GIULIO MEETS RAMY/RAMY MEETS GIULIO @ Teatro Fabbricone: riflessione ed intervista a Babilonia Teatri

GIULIO MEETS RAMY / RAMY MEETS GIULIO, di Babilonia Teatri, è uno spettacolo prodotto dal Metastasio di Prato che si regge su una vertiginosa allusione. Si evoca obliquamente il nome di Giulio Regeni, cittadino italiano, con passaporto italiano, vittima dello stesso trattamento che generalmente spetta agli egiziani invisi al regime. Sul palco, a cantare contro i regimi, c’è Ramy Essam, conosciuto oggi in Egitto come la voce della rivoluzione, dal 2014 in esilio con sulla sua testa un mandato di cattura per terrorismo, cantore da sempre di libertà e giustizia per il suo popolo. Dopo aver assistito alla rappresentazione in PRIMA ASSOLUTA (dopo due rinvii causa pandemia) Enrico Castellani di Babilonia Teatri ci ha concesso un'intervista che vi riportiamo a seguire.

Presto su Gufetto anche l'intervista esclusiva a Ramy Essam

Sommario

BABILONIA TEATRI: IL CORAGGIO DELLA DRAMMATURGIA MUSICALE

LA CRUDELE REALTA' DELLE METAFORE NELLE NOTE DI RAMY ESSAM

INTERVISTA AD ENRICO CASTELLANI DI BABILONIA TEATRI

INFO DELLO SPETTACOLO

BABILONIA TEATRI: IL CORAGGIO DELLA DRAMMATURGIA MUSICALE AFFIDATA A RAMY ESSAM

Ci vorrebbe una zona di decompressione tra palco e platea, suggeriva Walter Benjamin, per stemperare la morte che abita la scena, per suo statuto luogo di fantasmi, di presenze ritornanti. Ma la performance di Babilonia Teatri non permette più di distinguere cosa sia scena e cosa sia platea, e neppure di cavalcare uno spazio sicuro tra questo nostro oggi e tutti i nostri ieri, incrocia diagonali spazio temporali, crea, a cavallo di una lacuna scura e scintillante, un luogo inedito e indefinibile. La performance, tutti lo sanno, nasce già contagiata dal presente e dai brividi sociali, politici e culturali del suo tempo. Ci sono sempre contenuti che serpeggiano nell’ontologia della performance che hanno a che fare con la presenza, con la contemporaneità. Ma poche volte in scena c’è l’oggi, e insieme un breve ieri, e la storia. Rinunciata la drammaturgia scenica per aprire spazi infiniti alla drammaturgia musicale, dopo aver acconsentito a che i testi poetici e vibranti delle canzoni di Ramy costituiscano le ossa e la carne di un rito inedito che si agisce qui, e ora, il pubblico si lascia andare e cavalca sull’onda musicale una dimensione infinitamente forte che racconta – o evoca – un paese diverso, tempi terribili, una diversa mentalità, una storia ignota, e lo spettacolo snoda la sua prima funzione: un grido. Una denuncia. Non è la prima volta che l’arte svela l’orrore. Ma è la prima volta questa in cui in scena non c’è un performer, ma un testimone. Si diceva di una grande attrice dell’Ottocento che entrasse in scena seguita da un paesaggio silvano. Quando Ramy Essam viene al proscenio, confusa ma viva l’intera immagine del suo paese natale, della convulsione rivoluzionaria con la sua mescolanza di speranza fragile e di micidiale dolore si muove con lui, fino a intravederla. Il cantante in scena è lo stesso del video, la sovrapposizione è vertiginosa e inevitabile. Una performance infinitamente rituale, infinitamente segreta. Di cosa stiamo veramente parlando? La ricostruzione, l’evocazione anzi, illumina una verità, ma quello a cui miriamo, o crediamo di mirare, è forse appena qualche centimetro più in là: nel cono d’ombra del silenzio, capace come pochi strumenti performativi di trasgredire non solo il regime della rappresentazione, ma l’implicazione e addirittura il tocco del reale. In scena non c’è un performer, e il rito agito, forse, non è neppure performance. Ma funziona, in modo terribile e bellissimo. Coinvolge le sensazioni e la pelle. Coinvolge la lingua, il lessico che credevamo di possedere e di cui  ignoravamo le implicazioni: non a caso, alcune frasi vengono ripetute, un germe dell’alto stile dei Babilonia, perché nulla come la ripetizione apre la porta ai vari sensi della variazione: alla polisemia di una sola parola, che in fondo non abbiamo mai pronunciato. Coinvolge un tentativo e un’ammissione di impossibilità. È una lunga iniziazione di tutto il pubblico in ascolto al mistero di uno svelamento e di una scomparsa: nella performance, del resto, scriveva Herbert Blau, come in amore, il soggetto è la sparizione. Ma sulla lacuna aperta dalla sparizione, si può costruire la bellezza. La bellezza nera e luminosa del dolore, la bellezza articolata in grida desolate di speranza.   

