NATURAE – OUVERTURE @ Fortezza di Volterra: la nuova genesi di Armando Punzo

La Compagnia della Fortezza prosegue il suo viaggio per regalare al mondo un'altra ipotesi di bellezza. E' andato in scena in questi giorni a Volterra, per la regia di Armando Punzo, Naturae – Ouverture, che proietta pubblico e attori in una diversa prospettiva di gioia, la nascita di un nuovo uomo e di un nuovo mondo, tutto racchiuso nell'interiorità, nella quiete delle umane 'naturae'. 

Quando il pubblico entra, dopo aver superato le difficoltà pratiche che determinano l’afflusso di un centinaio di persone in un carcere di massima sicurezza, e insieme sottolineano che ogni rito ha i suoi sistemi simbolici, e i suoi percorsi iniziatici, Lui, a cui presta volto e voce Armando Punzo, in piedi col Bambino al suo fianco, riassume i capitoli della saga (‘noi la riteniamo proprio una saga’, dice) che dal 2016, dalla scena finale di Dopo la Tempesta, costruisce il viaggio dei personaggi e del pubblico – in quale direzione?  La strada si scopre percorrendola: “perché il ‘lascia tutto e seguimi’ cristiano, che ritorna in altre varianti in molte culture diverse, rimane la sfida più incredibile mai lanciata a un uomo, ancora insuperata. È davvero difficile chiedere di più”. Anche i protagonisti del Verbo degli Uccelli recalcitravano, trovando invidiabile di essere ben nutriti e coccolati, “sulla spalla del Re”. Eppure, si deve partire, e siamo già partiti. Il lago di Beatitudo, linfa primordiale, attorno al quale si muovevano le impalpabili figure che popolano l’immaginario di Borges – Funes, l’Uomo grigio, l’Antiquario, Asterione –  è superato. La freccia della conoscenza (il Bambino la brandisce, rossa come fuoco, rossa come la sfera indimenticata di Beatitudo, nel suo viaggio, e le canne scarlatte in mano ad alcuni personaggi sembrano richiamarla senza equivoci) deve essere ancora scagliata, nel mistero di una ricerca che è diretta ovunque e in nessun luogo. Un nuovo uomo deve essere formato, senza paura del suo viaggio, animato invece dal desiderio profondo di esplorarsi, di conoscersi, di indagare e vagliare le sue proprie, infinite, naturae. Il quadro iniziale funziona perfettamente da ganglio di collegamento con gli altri momenti del percorso. L'attore di colore gira su un pernio manovrato da due compagni con un moto uniforme ed estatico che richiama perfettamente l'ultima sequenza de Le Rovine Circolari, l'evento site specific che ha rappresentato Beatitudo alla Centrale Enel di Larderello e che si concludeva con un movimento epico, maestoso e doloroso di tutti gli attori nell'occhio liquido della piscina dove lo spettacolo aveva avuto luogo, e dove il pubblico, al richiamo del regista, non aveva esitato un momento a lanciarsi, raggiungendo gli attori in questo rito tanto sospirato e tanto efficace. L'attrice in abito rosso sale una scala di legno che richiama con ogni evidenza le scale identiche che popolavano l'isola di Dopo la Tempesta, il ground zero della saga, dalle quali, come lei, i personaggi lanciavano gli ami dei loro monologhi. Da questi ieri, dalla 'penombra che abbiamo attraversato, il viaggio comincia'. L'uomo che deve nascere si mette in movimento. Striscia, questo nuovo uomo, incarnato da Armando Punzo, nero nel biancore accecante del cortile del carcere (lasciato completamente nudo, solo tappezzato da metri di nylon bianco), verso una mela rossa che simboleggia meglio di qualsiasi altro correlativo oggettivo una nuova genesi e un eterno desiderio. Verrà raggiunta, morsa, divorata in una maniera così sensuale e sacrale da far ricordare la frase dell’Anonimo del Sublime, secondo la quale Dioniso nasconde i suoi misteri nella luce: perché un mistero ha luogo qui, e non essendo stato trovato ancora un termine per certe situazioni emotive, ecco, dobbiamo dire che, nascosti nella luce, gli dei, qui, ci sono.

