L'ABISSO @ SanMiniato+Fiesole: epica di una carneficina tra virtuosismo e catarsi

Dopo aver già recensito lo spettacolo (qui il link al pezzo pubblicato nel 2019), abbiamo deciso di mettere a confronto due visioni contrapposte su L'abisso di Davide Enia, uno dei più acclamati spettacoli degli ultimi anni che ha anche valso al suo autore e attore il Premio UBU 2019 per il “migliore nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica”. Ecco qui di seguito le opinioni e le impressioni che abbiamo elaborato dopo aver assistito alla messa in scena nell'ambito dell'Estate Fiesolana 2020 presso il Teatro Romano e del Dramma Popolare nel paese di San Miniato (PI).
 

L’abisso: dolore liquido di mare e nafta @Estate Fiesolana

All’interno della rassegna dell’Estate Fiesolana 2020 il drammaturgo siciliano presenta il suo spettacolo-documentazione sugli sbarchi di Lampedusa intrecciando alle storie dei migranti la sua storia personale. 

Fiesole ci accoglie con le chiacchiere rissose dei ristoranti all’aperto e l’odore di bistecca sulla griglia e panini tostati. Il teatro romano ci abbraccia tra i vari passaggi asettici dell’era covid-19 nella perduta rusticità selvatica dei resti romani, ormai imprigionati all’interno di terrazze artificiali, scale che sanno troppo di modernità e urbanizzazione, togliendo il contatto con l’ambiente naturale circostante. Solo la scena mantiene il contatto con gli alberi e il canto notturno dei grilli. Vuoto e buio. Due sedie, anni ’50, distanti, sul proscenio. Uno strumento musicale. 2 uomini in scena, camicia bianca e pantaloni scuri. Enia comincia la narrazione. È un teatro di parola e di gesti il suo. Accompagna la narrazione dei luoghi, dei tempi con gesti imprevedibili, mentre nei momenti drammatici o di poesia subentra l’immobilità o una lentezza spiazzante e la musica dal vivo. La musica profondamente rock duro e indigeribile cerca di dare pugni allo stomaco e all’udito. L’inserimento della voce narrante di Enia nel tappeto musicale durante il racconto dei momenti più drammatici riporta a un virtuosismo attoriale che per la scabrosità della materia narrativa riteniamo inappropriato.

“In mare ogni vita è sacra e stop” ripetuto come un mantra, durante il racconto sconfortante e disperato del rescue swimmer. La drammaticità di una professione pervasiva si mischia alla definizione di un protocollo di salvataggio tecnico e preciso, ai racconti di infiniti, mitici, estremi salvataggi. Il leitmotiv è il mare di morti che galleggiano. Dice il rescue swimmer: “Chi salvi prima? Madre con bambino a 5 metri o 3 uomini qua davanti? La matematica decide. 3 è meglio di 2. Esseri umani che si portano dentro un intero camposanto”. Il lavoro di ricerca e documentazione è stato attento e meticoloso. Enia ha esperito di persona sbarchi, incontri, luoghi, dolore. I morti pescati, è il loro corpo che parla e la scrittura di Enia parla in modo metateatrale. Il salvataggio dei migranti si innesta con il salvataggio dei suoi rapporti intimi, familiari. Il rapporto col padre, muto di ascolto, con lo zio, prossimo alla morte, con la compagna, con la coppia di amici di Lampedusa che per primi gli hanno raccontato la loro storia di trauma e salvezza. Il racconto dell’esperienza del suo primo sbarco: coperte termiche, te’ caldo, acqua, pupazzetti. Lo svenimento delle donne non appena sbarcano e prese per mano. Il corpo è un diario che trattiene le torture in Libia, gli stupri (infiniti al giorno per infiniti giorni), le amputazioni, i genitali ustionati dalla nafta, neanche agli armali, ma per le donne è sempre peggio” e molte non arrivano perché uccise prima o arrivano incinte dagli infiniti stupri. Corpi, solo corpi, snaturati da esseri infami e corpi snaturati dal mare, dal sale, dai pesci. Le descrizione della furia del mare, degli eventi è meticolosa e carnale, cosi impressionistica che sembra di essere noi sopra la barca infamata dalle onde. Il trauma slabbra i confini delle cose e dei ricordi e degli eventi. con lesperienza la paura si assomiglia sempre di più tra istinto di sopravvivenza e istinto di aiutare il prossimo. La famiglia di Enia diventa metafora di tutta la condizione umana come i migranti sono metafora della famiglia, il vicino diventa lontano e il lontano diventa vicino. “Non ci sono parole per esprimere lo spaesamento dei loro occhi e dei miei mentre li guardo.” Le parole sono l’unico mezzo per metabolizzare e guarire dal trauma, ma rimane l’incognita se questo lo possa fare un cronista al posto del protagonista.