LA CRUDELE REALTA' DELLE METAFORE NELLE NOTE DI RAMY ESSAM

La musica di Ramy, effettivamente, grida, e parla. Da urla dirette (‘vattene, vattene, vattene’) a profonda nostalgia (le mattine in un’amata patria il cui nome si declina al femminile), la tessitura musicale è pervasiva. Il suo linguaggio, indiscutibilmente, arriva più a fondo delle parole. Se non fosse sufficiente, parlano le immagini: i palloni/proiettili che bombardano il cantante, la grandinata di fari che lo inquadra forte come una fucilazione. Inevitabilmente in un clima cerimoniale così preciso e crudele, ogni immagine si fa metafora: e ogni metafora, ci tocca ricordarlo, è invece reale, anche quella più surreale, quella del personaggio che annaffia i suoi occhi strappati e seppelliti dopo la trafittura dei pallini sparati dai cecchini del regime perché, finché non saranno opachi, senza raggi, funzioneranno come protezione del paese amato da difendere. Come sciarpe invisibili ondeggiano violenza e ironia, una profonda nostalgia, una radicata desolazione, eppure vitale, viva, contagiosa. Lo spettacolo ondeggia fra queste polarità, come il dantesco lago di pece di Malebolge, che, scrive Dante, si lasciò vedere ‘mirabilmente oscuro’. Neppure a Ramy, del resto, viene mai concessa un’illuminazione completa: l’evocazione, la suggestione, il dolore poco dicibile, richiedono l’ombra. Quattro torce si accendono, brevemente, ed è tutto. Se vogliamo proseguire nella diplomatica ‘ragione di stato’, se vogliamo portare in fondo la traiettoria di una vita ‘normale’, dobbiamo spegnere la nostra torcia, come appunto sul palco viene fatto, in nome di un’altra parola inquinata, ‘ragione di stato’. Ma il buio contiene, mirabilmente, la luce. Questa cerimonia performativa, oltre a domande, ha diffuso fiammelle, come un rito misterico senza luogo e senza tempo e un’alta operazione di dissenso civile.      

INTERVISTA AD ENRICO CASTELLANI DI BABILONIA TEATRI 

Introduzione: Grazie per quello che ci avete regalato ieri sera. Ogni singolo istante ho avuto la netta sensazione di trovarmi dentro qualcosa di importante. Un’occasione davvero da non perdere, senza retorica.

Leonardo Favilli (L.F.): come è nata l’esperienza di Giulio meets Ramy? Vi conoscevate personalmente con Ramy prima di avviare il progetto?

