LA BASTARDA DI ISTANBUL @ Teatro di Rifredi: uno spettacolo di donne, passate, presenti e future

Siamo stati a vedere “La Bastarda di Istanbul” al Teatro di Rifredi, in scena dal 21 febbraio fino al 5 marzo, fatta esclusione per lunedì 27 febbraio. Lo spettacolo, al suo terzo anno di replica, nel 2016 riceve il “Premio Persefone” come Miglior Spettacolo e Migliore Attrice di Prosa a Serra Yilmaz e il “Premio Franco Cuomo International Award” Per il Teatro a Serra Yilmaz.

Lo spettacolo è tratto dall’omonimo romanzo di Elif Shafak scrittrice turca i cui romanzi (scritti in turco o inglese e tradotti in più di trenta lingue) l’hanno portata ad essere l’autrice più venduta in Turchia ed ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti come nel 1998 il Premio Mevlana per la miglior opera di letteratura mistica in Turchia e nel 2000 il Premio dell’Unione degli scrittori turchi. Proprio per gli argomenti trattati ne “LA BASTARDA DI ISTANBUL” la Shafak è stata accusata dal governo turco di “attacco all’identità turca”. La riduzione e la regia sono a cura di Angelo Savelli, fondatore della compagnia Pupi e Fresedde che produce lo spettacolo. Compagnia che inizia la sua storia nel 1976 e che non ha mai smesso di crescere incrociando il suo cammino con numerose figure di spicco del teatro come Andres Neumann, Lucia Poli, Ugo Chiti ed altri ancora; inoltre nel 2015 la compagnia riceve dal ministero dei Beni Culturali l’importante qualifica di “Centro Nazionale di Produzione Teatrale”. Sulla scena assieme agli altri attori troviamo Serra Yilmaz, attrice turca conosciuta in Italia per la sua partecipazione ai film del regista connazionale Ferzan Ozpetek come “Le fate ignoranti”, “Saturno contro”, “Rosso Istanbul” (in uscita a marzo 2017). La Yilmaz è legata al Teatro di Rifredi e a Savelli ancor prima de “La Bastarda di Istanbul” con lo spettacolo “L’ultimo Harem” andato in scena al Teatro di Rifredi dal 2005 ininterrottamente per ben dieci anni; “L’ultimo Harem” è uno spettacolo che ha riscosso un successo strepitoso tanto da divenire per il pubblico fiorentino un vero e proprio “cult”.

La sala del Teatro è abbastanza piena per essere un martedì sera, spettatori giovani e meno giovani aspettano con impazienza l’inizio dello spettacolo. C’è molto fermento ed aspettativa per questo spettacolo che ha attirato quasi 12.000 spettatori solo in Toscana. Ma l’attesa non è lunga, le luci iniziano ad abbassarsi ed una musica chiaramente mediorientale inizia a trasportare gli spettatori nella cosmopolita Istanbul, tanto quasi da farne percepire il profumo di spezie misto ad incenso delle strade.

La trama dello spettacolo ruota attorno ad una famiglia turca di Istanbul, famiglia composta esclusivamente da donne fatta esclusione per un solo figlio maschio, Mustafa. Conosciamo Gülsüm la madre conservatrice, attaccata alle tradizioni e severa o come si definisce lei una sorta di Ivan Il Terribile; Banu (Serra Yilmaz), la sorella più anziana, convinta di possedere dei poteri divinatori, molto superstiziosa ed amante del buon cibo che si esprime spesso con massime o aneddoti che aumentano ancor di più la sua aura di mistero ed indecifrabilità; Cevriye insegnante di storia turca, una donna molto dura e composta rimasta vedova da giovane; Feride donna eclettica che tende il suo umore tra il depresso e l’euforico in un’equilibrata follia; Zeliha la più giovane di tutte, provocatoria e sfrontata, si veste “all’occidentale” con le sue gonne corte, i tacchi a spillo ed il piercing al naso; Mustafa è il “principino di casa”, narcisista ed insicuro viene considerato “prezioso” dalla madre essendo l’unico uomo rimasto, sembra infatti che tutti gli uomini della famiglia Kazanci portino con sé una maledizione che gli riserverebbe l’amaro destino di morire giovani e spesso in circostanze misteriose o bizzarre.

Per sfuggire a questo destino la madre decide di mandare Mustafa a studiare in America dove conoscerà Rose, americana divorziata da un uomo armeno dal quale ha avuto una figlia, Armanoush o come la chiama la madre Amy. Poco dopo la partenza del fratello Zeliha confessa alla madre e alle sorelle di essere incinta e che ha deciso di non abortire, per quanto fosse stata la sua prima decisione; il padre non è conosciuto quindi Asya, la “bastarda” del titolo, crescerà in questo pittoresco gineceo. Amy crescendo aumenta il desiderio di voler conoscere più approfonditamente la storia ed i luoghi delle sue origini armene; decide dunque, all’insaputa dei genitori e del patrigno, di intraprendere un viaggio fino ad Istanbul mettendosi in contatto con la famiglia Kazanci. Una volta arrivata ad Istanbul Amy fa la conoscenza delle Kazanci e, seppur con qualche difficoltà iniziale, inizia a stringere un rapporto anche con Asya, sua coetanea. Amy viene però scoperta dalla madre che obbligherà il compagno ad andarla a prendere in Turchia e quindi a fare nuovamente i conti con il suo passato. Il finale dello spettacolo lascia gli spettatori col fiato sospeso e tante domande, ci sono segreti che forse non verranno mai svelati e che hanno l’aspetto di una spilla a forma di melagrana.

