LA SIGNORINA ELSE @ Teatro Fabbrichino: si scrive suicidio, si legge femminicidio

L’omonimo racconto di Arthur Schnitzler, tradotto per l’occasione da Sandro Lombardi, è andato in scena dal 27 novembre al 2 dicembre per la regia di Federico Tiezzi al Teatro Fabbrichino di Prato. Il regista toscano, che ha firmato anche la drammaturgia insieme allo stesso Lombardi e a Fabrizio Sinisi, prosegue così il percorso intrapreso con gli spettacoli Freud o l’interpretazione dei sogni (candidato ai Premi Ubu per l’anno 2018 in diverse categorie) e Il ritorno di Casanova. Viene infatti sviscerato il testo dello scrittore tedesco, ripercorrendo il flusso di coscienza che dalla prima all’ultima pagina denuncia i tormenti cui è sottoposta l’adolescente Else nella soffocante sfera di cristallo in cui il perbenismo ipocrita di inizio Novecento la costringe ed imprigiona.

Intimo è lo spazio in cui lo spettacolo si svolge così come intimo è il rapporto che si instaura con i personaggi. Un’intimità che inizia fin dall’ingresso del pubblico, costretto a sfiorare gli attori per accomodarsi, e che si approfondisce lungo tutta la durata del racconto. Non c’è infatti un pensiero, un’emozione, un sentimento che, scaturito dall’animo e dalla mente di Else, non faccia la sua comparsa sulla scena. Attraverso le parole ed i corpi dei personaggi si disvela la segretezza di una interiorità che combatte con la propria inquietudine e con le convenzioni sociali.  

La scenografia che lo spettatore trova davanti a sé nulla ha a che vedere con l’eleganza art-déco dell’hotel di San Martino di Castrozza dove la vicenda si svolge. Infatti è la freddezza di un tavolo anatomico moderno all’interno di un obitorio, con il corpo di Else coperto da un telo, ad accogliere i presenti. È pertanto dalla fine del racconto e dal disvelamento del corpo che Tiezzi ha scelto di iniziare, in maniera da predisporre l’animo dello spettatore alla tragedia che lo attende.

Protagonista della sceneggiatura è Else, una giovane ragazza viennese che sta godendosi alcuni giorni di vacanza ospite della zia sulle Alpi, dove trascorre il tempo giocando a tennis o passeggiando tra valli e prati con la spensieratezza e la frizzantezza della sua adolescenza. A turbare questa serenità giunge una lettera dalla madre intervenuta per salvare il marito, nonché padre della ragazza, che rischia l’arresto se non riesce a saldare un debito di trentamila fiorini (che diventano cinquantamila nel corso del racconto). Else potrà intervenire raccomandandosi al signor Von Dorsday, distinto e facoltoso uomo di mezz’età che è disposto ad inviare il denaro richiesto a patto che la ragazza gli si conceda nella sua nudità virginale. Proprio il ricatto dell’uomo diventa la chiave di volta del racconto in cui la molteplicità di stimoli e di pensieri della mente di Else si riduce ad un unico solo ed ingombrante dilemma: come poter salvare il padre dallo scandalo salvaguardando allo stesso tempo la propria integrità morale?