Enrico Castellani (E.C.): intorno alla fine del 2017 Massimiliano Civica ci ha invitati a presentare un progetto. Lui si è rivelato già molto entusiasta del progetto che raccontava in maniera piuttosto ampia cosa fosse successo a Giulio Regeni e quali fossero le responsabilità italiane o egiziane nella vicenda. Questo è stato il motore iniziale. Anche l’allora direttore Franco D’Ippolito aveva accolto benevolmente il progetto. Abbiamo conosciuto Ramy dopo, mano a mano che il progetto cresceva e ci accorgevamo che ritrovavamo sempre però un punto di vista occidentale, italiano. Quindi abbiamo chiesto ad Amani (Amani Sadat, NdR). E’ stata lei a presentarci Ramy. Tramite lei abbiamo scritto all’agente condividendo il tema del progetto. Lui si è dimostrato interessato fin da subito. A fine gennaio 2020, poco prima della pandemia, c’è stato il primo incontro a Milano e poi a Rubiera presso la Corte Ospitale. Siamo stati 2 giorni insieme, gli abbiamo raccontato le nostre intenzioni mentre lui ci ha raccontato il suo vissuto e ci ha fatto ascoltare le sue canzoni. A quel punto abbiamo pensato di fare lo spettacolo insieme. Passaggio successivo del lavoro è stato per lo più a distanza fino al febbraio 2021 quando abbiamo potuto lavorare in teatro qui a Prato anche se non era ammesso ancora il pubblico. Inizialmente lo spettacolo era previsto per maggio 2020, poi rinviato a febbraio 2021. Ed infine eccoci qua, finalmente.

L.F.: alla luce di quanto del vostro lavoro abbiamo già seguito, questo spettacolo pone particolare attenzione alla musica e alla contemporaneità, due peculiarità del vostro modo di fare teatro. In che maniera si inserisce questo lavoro nella tradizione del vostro percorso teatrale? L’impostazione iniziale è stata conservata o si è evoluta?

E.C.: La musica fin dall’inizio del nostro percorso non è mai stata solo una cornice, un decoro; non è mai stata usata solo per creare degli ambienti ma è parte integrante della drammaturgia. Spesso i testi delle canzoni sono parte dei significati e dei segni che si portano sul palco. Ovviamente da spettacolo a spettacolo cambiano. In Calcinculo ad esempio (recensito qui da Gufetto) abbiamo chiesto ad un musicista di creare canzoni andando a ricalcare le modalità dei generi più in voga, giocando con questi in termini di contenuti che, attraverso quel genere, veicolano significati diversi da quelli che quel genere di solito veicola. Qui la questione è ancora differente. E’ evidente che le canzoni sono la parte preponderante del racconto sulla scena ma se mi chiedi se questo fosse nel progetto fin dall’inizio, ti rispondo di no. In generale quando ci approcciamo ad un progetto, capiamo via via quale forma può prendere. Alla fine abbiamo capito che la figura di Ramy doveva farla da padrone nello spettacolo. Per quanto riguarda noi un po’ alla volta abbiamo capito come renderci dei tramite passando il testimone a chi testimone lo è davvero.

L.F.: proprio con Cristina (Cristina Roncucci, ufficio stampa, NdR) notavamo che durante la rappresentazione la sensazione è stata costantemente quella di sentirsi dentro qualcosa di importante. E in più abbiamo apprezzato anche molto la semplicità di fondo dell’impianto drammaturgico che avete messo su, lasciando spazio alle parole e alle note che già da sole sono tanto potenti ed importanti.

L.F.: quali difficoltà avete incontrato nell’organizzazione e nell’approccio? Magari non tutto è andato liscio alla prima e non è stato facile per la condizione di Ramy

E.C.: onestamente le difficolta maggiori le abbiamo incontrate per il periodo  storico. Era molto difficile volare dalla Finlandia all’Italia sia l’anno scorso che quest’anno causa tamponi e vari regolamenti. Uno slalom di burocrazia complicato da gestire. In realtà Ramy non può volare in alcuni paesi ma in Italia si. Non ci sono limitazioni. Quando ci siamo rivisti ci ha anche raccontato che adesso ha il passaporto svedese quindi ha vita più semplice per viaggiare. Ha anche potuto rivedere finalmente la famiglia, non in Egitto ma ha potuto farlo.

