LA TRAGEDIA DEL VENDICATORE @ Teatro della Pergola: una dissacrante immersione nei vizi eterni dell’essere umano

Siamo stati al Teatro della Pergola a vedere lo spettacolo “La Tragedia del Vendicatore”: versione italiana di Stefano Massini, vincitore di due Premi Ubu nella stagione 2014/2015 per “Lehman Trilogy”, del testo di Thomas Middleton con la regia dell’inglese Declan Donnellan, regista e fondatore assieme a Nick Ormerod della compagnia internazionale Cheek by Jowl. Questo testo è stato oggetto di una controversia sulla proprietà intellettuale: la tragedia infatti, per molti anni, è stata attribuita a Cyril Tourneur; lo era ancora nel 1970 quando Ronconi portò in scena la sua versione. Solo pochi anni fa è stata riconosciuta di diritto a Middleton.

Nata come una disarmante descrizione dei vizi e della corruzione dell’animo umano di una corte  del XVII secolo, la tragedia, si veste di graffianti toni contemporanei grazie alla  regia di Donnellan che afferma:  

“Middleton e Shakespeare si affermarono in una Londra teatro di cambiamenti dirompenti. Era un tempo di boom economico e bancarotta, dominato da un disagio sociale destinato a sfociare nella rivoluzione che avrebbe, alla fine, completamente distrutto il contesto culturale dei due autori. Leggendo Middleton si percepisce una minaccia incombente, che cresce come un tumore invisibile fino a scoppiare, alimentata dal rancore e dall’ingiustizia. Ci parla di un governo corrotto, invischiato in loschi affari, di un popolo che si compra al prezzo dei beni di consumo. Descrive una società ossessionata dal sesso, dalla celebrità, dalla posizione sociale e dal denaro, dominata dal narcisismo e da un bisogno compulsivo di auto rappresentarsi per convincere gli altri – ma soprattutto se stessi – di essere buoni e belli”

La trama di questa tragedia è molto articolata essendo molti i personaggi che ne fanno parte. Gli attori della compagnia però sono riusciti a concentrarla in 60 secondi netti in questo divertente VIDEO che segue.  

“Quando scoppia un tuono, lassù in cielo si stanno godendo la tragedia” – Vindice

 

Una tragedia che ci strappa una risata, un contrasto estraniante tra il tema tragico e la rilettura grottesca che costringe a ridere con amarezza delle indiavolate contorsioni delle pieghe più corrotte dell’animo umano: sesso, sangue, menzogna, meschinità, storia inconfessata del nostro popolo, dagli intrighi di corte alle  “feste eleganti” di recente memoria. I personaggi dicono e compiono azioni terribili ma in una modalità così  grottesca che non si può non cedere al riso: la scena si apre con l’entrata degli attori che, cantando e ballando, vengono presentati e con loro i propri peccati; sul finale invece si uccidono tutti a vicenda ma sempre sorridendo e ballando, accompagnati dalle parole “…Ahi l’amor, è forte come la morte..” melodia allegra e vivace scritta per l’occasione da Gianluca Misiti.

Si respira, dunque, un clima di sconcertante attualità tra le pieghe di questo complesso spettacolo  in cui le vicende intricate di corruzione, seduzione, omicidi, vendette, ambizioni spinte fino all’erosione degli affetti e dei vincoli più sacri, si veste di abiti moderni. Ma il fil rouge di tutto è la VENDETTA. La parola viene proiettata a lettere cubitali sul fondale della scena come se fosse il titolo stesso dell’opera, e la troveremo anche alla fine, una specie di sinistro “THE END”. I nomi stessi dei personaggi non potrebbero essere diversi: abbiamo Vindice, il vendicatore, e poi i figli del corrotto Duca: Lussurioso, Supervacuo, Ambizioso ed infine Spurio, il bastardo, il figlio non riconosciuto. Unica figura che si allontana da questo gruppo è Castizia, sorella di Vindice, che come si evince dal nome ha molto cara la sua verginità.

