MINNAZZA MITI E PAGINE DI SICILIA @ Teatro Arcobaleno: fragranza di zagara

Il Teatro Arcobaleno di Roma odora fortemente di Sicilia: è una fragranza inebriante che viene alla lontana portata qui per bocca d'attore. Leo Gullotta, poliformo nei personaggi ai quali dà voce, ci offre il suo tributo alla terra con lo spettacolo MINNAZZA MITI E PAGINE DI SICILIA, andato in scena fino al 28 aprile. Condisce la ricetta con i suoi ingredienti: i nomi della storia e della vita chiassosa o della morte ammazzata, i ciclopi affiorati dagli abissi come certe arroganze dei potentati, gli echi robusti della mitologia, la coriacea scorza d'uomo siculo che resiste solo sul pelo dell'epidermide. La regia anche questa volta è di Fabio Grossi a conferma del sodalizio di lungo corso tra i due artisti. Le musiche sono di Germano Mazzocchetti.

Gullotta ci invita nel suo terrazzo d'aria e poesia; soffia leggero tra palco e platea un caldo vento di scirocco sahariano che scalda e stende il tappetto rosso al mattatore della serata. Subito dopo quei versi in palermitano di Ignazio Buttitta, poeta immenso, l'attore ci mette a nostro agio: arriva dal fondo e ci offre il suo sorriso di persona vera e insieme d'artista veramente falso di Teatro. Siamo già dentro la messinscena e senza preavviso. Lo spettacolo è inclassificabile per quanto originale: non è un reading, non è una mise en place: è “Minnazza”. L'attore catanese parla alla platea, annoda le stringhe sciolte della scarpa, si commuove e cerca parole che sembrano nuove o pensate sul momento. O magari è tutto preparato, chissà. Ma restiamo così: creduli, come chi ha davanti un bravo prestigiatore e non osa chiedere il trucco per trattenere la magia tra i guanti bianchi. Forse quella scarpa l'aveva già slacciata in camerino?

L'ispirazione, Grossi (anche autore), la trova in una piccola statua di undici centimetri custodita a Vienna; ha forme generose, seni enormi quindi ha grandi “minne” anzi “minnazze” per dirla all'ombra del vulcano. La donna generatrice di vita proprio come terra fertile. Terra di Sicilia feconda come la femmina; da questo assunto inizia e scorre liquida e solida la pièce per ricordare che la vita fugge e occorre assolutamente ripescarla. Riprenderla. Sono sensazioni scambiate in terrazza, e intanto sembra arrivare la brezza del mar Mediterraneo a lambire le coste del Teatro.

D'improvviso ci vengono a trovare Italo Calvino e Salvatore Quasimodo i quali prendono a prestito le carni dell'attore. Insieme alla promessa disattesa di una granita e aranciata, interviene la semplicità di Andrea Camilleri. Irrompe la verità forte e tagliente sulla genesi dell'opinione pubblica pensata e scritta da Pippo Fava in un articolo pubblicato sul giornale da lui fondato: “I Siciliani”. Il Martire moderno è privato del corpo ma non delle idee in quel lontano e infame 1984: ucciso per mano della Mafia vile e piccola quando accostata alla figura gigante del giornalista e drammaturgo de “La Violenza”. La pièce va in scena in quell'inizio gennaio di tanti giorni fa. C'è il concetto della meschinità. Della Piccolezza.

Poi un'altra pagina, Gullotta sfoglia il suo libro e cerca la razza. C'è il racconto delle origini e intanto si va a ritroso di venticinque secoli, tredici dominazioni per risalire quel carattere particolarissimo del siciliano conservato nonostante tutto (occupato e mai dominato) che deve uscire dall'isola prima che compia i suoi vent'anni, prima quindi che gli cresca intorno la “scorcia e inizi a desiderare il sonno. L'uomo di Sicilia edifica una scorza dura di cui non potrà più disfarsi come diceva il principe di Salina o il suo autore: Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo in quel meraviglioso brano con Chavalley (ambasciatore sabauda). L'autore denuncia come irredimibile il suo conterraneo. Poi non può mancare quel Luigi Pirandello insignito e tante volte messo in scena da Gullotta, qui con “Il Geranio” e le ultime parole di vita immaginate dall'autore stesso nella sua novella. L'anima si stacca dal corpo e sentiamo l'eco de "L'uomo dal fiore in bocca" e di Romeo Daddi di "Non si sa come". Poi arrivano gli immancabili emigrati nel loro viaggio della speranza intanto anneriti dalle miniere e dalle sventure. Tra i poveri si dispensano racconti di guai che si moltiplicano dentro la corsa dell'Accelerato che da sud corre verso nord sino alla bocca vorace di quei buchi neri che privano della vita i silenti padri di famiglia.

Minnazza strizza l'occhio ai giovani: è un grido gentile, c'è l'invito ispessito dalla voce del protagonista di leggere, interessarsi ai fatti, alla politica, si rievoca l'invito accorato di Piero Calamandrei (politico socialista) in un suo discorso del '55 alla camera quando dice che la Costituzione è solo carta che cade leggera e pesante a terra se non la si mette in pratica. I giovani sono il futuro e Calamandrei lo sa, sono coloro che hanno più giorni innanzi e sembra saperlo dato che muore solo l'anno dopo.

Il pubblico non può che applaudire davanti al sorriso di chi ha combattuto la propria lotta impari: sul fondo vengono proiettati Falcone e Borsellino e quel disastro di mura, lamiere e vita squarciate di via D'Amelio, che graffia dentro e lucida gli occhi ancora oggi. Toglie fiducia nello stato ma lascia speranza e i due eroi sembrano vivi tra noi e mai sconfitti perché il ricordo è più forte della deflagrazione stessa.

Ottima prova d'attore per Leo Gullotta che cambia personaggio più volte e poi torna se stesso come deve essere. Parla alla platea e a se stesso: è un dialogo aperto e altre intimo dato che ci dà l'impressione di emozionarsi e forse è così: d'altronde ci racconta dei genitori, delle umili e oneste origini, di quel quartiere di Catania detto il Fortino, di quella livella che faceva sentire tutti più vicini e uguali tra le case strette di ringhiera dirimpetto alla Porta di Jaci e quel sogno realizzato di diventare ed essere attore.

Perfette le musiche. Giuste le luci. Avremmo voluto l'attore più libero sul palco. Il leggio lo copre anche quando di spalle si muove sulle immagini di Verdesca e le note di Mazzocchetti: ma è niente e l'applauso sommerge ogni cosa compreso quello che avremmo voluto perché tanto, tantissimo è già arrivato tra le poltrone rosse. Il resto ci procurerebbe solo un'indigestione.

 

Minnazza – Miti e Pagine di Sicilia
dal 26 al 28 Aprile

Compagnia teatrale Castalia

Drammaturgia e regia Fabio Grossi

con Leo Gullotta

musiche Germano Mazzocchetti

Video Mimmo Verdesca

Luci Alberto Biondi

Foto 2 tratta dalla Pagina FB del teatro Arcobaleno  

 

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