L.F.: voi avete incontrato i genitori di Giulio? Credete che vedranno lo spettacolo o farete in modo che lo vedano?

E.C.: la famiglia Regeni ha dichiarato a chiare lettere che non gradisce opere su Giulio. Una scelta nella quale non entriamo nel merito. Noi quando abbiamo pensato il progetto abbiamo indirizzato una lettera all’avvocato della famiglia poiché è la strada che va percorsa su richiesta della famiglia stessa in questi casi. Tramite il Consiglio Comunale di Prato, che aveva già concesso la cittadinanza onoraria a Giulio, abbiamo  poi spedito una seconda lettera quando anche Ramy è entrato nel progetto per raccontare meglio cosa saremmo andati a fare. Non avevamo l’intenzione di raccontare né la biografia né la storia del processo con le indagini ancora aperte. La famiglia comunque non ha partecipato e non ha seguito l’evoluzione dello spettacolo. Ci piacerebbe che lo facesse ma sappiamo la loro posizione quindi nessuna insistenza. Ci siamo interrogati cercando di essere rispettosi, il più possibile convinti che raccontare ed entrare nel merito della vita del singolo non era il senso del nostro lavoro. Tuttavia crediamo che quello che è successo a Giulio ci riguardi tutti come cittadini.

L.F.: anche sulla base di quanto emerge dallo spetta il meccanismo di rinnovi semestrali vissuto con Zaki come

E.C.: la lettera di Shady Habash nello spettacolo è molto significante perché da italiani abbiamo conosciuto quella dinamica e ricolleghiamo subito al fatto che è evidentemente un modus operandi.

L.F.: un’ultima domanda di rito: quali progetti vi impegnano al di fuori di questo?

E.C.: proporremo Calcinculo a Firenze il 10 marzo (al Teatro Cantiere Florida, NdR) mentre il 13 (marzo, NdR) saremo ad Arezzo con Mulino Bianco back to the green future, il nostro ultimo spettacolo sui temi del futuro della Terra con due bambini in scena che parlano ad una platea di adulti i. E poi abbiamo un Romeo e Giulietta che vedrà protagonisti Ugo Pagliai e Paola Gassman. L’idea è quella di due anziani da soli in scena mentre lo spettacolo procede con i dialoghi più famosi, le scene d’amore più famose, mentre io dall’altra parte porto avanti una sorta di regia indiretta, li faccio entrare ed uscire dai personaggi raccontando anche la loro storia teatrale. Con questo Romeo e Giulietta si raccontano dell’amore ma è permeato anche tanto di morte. Mentre però, se a parlare di morte sono due adolescenti che usano la morte come iperbole è un conto. Se invece a farlo sono due anziani in cui si capisce che invece è una realtà vicina e concreta, quelle parole sono profondamente più crudeli oltre che poetiche. Infine c’è un progetto nuovo sul tema della casa e cosa rappresenta, soprattutto in questi ultimi anni. In più anche che cosa rappresentano tanti luoghi che sono case per chi li abita ma che per molti non lo sono, come gli ospizi o le case di riposo. Sarà pronto per l’estate.

L.F.: Benissimo. Sono molto contento di sentire che ci sono molti nuovi progetti che bollono in pentola. Grazie per la vostra disponibilità.

Info

GIULIO MEETS RAMY/RAMY MEETS GIULIO

di Valeria Raimondi e Enrico Castellani

con Ramy Essam, Enrico Castellani, Valeria Raimondi e Amani Sadat

direzione di scena Luca Scotton

produzione Teatro Metastasio di Prato

Teatro Fabbricone, 23 Febbraio 2022 

 

    

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