LA RAGAZZA SUL DIVANO @TEATRO VASCELLO: commedia del Tempo

Monteverde è un quartiere residenziale posato su una delle sette colline e fatto di bei palazzi e verdi parchi. All’ora del Teatro se ne andrebbe (sonnacchioso) a dormire molto volentieri. Ma il Vascello delude e rompe quel desiderio di mattoni e divani stanchi col brusio luminoso e gentile del popolo del Teatro. La folla di teste si affretta verso il botteghino o a bere il cocktail di parole e vino in attesa della seconda replica. Il foyer trabocca sino al marciapiede. È festa. Il debutto aveva già fatto il tutto esaurito. “La ragazza sul divano” di Jon Fosse sta per andare in scena. Ha debuttato il 16 aprile. Rimarrà in scena fino al 21 aprile. È la pièce del tempo: qui tutto si muove a ritmo con il pensiero dell’autore che pulisce, asciuga, priva sino ad arricchire. Mi piace pensare che lo fa persino col suo nome togliendo la muta (almeno nella nostra pronuncia o la H) dal suo nome di battesimo. Jon. Ma forse in Norvegia è così che si dice e scrive. E infine, ma è solo l’inizio: a rendere musicale questo spartito teatrale c’è Valerio Binasco, che mi piace pensare come un direttore d’orchestra armato d’esile ma robustissima bacchetta.

LA RAGAZZA SUL DIVANO: lentezza ritmica

Jon Fosse è un autore curioso che incuriosisce persino. Gioco di parole detestabile ma inevitabile. Epicentro del suo Tutto è l’Uomo. È il terremoto delle tensioni sottocutanee. È la matassa senza bandolo. Qualche autore ha versato litri di inchiostro per tentare di spiegare il senso d’ogni cosa, certi misteri. Fosse invece misura le scosse telluriche dell’Uomo in relazione anche al tempo. C’è una immutabilità tra i due nonostante tutto tenti disperatamente di muoversi o accadere. Defluire naturalmente verso un pertugio e la soluzione. Sono movimenti flebili intorno a quel divano che pare piantato a radici aggrovigliate come nervi. Le cose, gli oggetti, certi fatti importanti e altri futili, sembrano partecipare muti e solidali a quella “Disperazione”. Spettatori anch’essi le cose quindi. È sempre la stessa persona a traversare quel fiume di vita in piena. Stessa persona non solo nel senso anagrafico ma anche caratteriale. Non è mai cambiata Donna. Lo stare bene e lo stare male convivono nello stesso antro e corpo, e per quanto si sforzi di capirsi, torna puntuale l’immobilità che l’ha già sepolta adolescente. Binasco è evidentemente folgorato dall’umorismo tragico del premio Nobel, tanto da goderne sotto i baffi d’attore e di regista. Sa persino divertirsi. Scandisce il ritmo che probabilmente l’autore avrebbe voluto per la messa in scena italiana della sua opera. Il regista non teme le pause (il terrore atavico degli attori) anzi le dilata sino a emulare certe algide temperature norvegesi e sino a creare quella sospensione aerea che permea tutta la poetica fossiana. L’Attesa rende umani gli umani. Jon Fosse lo sa bene. Binasco lo scopre e lo condivide e questo rende la pièce tremendamente autentica. Dunque umani anche i personaggi. C’è un Verismo (che mi ricorda certi autori Siciliani e Russi) che spesso non abita il Teatro delle paillettes. È un Verismo che si svela piano alla platea. La vita non ha riflettori, costumi, palcoscenici o passamanerie luccicanti. Almeno non sempre. La vita vera sa essere deludentemente noiosa e per nulla spettacolare, e qui c’è tutta quella dilatazione temporale che è delle esistenze quotidiane, cubiche, infilate nelle intime finestre di città. Ma lo spettatore, dopo aver compreso che l’iniziale disagio arriva dalla propria disabitudine, fa pace con la messinscena e percepisce il Ritmo. Un altro, ma pur sempre un Ritmo. In levare come ci dice Binasco nelle note di regia. L’autore è un musicista: comporre musica o commedie sono per Jon espressioni della medesima pulsione artistica.