“Io conosco il segreto dell’essere umano, che tutto è apparenza” – Lussurioso

Il dramma fu scritto al tempo di re Giacomo I la cui corruzione era più che manifesta. Questo testo risulta essere un chiaro attacco al potere corrotto e prevaricante, protetto dai propri giochi di potere e dalle posizioni sociali. Ovviamente non era possibile fare un attacco così palese al potere, per superare il rigido controllo della censura gli autori del tempo adoperavano uno stratagemma: le opere dove i potenti erano corrotti e malvagi venivano spesso ambientate in Italia o comunque nell’Europa continentale, quella degli intrighi di corte e dei tradimenti. Anche Middleton utilizza lo stesso escamotage ambientando “La Tragedia del Vendicatore” in una corte italiana. Nella versione di Donnellan questa contestualizzazione geografica è stata marcata ancora di più grazie alle proiezioni che fanno da sfondo alla scenografia: durante le scene che si svolgono a corte vengono proiettate immagini di quadri famosi, principalmente scene che si svolgevano a corte. I pittori sono tutti del ‘400/’500 italiano, vediamo ad esempio: Piero della Francesca con il “Doppio ritratto dei duchi di Urbino”, Tiziano con la “Venere di Urbino” ed il “Ritratto di Ariosto” oppure la “Camera degli sposi” del Mantegna.

“Ho afferrato solo ora che l’unica cosa certa degli uomini è morire” – Supervacuo

La scena dell’omicidio del Duca ci ha molto colpito. Il Duca viene immobilizzato e torturato dai due fratelli: Vindice ed Ippolito. Gli viene amputata la lingua, recise le palpebre e subisce ancora ulteriori e sanguinose torture. Per questa scena il regista ha utilizzato tutti i trucchi teatrali tanto cari al teatro del Grand Guignol, teatro che fece del macabro e dello splatter il suo marchio di fabbrica, nacque a Parigi ma raggiunse l’apice a Londra (sono gli anni in cui vengono pubblicati i Penny Dreadful ); è stato presente anche in Italia dal 1908. Ma coesiste un doppio piano: l’intera scena viene ripresa da delle telecamere che ci mostrano, in bianco e nero, tutto ciò che accade. Vediamo il primo piano del volto del Duca che terrorizzato ed impaurito come un animale al macello si prepara a subire la sua sorte per mano dei suoi aguzzini. Il teatro del Grand Guignol sul palco, Quentin Tarantino sullo schermo.

Bravi i giovani attori sul palco, non solo e non tanto per  singole interpretazioni individuali, assorbite probabilmente da una specifica indicazione registica che punta con successo alla coralità, ma per la brillante capacità di danzare all’unisono, in un ritmo fluido e indiavolato al tempo stesso, che non permette soste, nemmeno per comprendere i fili complessi della trama e che genera in chi guarda la sensazione che non sia importante distinguere i singoli dallo sfondo: tutto è corrotto, tutto è apparenza, tutto è marcio SENZA APPELLO.

La scenografia, curata da Nick Ormerod, aggiunge ed impreziosisce la messa in scena. Una parete di legno dalle tinte fosche e cupe che si apre in tre punti. Dietro di esse un fondale sul quale vengono proiettate le immagini che contestualizzano la scena: camera del duca, palazzo di giustizia, casa di Vindice, etc.. Dall’apertura centrale invece esce un praticabile mobile che serve talora da banco del giudice, da talamo del Duca, etc… Questa parete è molto alta ed è posta abbastanza in avanti sulla scena quindi sposta inevitabilmente tutte le azioni molto vicine allo spettatore.

Il punto debole di questo viaggio catartico, forse, che costringe a ridere guardando in faccia il lato abietto delle pulsioni umane è, a nostro avviso, l’eccessiva lunghezza, non sorretta, fino in fondo, da una necessità di sviluppo ulteriore di un tema già ampiamente esplicitato. L’interessante intarsio di scene complesse, con parti musicate e coreografate, da un lato vitalizza, ma dall’altro anche appesantisce un’opera complessa che, tuttavia, ti costringe, tuo malgrado, a rimanere incatenato alla poltroncina, nonostante qualche scena di troppo che nulla aggiunge al senso e alla pienezza del messaggio consegnato.

Info:

LA TRAGEDIA DEL VENDICATORE di Thomas Middleton

versione italiana Stefano Massini

con Ivan Alovisio, Alessandro Bandini, Marco Brinzi, Fausto Cabra, Martin Ilunga Chishimba, Christian Di Filippo, Raffaele Esposito, Ruggero Franceschini, Pia Lanciotti, Errico Liguori, Marta Malvestiti, David Meden, Massimiliano Speziani, Beatrice  Vecchione

scene e costumi Nick Ormerod

luci Judith Greenwood, Claudio De Pace

musiche Gianluca Misiti

drammaturgia e regia Declan Donnellan

produzione Piccolo Teatro di Milano, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

foto realizzate da Masiar Pasquali; prese dalla pagina dello spettacolo sul sito del Piccolo Teatro di Milano

Teatro della Pergola

12 – 16 dicembre 2018

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