LE SEDIE @ Teatro Vascello: se salviamo l’anima, salviamo il mondo

Al Teatro Vascello è in scena fino a domenica 6 Marzo LE SEDIE di Eugene Ionesco: in scena Federica Fracassi e Michele Di Mauro, che regalano una interpretazione compatta, maniacalmente strutturata e complice, diretti da Valerio Binasco, sempre più un caposaldo del teatro nostrano.

Le sedie: una farsa tragica

Siamo in un edificio abbandonato, un faro, circondato dal mare. È un posto diroccato, sporco, pieno di detriti e con una catasta di sedie di colori e fogge diverse. In questo mondo abbandonato a se stesso muovono le loro vite due personaggi, Il vecchio e La vecchia, una coppia, sposata da una eternità. Il Vecchio è stato – o forse lo è ancora – Maresciallo d’Alloggio, la Vecchia è stata – e lo è ancora – sua compagna fedele, sua moglie, sua amante, sua amica, sua madre. Di lei conosciamo anche il nome, Semiramide. I due passano il tempo aspettando qualcosa, qualcuno, lasciandosi trasportare in un continuo flusso di ricordi, felici e non, di considerazioni, di aspirazioni. Sì, perché il Vecchio è pronto per esporre a TUTTI il suo progetto, le sue conclusioni. Non sappiamo veramente di cosa si tratti, sappiamo però che lui è pronto. Ed ecco arrivare finalmente gli invitati, i TUTTI che loro aspettano da sempre. Ecco che la catasta di sedie viene scomposta, perché chiunque possa sedersi ad ascoltare. Manca solo lui, l’oratore, che ha il compito di esporre il progetto, perché il Vecchio non se la sente. È il suo arrivo a determinare la fine, struggente ma forse necessaria.

Eugene Ionesco, o dell’assurdo

Le sedie va in scena per la prima volta nel 1952 a Parigi e prosegue quel percorso teatrale di Eugene Ionesco nel teatro, iniziato due anni prima con la messa in scena di La cantatrice calva. È un percorso che viene indicato spesso sotto il termine storiografico di “teatro dell’assurdo”, come quello di Samuel Beckett, ma bisogna spiegare e ribadire che questa etichetta è spesso portatrice di fraintendimenti e causa di limitazioni. Certo è che l’assurdo in Ionesco si declina come espressione di una incapacità umana di agire, di comunicare, di sentire se stesso e l’altro. In questa mancanza di senso, si sviluppa una drammaturgia che scardina le convenzioni teatrali sia nella scrittura che nella rappresentazione. Tutto appare privo di logica consequenzialità. Appare. Non è.

La scena di Nicolas Bovey: il mondo de Le sedie

Il mondo che vediamo ricostruito in Ionesco è quindi un mondo spesso non reale, un mondo quasi distopico in cui le figure umane si muovono come ombre che parlano ripetendo concetti e luoghi comuni, un mondo asimmettrico, come asimmettrica è la scena che Nicolas Bovey ha progettato per questa edizione. Il palco è inclinato e ricoperto di detriti e fango rappreso; i muri sono spogli e sporchi, come quelli di un palazzo diroccato, come le fotografie oggi ci mostrano i palazzi sventrati dalla guerra. Il finestrone sul fondo ci lascia presagire un “fuori” che esiste, ma cui non è possibile arrivare. Perché l’unica parte di mondo che possiamo conoscere è quella racchiusa in questo decrepito stanzone, dove svetta appoggiata a uno dei muri, una catasta piramidale di sedie. Sembra quasi un gioco per bambini, una montagna da scalare: ogni sedia ha la sua forma, il suo colore, il suo incastro con le altre. È il personaggio in più, una presenza silenziosa e costante che i nostri due Vecchi usano in più modi, fino a scomporla per permettere ai loro invitati, tanto attesi, di trovare posto. Più scompongono la catasta, più sembra formino una gabbia intorno a loro: sono TUTTI lì, pronti, ma siamo sicuri che vogliano ascoltare? In questo rocambolesco incontro con convitati invisibili, immaginato e vissuto fino al parossismo, il Vecchio e la Vecchia si agitano, si perdono, si chiedono vicendevolmente aiuto, ripetono azioni, gesti e parole, si fanno i dispetti, litigano e si ritrovano. Sono in gabbia. La gabbia l’hanno voluta loro, nessuno li ascolterà mai.

Le sedie e il vuoto da riempire di sogni, ricordi e …

Si accentua così quel vuoto amplificato dalla scenografia, che ora è chiaro anche allo spettatore essere un vuoto esistenziale. La coppia ha resistito fino alla fine insieme, è il loro amore, a tratti ossessivo, a tratti fanciullesco, a tratti doloroso, che li ha resi un unico essere, sono l’uno lo specchio dell’altra, in un continuo alternare di voci, quasi un’eco continua.