LA RAGAZZA SUL DIVANO: ricordi a sincrono

La pièce di Fosse ruota intorno a quel senso di incompiuto dell’essere umano. Il tempo non cambia ma acuisce i picchi di debolezza, espressa con veemenza autolesiva sino al parossismo. “A ciascuno il suo”, per usare una frase che porta con sé la saggezza del pensatore. C’è naturalmente la ragazza con il suo divano quasi al centro (ma in realtà un po’ defilata perché non è l’unica esistenza che il regista studia e rappresenta). La Ragazza ogni tanto sbuca fuori dal suo plaid e tenta la fuga ad esempio iniziando un sogno: quello di artista. Di pittrice. Sono larghi voli pindarici che svettano e atterrano sempre su quei confortevoli cuscini di casa. Da grande è “Donna”. La fuga inforca virtualmente vicoli ciechi: è lei stessa la prigione e cade di nuovo sull’ergonomico divano. È una fuga lunga una vita a porte chiuse. Poi c’è la madre sola e moglie di un marinaio che si è perduto o voluto perdere per mare e per porti. È vivo ma lontano da lei e dalle figlie. Lei cerca e forse trova un amore palliativo; più un bisogno di compagnia per dare giustizia alle sua gambe ancora belle che mostra senza la pausa scenica del dubbio. Qui non serve perché c’è l’urgenza del vivere e del mostrare. La madre è l’unica a guadagnare la morte o la compiutezza in quella passerella di corpi senza finale; ma Fosse teatralmente cinico e sorprendente, proroga la condizione di irrisolto lasciandola viva dopo la morte ma adesso solo nel ricordo di Donna. Il prolungamento è per quel rapporto mai chiarito tra madre e figlia. Poi, dunque, c’è questo padre che la ragazza e Donna vedono poco, solo tre volte. C’è la sorella, anche lei ossessionata dal sesso ma solo per colmare certi ammanchi d’esistenza. Buchi nell’anima che nasconde sotto gonne di finta pelle troppo corte e rossetti troppo rossi. C’è lo zio, fratello del padre marinaio, che si infila furtivo nell’inguine della cognata per trovare e dare quel piacere di cui la vita è avara. C’è il marito di Donna che lieve dispensa amore. Sentimento sincero che lei pretende di farsi cadere e poi scivolare addosso come pioggia incessante ed eterna. Ma è solo una illusione. Anche la pioggia incessante non è davvero incessante: è solo una romantica bugia. L’amore qui è pietas (nell’accezione pura di devozione)per la compagna e quel progetto di famiglia fallito; infine si trasforma e diventa affetto. «Stiamo bene…» l’atroce equivoco di Donna alla frase laconica dell’ex marito che allude al suo rapporto con la nuova moglie. Lei gli grida di non andare, ma forse lo fa quando lui è già andato via. Parla con sé stessa. La sequenza temporale non è mai una linea. Sono personaggi che Fosse e Binasco muovono a sincrono ma in quel falso accordo temporale. Spesso i personaggi indugiano in scena e se ne stanno lì a guardare, ad ascoltare o semplicemente lì a frugare nei propri pensieri con quello sguardo fisso su di un punto visibile solo per loro. Tutti sono spesso sullo stesso piano quando in realtà qualcuno di loro è già un ricordo e un’eco di qualche pensiero che non scivola via. Resiste. In quel circo allegorico di anime sanguinolente, le uniche che non escono mai sono la ragazza e Donna e dunque la stessa persona. Sussurrano e gridano tra le mura.

