ONE MAN JAIL@Teatro Cantiere Florida: la prigione è nella mente?

Martedì 25 gennaio ha debuttato, al teatro Cantiere Florida, lo spettacolo “One man Jail: le prigioni della mente,  per la regia di Claudio Suzzi, prodotto da Compagnia Interazioni Elementari.  Lo spettacolo, frutto del percorso di educazione ai mestieri dello spettacolo e della performance tramite l’utilizzo di tecnologie digitali STREAMING THEATER: un ponte tra carcere e città, coinvolge i giovani detenuti dell’Istituto Penale per i Minorenni G. Meucci, e punta dare voce all’urgenza fondamentale per chi vive dall’interno la condizione del carcere di riconnettersi alla comunità, in vista di un reinserimento futuro.

Sommario

One Man Jail tra Metacarcere e Metateatro: il gioco di specchi della prigione dell’anima

Teatro e tecnologia in One Man Jail: un connubio che risuona con la frammentazione dell’anima

La solitudine è il carceriere

Info dello spettacolo

One Man Jail tra Metacarcere e Metateatro: il gioco di specchi della prigione dell’anima

“Il teatro è il luogo delle illusioni, possiede la grande magia di far nascere delle vite e delle storie, che muoiono nel momento in cui si chiude il sipario”Anna Marchesini. Si spera non sia questo il caso.

Lo spettatore è condotto fin dall’ingresso in teatro a modificare continuamente il proprio punto di vista: accolto come detenuto da guardie in divisa nel foyer, schedato con l’assegnazione di un numero, fatto accomodare in platea insieme a rumorosi e ostili compagni di cella che commentano, con voce chiassosa, ciò che accade sul palco: uno spettacolo dal sapore beckettiano. Siamo noi i carcerati e il palco, a scena aperta, mostra un carcere dove si svolge uno spettacolo di clown, di un clown speciale, il detenuto Frank Petroletti – l’attore Filippo Frittelli – celebre comico arrestato e incarcerato all’apice del successo.  Assistiamo alla sua ultima performance, performance di un attore ormai stanco, che ci porta nei meandri della sua mente alterata, frammentata nei personaggi che ormai gli abitano dentro e che sembrano essersi impossessati di lui, grazie ad un uso sapiente e ricorrente della maschera e del travestimento che separa e rivela, di un utilizzo potente del corpo a servizio completo delle parole. “Non ricordo dove ho messo la pace” tuona il pagliaccio Frank dal palco, un grido colto da un pubblico diverso dagli altri, incollato per quasi due ore alle sedie, attonito, come quando di notte capita di vedere qualche film della rubrica Fuori Orario di Rai 3, in cui spesso non ti realizzi neanche quello che succede però resti incollato davanti alle scene e ai dialoghi impossibili che scorrono inesorabili. Voleva seguire il circo Frank, essere un’illusione tra le illusioni, essere un clown. Perché il clown? Perché non esiste, è un’idea come la libertà, che ce l’hai stretta ma poi in un attimo vola via ed è questa una sensazione che solo i carcerati possono capire perché a differenza di quelli in regime di libertà, hanno vissuto due volte. Sia fuori che dentro le sbarre mancano “gli uomini liberi, quelli che se non fanno gli idioti non stanno bene” ci ricorda il pagliaccio Frank in un continuo scambio tra i personaggi e il pubblico, in un continuo girare in cerchio sempre nello stesso punto pur nello spazio vasto del palco e contravvenendo anche alle regole elementari del teatro: dare le spalle al pubblico per parlare con i suoi personaggi. Il tentativo di liberarsi da se stesso, dalle voci interne che lo muovono come un burattino, lo conduce nella pirandelliana lotta per strapparsi la maschera di dosso, il trucco dell’attore, ormai sostituitosi alla sua vera identità.