È in questa ottica che il tavolo anatomico al centro della scena diventa altare sacrificale sul quale la ragazza diventa capro espiatorio. Se nel testo biblico Isacco viene salvato dalla mano di Dio che blocca quella di Abramo, le convenzioni e il perbenismo non risparmiano Else il cui padre non esita invece a sacrificarla per mantenere integro davanti agli occhi della borghesia mitteleuropea quello status sociale conquistato in nome della rispettabilità. Nemmeno la malizia e la fierezza della ragazza riescono a preservarla e ben presto il suo flusso di coscienza diventa confuso, scomposto, preda delle insicurezze che la costringono a cercare forza nella proprie qualità di giovane ragazza perbene. La sua instabilità emotiva e psicologica si scontra con il linguaggio artificioso di Von Dorsday che costruisce la sua forza sull’ipocrisia, espressa per frasi fatte e superficiali (“Tutto nella vita ha un prezzo”). È lui che si pone come arbitro e giudice della contesa, senza scrupoli e pronto a sbranare la sua preda, come un alligatore sociale, pronto ad indossare, anche fisicamente sulla scena, una testa di coccodrillo. Else si ritrova quindi sola a sopportare il peso di un ricatto morale e di una sudditanza psicologica perché nessuno intorno a lei è in grado di comprendere la sua debolezza; tutti sono troppo impegnati ad affrontare le quisquilie quotidiane chiusi nel loro egoismo, nella loro incapacità di comunicare ed interagire col prossimo. Un’indifferenza, la loro, che li riduce allo stato di eco nella mente di Else, come una voce fuori campo, che si fa vera presenza solo quando è ormai troppo tardi e l’inevitabile è già accaduto. E allora ecco che all’alligatore si affiancano i conigli, i vili, gli opportunisti che hanno preferito restare in silenzio o addirittura ignorare pur di non compromettere la forma. Non importa se ciò è costato il sacrificio umano di Else, incapace di sostenere questo grave fardello sociale e familiare.

La trasposizione drammaturgica del testo originario è stata particolarmente fedele all’originale e in tal senso gli interventi musicali eseguiti dal vivo da Dagmar Bathmann, Omar Cecchi e Iacopo Carosella sono stati efficaci e funzionali per consentire allo spettatore di collegare tra di loro la realtà fenomenica, quella dell’esteriorità e della forma, e la realtà psicologica, tappezzata di fluenti pensieri che si fanno parole nell’intimità della ragazza. Passaggi da una realtà all’altra che sono apparsi sempre molto chiari grazie all’abilità di Lucrezia Guidone di modulare movimenti e voce con naturalezza e dinamismo. Molti i momenti, soprattutto all’epilogo, nei quali si è percepita l’empatia creata con il pubblico attraverso emozioni e sentimenti profondamente interiorizzati tanto che alla riaccensione delle luci a fine spettacolo sono risultati palpabili sia la fatica emotiva dell’attrice sia il turbamento dei presenti. Convincente anche la prova di Martino D’Amico che ha interpretato un signor Von Dorsday impeccabile carnefice, capace di esprimere la sua debolezza di fronte ad un essere ancor più debole e quindi incapace di ferirlo o di respingerlo. La sua non è forza morale ma puro esercizio di supremazia legato ad una privilegiata immunità che lo rende inattaccabile e che gli deriva dal suo benestante status sociale.

Attraverso l’intero percorso psicologico di Else, il suicidio finale per opera del Veronal, un commerciale barbiturico, si trasforma inevitabilmente in un omicidio, un femminicidio vero e proprio che il pugnale dell’ipocrisia compie per mano di indifferenti benpensanti. E allora Else si inserisce nella tradizione letteraria che aveva già conosciuto “eroine” come Anna Karenina, Madame Bovary e la Nora di Ibsen, alla quale è riferibile, durante lo spettacolo, la casa di bambole che la protagonista popola con le foto di coloro che la circondano e che restano totalmente passivi di fronte al suo disagio.

Se ancora oggi, a circa un secolo di distanza, è diffusa l’opinione che la convenienza sociale potrebbe salvare le vittime degli innumerevoli femminicidi che riempiono la cronaca nera dei nostri quotidiani, la necessità e l’urgenza di un messaggio come quello di Schnitzler sono ancora più impellenti perché smascherano quelle sovrastrutture morali e mentali che ieri come oggi sacrificano i componenti più deboli, uomini o donne che siano, di un’umanità arrogante e ignorante.    

 

“LA SIGNORINA ELSE”

di Arthur Schnitzler
traduzione Sandro Lombardi
drammaturgia Sandro LombardiFabrizio Sinisi e Federico Tiezzi
regia Federico Tiezzi
con Lucrezia Guidone e Martino D’Amico
pianoforte e violoncello Dagmar Bathmann
percussioni Omar Cecchi
clarinetti Iacopo Carosella
voci Gianna DeiddaFrancesca Della MonicaSandro LombardiGiusi MerliGiovanni Scandella
scene Gregorio Zurla
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini

produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi, Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale

Foto tratte dal sito della compagnia Lombardi-Tiezzi

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