Quello di Enia è racconto mitico, un’Odissea contemporanea nell’incontro-narrazione di tanti personaggi che si mescolano si incontrano, si perdono, svaniscono, come quello del custode del camposanto di Lampedusa che recupera i corpi ormai sfasciati e in decomposizione con la menta ficcata a più non posso nelle narici e in bocca per sopravvivere alla puzza mortale. I lutti privati che si mescolano ai lutti del prossimo. Enia vuole spiegare, spiegarsi ma questo a volte lo porta a una sorta di psicanalisi, senza lettino, dei traumi, delle esperienze. E cosi entra in una zona paludosa e pericolosa perché difficile e paludoso è parlare del presente e di un presente che è carneficina giornaliera.

 

L’abisso: l’epica del sentimento @Dramma Popolare   

L’abisso, di Davide Enia, è uno spettacolo che invita al silenzio. Ha evocato tante, troppe parole, nella sua cavalcata dolorosa e trionfale attraverso i teatri d’Italia, appena stoppata dal virus e poi subito ripresa.  Ha evocato tante, terribili emozioni, per l’incandescenza della materia, per l’addentrarsi coraggioso in una zona profonda dove  ‘se non si può parlare, è meglio tacere’. Ma  rivedendolo nella piazza del Duomo di San Miniato, che la luce azzurra rende vasca e mare, in realtà no, non si può tacere. Perché la reiterazione della visione invita e consente un’analisi più profonda, che si liberi dal pugno in faccia del pathos evocato e scenda verso lo scandaglio performativo, le tecniche, l’arte: tanto è l’inganno dell’arte, suggerisce Shakespeare. E il primo inganno è la scrittura, il romanzo che sottostà al dramma in scena, la salda rete di narrazione che permette lo svariare, altrimenti troppo voluto, altrimenti senza senso, tra macro e microstoria, tra storia generale e casi familiari, tra minaccia di perdita e morte per i migranti e sicurezza di perdita e morte per ognuno di noi, appartenenti come siamo a una caduca umanità. Per la salda presa della narrazione si attua una prospettiva omerica, in cui chi narra non tenta di indossare il punto di vista dei protagonisti, i naufraghi in mare, ma  riferisce e anima un’altra angoscia, quella di chi viene travolto da un’onda imprevedibile di avvenimenti e lotta, con dignità e dolore, per non perdere né la vita degli altri né la propria umanità. Come avviene appunto nell’Iliade quando, davanti alla necessità di raccontare lo strazio del corpo di Ettore attuato da Achille imbestialito, Omero, un greco, commenta: così gli dei permisero oggi ai nemici di prevalere. Perché nemico, ce lo insegna Omero, è chiunque ci privi di umanità, di com-passione, di misura, di dignità. Un rischio che corriamo tutti, di fronte all’imprevedibile ultimo che ci mette in pericolo: lo sbarco, il rischio, la nausea, l’angoscia. Nella narrazione epica dello spettacolo si insinuano squarci di inconsapevole lirismo, e il testo cattura, abitato com’è dalla sympatheia omerica, l’oggettività ritrattistica, e dall’empatheia virgiliana: il sentimento. Il sentire ciò che sente l’altro.  E omerica è la tecnica iterativa dell’attore, che insiste, scolpisce, inchioda segmenti di discorso, li usa come puntello, mnemonico e emozionale: sentite, dice al pubblico, siamo qui. Succede questo, sentite? E alla ripetizione il pubblico si aggrappa, in una attenzione meritevole e faticosa che costruisce la catarsi di uno spettacolo che non può, davvero, evitare di essere intimamente partecipato. Come il padre di Daviduzzo, anche noi rimaniamo muti: il che non vuol dire sordi: né lontani, né vuoti. Non lo erano gli ascoltatori dei sermoni vulcanici dei grandi predicatori, e nemmeno gli spettatori dei cantastorie che per millenni hanno riempito le piazze con le gesta dei paladini e dei cavalieri sulle tracce del Graal. L’associazione è inevitabile, perché Enia è un interprete incredibile, capace di evocare col suo corpo una tradizione di teatro racconto del Sud, una mimesi irrealistica e potente. Le mani che si muovono come uccelli feriti, le braccia che tagliano l’aria come spade, la tensione del corpo, il ballo sonoro ininterrotto col filo di musica costantemente  pronta ad accoglierlo mentre cade e si riprende e le si abbandona addosso. Ci sono momenti magnifici in cui lo intravediamo sollevare la maschera, tenerla sospesa, mentre beve un sorso d’acqua, indugia, rifiuta il contatto visivo col pubblico, e poi la maschera aderisce nuovamente al volto, e lui si tuffa di nuovo, e noi con lui.

Pubblico infinitamente coinvolto, e giustamente. Al di là di tutto, non è comune essere testimoni, e lasciarsi purificare, da questa inaudita epica del sentimento, naufragata dopo Virgilio e ricomparsa solo qui, in queste notti dell’anno più imprevisto di sempre.     

Info

LABISSO

tratto da Appunti per un naufragio (Sellerio editore)

uno spettacolo di e con Davide Enia

musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo, Accademia Perduta/Romagna Teatri

Piazzo Duomo – San Miniato, lunedì 13 luglio 2020

Teatro Romano – Fiesole, giovedì 16 luglio 2020

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