Quest’opera ci fa conoscere la vita della popolazione turca di Istanbul: gli usi, i costumi, la condizione della donna ed altri aspetti della cultura turca. Il tema principale, che lega con stretti nodi le vite di tutti i protagonisti, è il genocidio degli armeni; perpetrato dall’allora Impero Ottomani durante la prima guerra mondiale, precisamente tra il 1915 ed il 1916, che causò la morte di circa 1.500.000 uomini, donne e bambini. All’inizio vennero presi di mira solo gli intellettuali armeni ma ben presto il bersaglio divenne indistintamente l’intera popolazione. Questo argomento è stata la ragione dell’accusa a Elif Shafak da parte del governo turco; il governo turco ancora oggi nega che si possa parlare di genocidio ma di normali fatti che possono accadere quando è in atto un conflitto come quello della Prima Guerra Mondiale. Per quanto circa 30 paesi, tra i quali figurano anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America, abbiano ufficialmente riconosciuto il genocidio il governo di Ankara continua a sostenere la teoria negazionista.

La recitazione di ottimo livello degli attori e la scelta registica di alternare la narrazione e le battute in prima e terza persona singolare fanno si che il rapporto con il pubblico sia sempre vivo e forte. Quando gli attori dicono le loro battute in terza persona si presentano al pubblico; ad esempio la scena iniziale ricorda allo spettatore l’inizio di un libro come se lo stesse leggendo. Tra gli attori spiccano in particolare: Valentina Chico, vincitrice del premio come migliore attrice protagonista, nella sezione “Corti Pluriel”, al Festival del Cinema di Venezia 2005, che interpreta Zeliha; Riccardo Naldini che interpreta Mustafa con le sue peripezie americane che strappano più di una risata a tutta la platea e Serra Yilmaz che con il suo accento turco ci accompagna in un passato torbido ma che riesce a rendere con eccezionale poesia, emotività e trasporto evocativo tanto da far commuovere tutti gli spettatori.

Un cenno particolare per quanto riguarda l’aspetto tecnico deve essere fatto a Giuseppe Ragazzini che ha ideato la parte video ed ha curato le scenografie. La scena presenta un tappeto di fattura mediorientale che è sempre presente sulla scena, un tavolo, delle sedie, un divano ed un baule che entrano ed escono a seconda delle necessità della scena. I video utilizzati nella rappresentazione sono delle vere e proprie scenografie, grazie al fondale e due schermi mobili in un momento siamo nelle strade di Istanbul e in quello successivo ci ritroviamo in un supermercato americano con scaffali kilometrici pieni di prodotti. Le proiezioni video incidono moltissimo su tutto lo spettacolo e aumentano ancor di più l’emozione trasmessa dagli attori come la melagrana sanguinante che accompagna il racconto di Banu riguardo il passato della famiglia.

Questo spettacolo è indubbiamente uno spettacolo di donne ma che non è indirizzato soltanto alle donne. Ogni spettatore, indipendentemente dal genere o dall’età, si sente destinatario di un messaggio. Si parla di un genocidio che seppur poco conosciuto ha mietuto tantissime vittime e che ancora oggi non viene riconosciuto come tale dal governo turco. Si parla della condizione della donna in Turchia, delle tradizioni turche tenute in vita grazie ad usi e costumi. Viene proposto anche un interessante confronto tra il mondo americano, espresso tramite la figura di Rose, e quello turco, espresso tramite le donne della famiglia Kazanci. È uno spettacolo che riesce comunque a ben equilibrare questi temi più seri assieme ad una buona dose di comicità e situazioni al limite dello stereotipo che fanno ridere di gusto lo spettatore.
Uno spettacolo di donne che stanno in bilico su di una linea del tempo lunghissima; donne del passato che continuano a vivere nella memoria, donne del presente ben piantate nelle loro vite, donne del futuro in cui la speranza brilla come i rubini sulla spilla a forma di melagrana custodita da Banu. Particolarmente apprezzate le figure di Asya ed Amy che per quanto diverse, per istruzione, modi di fare e contesti nei quali sono nate e cresciute, si scoprono legate da un qualcosa di più forte di un semplice legame familiare; sono legate da una speranza, la speranza di poter cambiare il futuro e non ripetere gli errori commessi nel passato senza mai dimenticarlo. Esse sono come un ponte tra un passato di guerre, violenza, morte ed un futuro di tolleranza ed uguaglianza dove il passato non viene mai dimenticato; perché come dice Banu:“ Il passato non finisce mai, il passato continua nel presente”.

Visto al TEATRO DI RIFREDI il 21 febbraio

La Bastarda di Istanbul

dall’omonimo romanzo di Elif Shafak (traduzione di Laura Prandino – Ed. Rizzoli)

riduzione e regia: Angelo Savelli

con: Serra Yilmaz e Valentina Chico, Riccardo Naldini, Monica Bauco, Marcella Ermini, Fiorella Sciarretta, Diletta Oculisti, Elisa Vitiello

video-scenografie: Giuseppe Ragazzini

costumi: Serena Sarti

luci: Alfredo Piras

elementi scenici: Tuttascena

produzione: Pupi e Fresedde

 

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