MASTRO DON GESUALDO @ TEATRO QUIRINO: quel terremoto che sconquassa l'ordine

Il Quirino è un altro dei luoghi deputati a dispensare cultura in una città troppo affannata a seguire o inseguire altre questioni più futili ma non per questo più leggere qui omesse per brevità e perché d'altro ci occupiamo in questo giornale. Nel rinnovato Foyer del Teatro c'è una folla di “curiosi” così come dev'essere quando uno spettacolo importante debutta. MASTRO DON GESUALDO di Giovanni Verga è rimasto in scena fino al 8 dicembre.

«Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt’a un tratto, nel silenzio, s’udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant’Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando: Terremoto!».

Così (ci piace pensare da via S. Anna, residenza a Catania dell'Autore) esordisce il romanzo “Mastro Don Gesualdo. Si tratta di un abbaglio: non è un terremoto ma un incendio è scoppiato nel palazzo dei nobili e decaduti Trao. Ed è questa la miccia drammaturgica sulla quale si intesse l'ordita trama.

L'opera fa parte del ciclo dei “Vinti” che Verga iniziò a scrivere già agli inizi degli anni ottanta. Un lavoro immenso che occupò l'autore per quasi dieci anni per la complessità delle vicende e ancora prima per le classi eterogenee raccontate, ognune portatrici sane di un proprio lessico. Tanto è complesso Mastro Don Gesualdo che l'autore s'accordò di pubblicarlo dapprima a puntate, e solo dopo in un unico volume.

Guglielmo Ferro firma la regia del lavoro già rappresentato dal padre Turi nel 1967. Quella che Guglielmo e il suo protagonista, Enrico Guarneri, raccolgono è un'eredità importante. C'è un'ombra luminosa di gigante che si staglia severa sulla messinscena e il regista e l'attore lo sanno bene.

Emerge netta la “Roba”. Il suo concetto è espresso nella bile di Gesualdo Motta ogni volta che infierisce greve contro contadini, domestici, paesani, la famiglia: è una battaglia ossessiva e perenne per conquistare ma ancora prima per difendere quello che si ha già. La vita quotidiana è permeata dal male che mangia le viscere, come egli stesso dice. I segni degli scontri si segnano sul volto corrugato di Guarneri che incarna il carattere del villano ben vestito. Ma puntare il dito e alzare il tono diviene l'arma per resistere a tanta veemenza intorno. Nessuno (d'ogni ceto) perdona al manovale d'essersi fatto da solo col duro lavoro e spaccandosi la schiena: “Homo faber fortunae suae”. Le mani di Gusualdo ormai sono aride come la terra quando non è piovuto e diviene simile all'argilla. Nelle fessure della pelle si può vedere la fatica e il dolore dell'uomo ormai solo. Ma tutti sembrano affetti da cecità. Le sue mani sono troppo ruvide per carezzare la pelle di velluto della baronessa Bianca Trao (per noi Francesca Ferro, giusta nella parte) che è riuscito a sposare. E' un matrimonio d'interesse. L'unione avviene tra il titolo nobiliare e la fortuna economica affastellata da chi è cauto e non vuole dilapidare.

C'è poi l'intercessione del canonico Lupi (qui il bravo Rosario Minardi) a denuncia della complicità di sempre tra clero e blasoni e ci dispiace non vederlo più nel secondo atto e ci chiediamo che fine abbia fatto un personaggio così influente?

Ma Motta non è uno sciocco: resiste come l'erba selvatica che nasce e sopravvive anche senza cure.

C'è molto altro nella rappresentazione teatrale di questo Mastro Don Gesualdo. Non tutto se si pensa che il Romanzo è molto più esteso. Qui si tenta una personale rielaborazione che restituisce solo parte di quei ventuno capitoli originali del romanzo. Viene omesso che la figlia di Gesualdo in realtà è figlia del Barone Rubiera. Non si dà degna nota a quell'adesione del Mastro ai moti carbonari: avrebbe dato un respiro storico alla piéce. Si è salvata quella mirabile quanto contraddittoria espressione di Gesualdo «Ti farò regina». Ed ancora (e ci piace ancora di più): «Se andremo d'accordo come dico io…».

La piéce ruota intorno a Guarneri. Ci sono lunghi soliloqui del Mastro mentre un'intera compagnia rimane spesso dietro le quinte. Guarneri ci convince a metà, forse per quel suo intercalare che ogni tanto fa uso di vocali strette straniere alla parlata insulare. Ci piace comunque e strappa l'applauso nostro e quello della platea tutta.

Ci piace Ileana Rigano, la baronedda Rubiera. Avremmo voluto vederla di più. Anche lei sembra inghiottita d'improvviso.

Meravigliose scenografie in movimento come in un lungometraggio. Mutano le ambientazioni davanti gli occhi del pubblico grazie a quinte sincronizzate con proiezioni stagliate sul fondo al pari di dipinti. Suggestiva l'immagine di Maria sul capezzale della baronessa morente di tubercolosi o la sala dove si svolge l'asta per la gabella dei terreni comunali.

 

Musiche solenni intonate alla messinscena.

MASTRO DON GESUALDO

Produzione Progetto Teatrando presenta
ENRICO GUARNERI
MASTRO DON GESUALDO
di Giovanni Verga
regia GUGLIELMO FERRO

con FRANCESCA FERRO   ROSARIO MINARDI   ILEANA RIGANO    ROSARIO MARCO AMATO   PIETRO BARBARO   GIOVANNI FONTANAROSA   VINCENZO VOLO  ELISA FRANCO   ALESSANDRA FALCI   FEDERICA BRECI
scene Salvo Manciagli
costumi Carmen Ragonese

regia GUGLIELMO FERRO

 

personaggi e interpreti

Don Gesualdo Motta Enrico Guarneri
Baronedda Rubiera  Ileana Rigano
Canonico Lupi   Rosario Minardi
Bianca  Francesca Ferro
Barone Rubiera  Rosario Marco Amato
Don Diego  Pietro Barbaro
Don Angelino  Giovanni Fontanarosa
Barone Zacco  Vincenzo Volo
Donna Cirmena  Elisa Franco 
Diodata  Alessandra Falci
Isabella  Federica Breci

Foto: Enrico Guarneiri

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