Il viaggio, intanto, è iniziato. Dantescamente, diremmo, visto che abbiamo varie allegorie della fermata e dell’esitazione – la donna vestita di rosso, che tenta di dissuadere l’eroe ricordandogli la sua incapacità, la sua fragilità: le figure orientaleggianti, visivamente splendide che trasportano sul capo enormi calamai e penne svettanti, la memoria, pesante, di noi, la perdita di un’innocenza che dobbiamo assolutamente riconquistare, quando, soli, sapremo far riemergere dal lago del nostro intimo le qualità positive che vi abbiamo imprigionato, meraviglia, armonia, innocenza – e dolce vento… E poiché anche la natura vivente sembra commuoversi e collaborare alla meraviglia dello spettacolo che qui si crea, il dolce vento soffia davvero, la luce dardeggia sbiancando ancor più l’armata che adesso entra, in costumi orientaleggianti e a torso nudo, pallida di sale e di creta primordiale, sbavata di impronte d’oro, portatrice di zolle diverse e di diverse, vive, piante. Il Verbo degli Uccelli di Farid al-Din Attar è l’intratesto di tutto lo spettacolo. Uccelli diversi si muovono e si increspano nei drappi che rivestono le attrici, o scintillano dorati, corposi di tinta, sugli abiti neri di alcuni personaggi, e i loro richiami riecheggiano nel cortile: un tocco commovente e straziante è dato dalla risposta viva a questi richiami dei pappagallini nelle loro gabbie appese alle antiche mura del carcere. In ogni gabbia, già intaccata, una mela non diversa da quella desiderata in scena: e gli uccelli multicolori vivi e trillanti, chiusi in gabbia, sono il correlativo oggettivo più incandescente possibile della natura umana e di un viaggio che deve avvenire dentro di noi, contro tutte le condizioni, contro una realtà che non ti lascia andare, contro un limite che non cede, ma che siamo decisi a varcare. Allora, con il colpo di teatro più suggestivo di tutto lo spettacolo, il viaggio diventa carne, e all'uscita dell'armata altri attori entrano in scena con vere e proprie navi come copricapo, e ondose vesti ricamate di uccelli esotici o motivi araldici: il viaggio fatto carne, il virgiliano “mare volo di vele”, inimitabile.  Il procedimento tipico delle regie di Armando Punzo  – questo fiorire di epifanie, l’apparizione slegata e visivamente abbacinante di molti momenti sinestetici, visione e musica, colore e profumo, e parole, una collana multicolore di attimi, il bianco e l’oro, e i lampi di rosso, e le piccole vele candide dei copricapo – navi, e il fluire della musica – conosce qui uno dei suoi momenti più alti. E quando le canne scarlatte degli attori si inchiodano a qualche millimetro dalle gole degli spettatori, la trance e la trasfusione di sguardi e di energia è veramente inspiegabile. Volendo recuperare la metafora dantesca, si attua qui, in comunione, un grande momento di poesia dell’ineffabile. Anche lo spettatore meno avvertito, del resto, non può evitare di percepire la profonda presenza di questi attori, il loro essere qui e ora, la loro autenticità che mette radici nello sguardo e inchioda il pubblico in un rito teatrale che riproduce “una vita secondo altre leggi, una condizione di allineamento, di ritmo unico con lo spazio, il tempo, l’aria”. Una vita altra, un’alterità dentro. Un naturale prodigio. Favorito, come sempre, dalla musica dal vivo, il fluido scorrere dell'improvvisazione costante e delicata di Andreino Salvadori, prodigio nel prodigio.     

Eppure, la climax è discendente. Lo spettacolo, un primo studio, ci ricorda il regista interrompendolo, adesso si biforca: diventa un labirinto, sfruttando gli spazi interni del carcere: del resto, non c’è viaggio senza peripezia, senza rischio di perdersi. Il pubblico, immerso nella trasformazione e nella concentrazione che l’esperienza estetica profonda di qualsiasi spettacolo della Compagnia della Fortezza comporta, sobbalza di sentirsi risvegliare. Ma, pur con la deconcentrazione dovuta dal passaggio dalla visione frontale alla conclusione immersiva e itinerante, la ripresa è immediata, per il potere attrattivo che rende capace questo magico gruppo di attori di allentare e ritirare il filo dell’attenzione “come l’uccellino che, legato alla zampa, saltella libero e poi viene richiamato”, per citare lo stesso Shakespeare, superato qualche episodio fa dalla ricerca del gruppo, ma metaforicamente perfetto qui. Il pubblico si muove, alla ricerca del filo dello spettacolo. Si alternano episodi allestiti in luoghi diversi: la grande mano scolpita che emerge dalle doline di sale: l’immagine vertiginosa del celebre Cristo velato riprodotto su corpo vivo da Punzo, inaudito scultore con scalpelli di gocce d’acqua. Infine, nello spazio  di per sé sacro e severo della cappella del carcere, va in scena una vera e propria genesi. Un demiurgo, a lume di mozziconi di candele, scolpisce una figura umana. Due attori, un uomo e una donna, imbacuccati di drappi, girano sul loro tornio che riproduce e la nascita e il movimento eterno del mondo. Un mandala di mele si sgrana sul pavimento, completato indicibilmente dalla curva del corpo di Punzo che si abbandona al suo termine. Un monologo, bellissimo, dà voce al mistero senza svelarlo: come questo sia possibile, è difficile a dirsi, eppure avviene.

La fine è vicina. Il pubblico si raccoglie ancora all’esterno. Sui tappeti neri appena gettati nel bianco cortile, l’armata traccia strade di sale. Traccia anche, bianco su nero, il profilo dell’uomo nuovo, quell’homo felix che la nuova evoluzione ci aiuterà a raggiungere.  Ancora un momento visivamente potente, conturbante e pericolosamente simbolico, in cui si gioca, come in molti altri dello spettacolo, un contagio micidiale, specie di dolce lebbra che costringe a separarsi da tutto.  Assistere a uno spettacolo della Compagnia della Fortezza non è mai solo un affare di pubblico spensierato. È insieme un’esperienza estetica profonda e una trasfusione perturbante. Non possiamo parlare di catarsi, ma proprio, e assolutamente, di contagio. La lezione di una pratica teatrale trentennale, di una ricerca estrema e rigorosa supera la comprensione, che nessuno può avere la presunzione di proclamare, per arrivare a una com – passione che è davvero tutto. Usciamo diversi. Usciamo, con tutte le resistenze e le incomprensioni, anche noi, irrimediabilmente, in viaggio.     

Info:
NATURAE – ouverture
Compagnia della Fortezza

drammaturgia e regia Armando Punzo
foto Stefano Vaja

Fortezza Medicea/Casa di reclusione Volterra (Pisa)
31 luglio 2019

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