Desiderio d’arte per Donna

Quel desiderio d’Arte suprema dal potere salvifico, Donna, lo mette in atto ma non lo realizza. C’è un enorme dipinto che prende forma e colore davanti agli occhi dello spettatore: ci sono schizzi cromatici di vita che graffiano la tela. I colori sembrano anch’essi voler fuggire, ma è un tentativo vano e fallimentare. Anche la vita del quadro non evade il bordo della tela. Le mura logore dell’appartamento sembrano facciano affiorare ispido il tempo come un pessimo e umido altorilievo. Le cose tutte, la scenografia di Nicolas Bovery, l’attrezzeria: sembrano partecipare al delirio dell’anima dei personaggi. Ci sono oggetti volutamente affastellati e disordinati in quello spazio che ricorda una casa ma agli occhi di chi guarda è più un parcheggio a lunga sosta. Ci sono fuochi da campeggio dimenticati su una lavatrice moderna, un frigo anni cinquanta quasi vuoto, un tavolo ma di un altro presente. Sono tutti oggetti di epoche diverse utili a suggerire da subito, senza rimandi, che in quello spazio conviveranno tanti presenti. Non c’è un passato. Mi piace molto quel quadro che d’improvviso svela un antro dietro un velatino: è la camera da letto. Un luogo che si lascia guardare a intermittenza e dovrebbe essere asservito al piacere e invece anche lì grida il dolore da lontano. L’incompiutezza di Donna debutta e replica anche sul fondo. Per i colori netti e forti e l’essenzialità, sembra un quadro di Hopper: pittore visionario anche lui maestro dell’attesa e della solitudine. Perché quello che alla fine rimane in questa danza allegorica di Jon Fosse è questa smisurata solitudine da abbandono che fa compagnia ai personaggi e li schiaccia progressivamente in considerazione della ineluttabilità della vita e del dolore.

LA RAGAZZA SUL DIVANO: interpretazione misurata

Binasco chiede ai suoi attori, come farebbe un buon maestro d’orchestra, una recitazione sincera. Anche qui, come fa Fosse con il testo, si elimina l’orpello. Ciò che allunga viene tolto e volturato alle pause. Lunghe pause, talvolta lunghissime, che creano un fiato sospeso tra attore e pubblico. È un attimo contemporaneo che solo il Teatro può realizzare e nessuna altra forma di spettacolo.

In compagnia Pamela Villoresi nella sua splendida Donna, ci regala varie modulazioni di voce e corpo asseconda di com’è e come si sente il suo personaggio. Mi piace molto quella nota dolce che usa quando entra in scena o nel soggiorno il marito. La ragazza è Giordana Faggiano: si muove bene dentro quella immobilità imposta dal ruolo e poi salta sul divano sino a calpestare il simbolo della sua prigione. Valerio Binasco è anche in scena ed è l’amorevole marito dai toni leggeri, parlati. Non c’è il manierismo dell’attore. La madre è Isabella Ferrari: ci delizia con le sue recidive ossessioni e le sue improcrastinabili istanze d’esistenza. La sorella è Giulia Chiaramonte ed è puntuale, incarna la giovane dissoluta, allegra e insieme triste. Michele Di Mauro è modesto nei toni per il personaggio che abita ma ambizioso: un ladro insospettabile (tranne che per la Ragazza) perché ruba l’attenzione della cognata e la moglie al fratello. Infine Fabrizio Contri è fermo e ci fa scoprire anche con la flemma delle parole e del corpo che non è proprio lo stereotipo del marinaio rubacuori o forse non più: anche lui è pachidermico e preferisce le sedute agli slanci dello stare in piedi. Anche lui è in perenne solitudine.

Spettacolo da vedere.

Info

La ragazza sul divano

Di Jon Fosse

traduzione Graziella Perin
regia Valerio Binasco
con Pamela Villoresi, Valerio Binasco, Michele Di Mauro, Giordana Faggiano, Fabrizio Contri, Giulia Chiaramonte e con Isabella Ferrari

PERSONAGGI E INTERPRETI
DONNA – Pamela Villoresi
RAGAZZA – Giordana Faggiano
L’UOMO – Valerio Binasco
MADRE – Isabella Ferrari
SORELLA – Giulia Chiaramonte
LO ZIO – Michele Di Mauro
IL PADRE – Fabrizio Contri

scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
suono Filippo Conti
video Simone Rosset
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Eleonora De Leo
assistente costumi Rosa Mariotti

Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Biondo Palermo
In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Colombine Teaterförlag

Debutto in prima nazionale: Torino, Teatro Carignano – 5 marzo 2024 (repliche fino al 24 marzo).

Durata: 90 minuti 

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