Ed è proprio questo continuo profluvio di parole a riempire il vuoto: lo riempie solo in superficie perché quello che si palesa ancora di più è la sensazione che non ci sia una salvezza. Tutto è condannato dall’assenza di senso: in fondo noi non sappiamo nulla di questi personaggi, non sappiamo nulla del loro mondo. Perché sono lì? Che fine hanno fatto gli altri? Esistono ancora gli altri? A queste domande non troviamo risposta. Forse non è così importante trovarla, forse l’unica risposta plausibile è proprio nel vuoto che abbiamo di fronte. Ecco che allora l’amore di questa coppia ci appare l’ultimo scoglio cui aggrapparsi in un mare di niente, prima di essere travolti definitivamente dall’ultima onda.

Ma, perché c’è sempre un ma, questo sarebbe allora un teatro esponenzialmente nichilista. Non lo è. Perché c’è sempre il colpo di scena che tutto può cambiare. Ecco finalmente l’oratore, colui che spiegherà il progetto del Vecchio. È a questo punto che i due rompono la quarta parete, avanzano fuoriuscendo dalla scena mentre le luci illuminano la platea. Siamo noi l’oratore, noi che abbiamo assistito fino a quel momento alla loro storia, a quelle pagine conclusive. Siamo noi che forse il progetto del Vecchio l’abbiamo percepito, anche solo per un secondo, in quel turbine di chiacchiere nella gabbia di sedie. È quel ripetere così lieve ma così potente “se salviamo l’anima, salviamo il mondo”.

Ecco, il testimone è stato passato. Il Vecchio e la Vecchia possono finirla qui, è tempo anche per loro di essere sommersi da un’onda. Quello che potevano fare lo hanno fatto, resistendo fino all’ultimo. Fino all’arrivo dell’oratore.

Prova d’attore, prova da regista: Le sedie, un gioiello disperatamente attuale

Si profila così l’idea di un teatro il cui senso sia nel passaggio e nella testimonianza, che può avvenire solo in presenza di esseri viventi in cane e ossa. Qui è il bello del teatro, qui è il suo essere strumento politico perché rivolto a una collettività.

Tutto ciò è possibile per merito di Federica Fracassi e Michele di Mauro, che offrono una prova attoriale incredibile, la cui fatica si percepisce al momento degli applausi. Totalmente immersi nei corpi dei Vecchi, riescono a calibrare ogni azione in un tentennamento costante, in un tremolio diffuso che sembra contagiare prima l’una e poi l’altro. Le loro maschere, rese ancora più estreme da un trucco che ricorda i clown, sono sempre in bilico fra il bambinesco e il demoniaco. Al lavoro fisico si aggiunge una vocalità studiata nei minimi dettagli, duttile e mai banale. L’intesa dei due è percepibile nei loro piani d’ascolto, nel loro accavallarsi continuo come fosse un’unica persona a parlare, nei loro scontri aspri e nei loro ricongiungimenti teneri e sofferti. Non c’è un attimo in cui l’attenzione viene distolta da questo fraseggio perfetto, sostenuto poi da un accompagnamento sonoro pieno di spunti, attento a ogni singolo gesto o movimento: i rumori, gli echi, le musiche di Paolo Spaccamonti sono il tappeto su cui vive questo mondo vuoto ma pieno insieme.

Certo è che l’ingranaggio scenico che abbiamo di fronte rasenta quasi la perfezione: tutto è millimetricamente approntato e in questo Valerio Binasco dimostra nuovamente di essere un regista scrupoloso, attento, estremamente concreto nel dare al suo immaginario una forma leggibile da tutti. La sua impronta è ben visibile nella tenerezza che pervade il rapporto dei due personaggi ma anche nella scelta di rendere il pubblico partecipe, investendolo, diciamo così, del ruolo di oratore. L’insistere sul senso collettivo del teatro diventa quasi una firma, il desiderio di ritrovarsi che è comune a chiunque, un superare l’assenza di senso – e quanto è percepibile in questi giorni così cupi – attraverso lo stare l’uno di fronte all’altro a ripetere “se salviamo l’anima, salviamo il mondo”.

 

LE SEDIE
di Eugène Ionesco
traduzione Gian Renzo Morteo
con Federica Fracassi e Michele Di Mauro
regia Valerio Binasco
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
musiche Paolo Spaccamonti
assistente regia Giordana Faggiano
assistente scene Nathalie Deana
Produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Vincitore del premio UBU 2020 2021 come migliore scenografia

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