scene Eva Sgrò
costumi Silvia Lombardi
organizzazione e comunicazione Elisa Brilli
collaborazione grafica Nicole Falcioni
foto Mario Lanini

Teatrino dei Fondi – San Miniato (PI)

10 gennaio 2020

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