Teatro e tecnologia in One Man Jail: un connubio che risuona con la frammentazione dell’anima

Nel connubio tra teatro e interazioni tecnologiche forse si perde qualche passaggio, qualche frase si confonde tra il gracchiare sabbioso della connessione incerta, ma anche il disturbo è funzionale, nel complesso questo è uno di quegli spettacoli “di pancia” dove a vincere è l’emozione: “A tutti però capita un’occasione per liberarsi” arriva prepotente dai personaggi nello schermo, aggiunto a “Ti devi sbarazzare del pagliaccio. Devi farlo adesso, in fondo è solo una mano di cerone”. Nel ricostruire la sua storia, l’attore ci conduce attraverso le gabbie della mente, evocate dallo schermo alle sue spalle su cui appaiono frammenti di una realtà ipnotica e stralunata, che distorce continuamente la prospettiva, grazie anche all’uso di telecamere che ci mostrano l’attore dall’interno della scena, svelandoci la sua angolatura sul mondo. Ci appare come un topo in gabbia incapace di ricordare quando e come ha finito per intrappolarsi da solo, salvo poi accorgerci che quelle grate contengono anche noi, nelle medesime pastoie e nella medesima illusione di libertà condizionata.

La solitudine è il carceriere

Frank Petroletti racconta la sua caduta e, intanto, si toglie il trucco dal volto, cessando di essere per noi la maschera rassicurante su cui proiettare il diverso, l’escluso, il clown di cui ridere e discettare. Ma il suo volto nudo non ci conduce a risposte consolatorie, anzi ad altre domande, tutte senza risposta. Un’esperienza immersiva nella ricerca (impossibile?) di una comunicazione tra mondi separati, l’eterna separazione tra il noi e il loro che la prigione evoca e materializza come un incubo ma che, sembra volerci dire il ghigno pauroso del clown in scena, ci abita dentro come storia di un’inconciliabile frattura interiore, latente in ognuno di noi. Chi siamo senza le nostre maschere? Noi i “senza macchia” che vivono fuori,prigionieri senza essere in prigione”, marionette di un metateatro diffuso, affezionati alle proprie sbarre immaginarie tanto da trovarle molto più attraenti della realtà. L’atmosfera desolata e perduta evocata dallo spettacolo ci porta a pensare che la solitudine è il vero carceriere dei nostri tempi, che quelle gabbie potrebbero dissolversi solo ristabilendo la connessione tra gli esseri umani, senza se e senza ma. E questo accade in One Man Jail, la comunità si ritrova tra palco e platea, si ricostituisce dietro gli interrogativi irrisolti di questo viaggio nella prigionia dell’anima, aprendo una speranza dai confini incerti, a cui non possiamo non aggrapparci.

Info

ONE MAN JAIL – le prigioni della mente

Cast

In teatro:
Frank Petroletti – Filippo Frittelli
Guardia 1 – Wu Ming
Guardia 2 – Li She
Guardia 3 – Li Dong
Detenuto chitarrista – Davide Martiello
Detenuto fisarmonicista – Pasquale Rimolo
Detenuto violinista – Giovanni Sabia
La marionetta – Mattia Bacchetti
Topazia – il criceto

Figuranti – Michele Jommi, Francesca Raimondi

In carcere:

Le ossessioni di Frank:
Ravi
Kelly
Puma
Abdulaye
Abdul

Il desiderio di libertà di Frank:
Sula
Meer
Adam

Regia e scrittura – Claudio Suzzi
Aiuto Regia – Antonella Miglioretto, Alessandro Conti

Disegno Luci – Andrea Narese
Assistente elettricista e macchinista – Giacomo Ungari

Staff video proiezioni e streaming
Michele Fucci
Andrea Nadalini
Luca Tavanti
Simone Memè

Fonica – Massimo D’amato
Maschere e trucco – Francesca Zingaro
Maestro di clownerie – Lapo Botteri

Si ringraziano Underwear Theatre e Suite Ohm Studio

Lo staff della Compagnia:
Direzione: Claudio Suzzi
Comunicazione – Giacomo Alberto Vieri
Amministrazione – Francesca Zocco
Organizzazione – Valentina Matteucci, Michele Baldini

Teatro Cantiere Florida

martedì 25 gennaio 2022

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