IN ASSENZA @ TeatroDante Carlo Monni. Intervista all'autore e regista Andrea Bruni

Al TeatroDante Carlo Monni di Campi Bisenzio va in scena venerdì 1 e sabato 2 dicembre per la rassegna “Teatro nel Teatro”, IN ASSENZA Atti unici per donne singole di Andrea Bruni, l’occasione sarà anche una festa per il decennale dello spettacolo, in replica dal 2007.
Abbiamo incontrato l’autore e regista Andrea Bruni nella sede di ZerA, l’associazione culturale responsabile della produzione e dell’organizzazione del decennale, al quale collabora Il Genio della Lampada che tenne a battesimo la prima edizione dello spettacolo nel 2007.

a cura di Michele D’Ambrosio

In scena davanti al pubblico una sedia rossa vuota: aspetta qualcuno, che non arriverà mai. Quattro donne si alternano davanti a quella sedia, che è padre, rifugio, conforto perduto, forse mai ricevuto. Legami invisibili eppure potenti di una famiglia, come tutte, piena di contraddizioni, ma anche di figure grottesche e comiche, di dinamiche surreali eppure così vere, e allo stesso tempo di amore, stracciato, ferito, desiderato, abbracciato. Al capezzale di quella sedia, quattro donne si ritrovano e si confidano, giocano col pubblico sul filo tra la tragedia e la comicità, gettano nell’arena i loro cuori, spezzati da una mancanza mai colma, dalle nevrosi e dalle quotidiane solitudini, con cui sono cresciute. Uno spettacolo comico, in cui si ride delle proprie piccole grandi follie.

Michele D’Ambrosio – Che spettacolo è IN ASSENZA?

Andrea Bruni – La forma teatrale è quella di 4 monologhi legati da un filo conduttore che si svela lentamente. Ma si tratta di altro: è il racconto di un’unica grande coscienza. Nasce da un nascondiglio, un luogo dove rifugiarsi. Ho bisogno di un luogo, che si chiude che viene cercato, vissuto, per poi trovare la prospettiva dell’uscita. Questo è quello che sento della vita ed evidentemente poi si rispecchia nei miei spettacoli. Un luogo di passaggio nel quale spesso ci dimentichiamo dell’uscita di sicurezza.

M. D. – Come nasce l’idea?

A. B. – Nasce da una crisi, dalla voglia di cambiare senza ancora sapere come. Nasce dal titolo, che mi frullava in testa, che raccontava di tutto quello che sentivo mancare alla mia vita.

Ricordo sempre con piacere quel giorno in cui tutto prese forma. Era un giorno disperato. Avevo perso un lavoro al quale tenevo molto, una persona cara non stava bene, l’azienda di famiglia, un forno, era in grosse difficoltà. Senza nemmeno pensare, feci l’unica cosa che mi dava sollievo…cominciai a scrivere, senza sapere cosa, cominciai a piangere mentre ascoltavo la voce che mi dettava le parole. Fu liberatorio e illuminante. Avevo scritto una novella tenera, amara, vera.

Avevo scritto il finale di In Assenza. Tutto questo, dieci anni fa, che era già ora.

M. D. – Però è uno spettacolo comico?

A. B. – Sì, molto comico, si ride, ma non solo. Con questa parte di me ho dovuto farci i conti e farci pace. Io ho cominciato la mia carriera artistica come comico, ma ho sentito presto che mi stavo infilando in un luogo stretto, pieno di regole e costrizioni, sentivo di essere altro di avere bisogno di maggior spazio e libertà. Ho integrato questa parte, facendo delle risate-ponte, non risate-isole. Penso che la comicità possa essere un’occasione di contatto e rinascita, non solo di intrattenimento, non solo di sollievo. La risata è quanto di più autentico ci sia rimasto. Proprio per questo se riesco a inserire nel momento della risata un’emozione allora esplode forte e chiara! Tutto questo l’ho capito grazie ad In Assenza.

M.D. – Perché questo titolo?

A.B. – Descrive lo stato emotivo che sentivo in quel momento, sentivo di dover descrivere quel qualcosa che mi mancava ma che c’era stato un tempo, in qualche zona della mia vita. Il titolo indica il voler stare in quello stato per comprendere, ma anche la condizione forzata delle protagoniste.

Vivere “in assenza” di qualcosa, come si fa? Sentire un bisogno ma rinunciarci, oppure essere costretti a farlo. Era quello che cercavo, partivo da zero.

M. D. – Come avete lavorato per crearlo?

A. B. – Mi sono lasciato ispirare da un libro che stavo leggendo Chi eri tu? di Dacia Maraini, sull’infanzia di alcuni personaggi famosi. Decisi prima di intervistare le attrici per raccogliere materiale. Facemmo delle riprese dove mi raccontarono episodi familiari, poi chiesi di scrivere un diario per alcuni mesi. Infine intervistai le loro madri. Volevo stare vuoto, aperto a quello che veniva. All’inizio avevo solo il titolo, poi sono stato inondato da tutte queste storie che si sono intrecciate con le mie: il forno di famiglia, luogo di infanzia dei miei giochi fantastici, mia madre, le sue sorelle. Così sono nati i quattro monologhi, prima la fine con il personaggio di Pagnotta, poi tutti gli altri, ciascuno con le sue caratteristiche.

M. D. – Perché uno spettacolo tutto al femminile?

A. B. – E’ la parte di me che ho avuto bisogno di celebrare e indagare. L’energia femminile muove e contiene il mondo. Sono cresciuto in una famiglia matriarcale, mi sono dovuto difendere dall’invasione della figura materna preponderante, donne forti con personalità spiccate. Ma al tempo stesso ho avuto in dono il poter frequentare i pensieri e gli umori femminili, integrandoli nella mia parte maschile. Ogni volta a fine spettacolo c’è chi mi chiede come ho fatto a scrivere la parte sulla maternità: sembra impossibile che l’abbia scritta un uomo. Non lo so come faccio, forse si tratta solo di fare esercizio di ascolto e di togliere il giudizio dalla vita e dalle relazioni, un esercizio che faccio ogni giorno, con cura e pazienza. Da quando ho imparato che per scrivere bisogna imparare ad assentarsi un po’ da se stessi, tutto è più facile, fluido.

M. D. – C’è un personaggio più di altri che ti colpisce e che entra più in empatia con il suo sentire?

A. B. – Sono tutti specchi di me, delle attrici, degli spettatori che si lasciano suggestionare, amati come i figli. Certamente la “novella di Pagnotta” parla di me in maniera più profonda, ma negli anni ogni monologo ha svelato le sue connessioni.

M. D. – In questi dieci anni di IN ASSENZA ci sono stati cambiamenti di testo o nei personaggi?

A. B. – Sì, ne ho fatti durante gli anni, ma niente di sostanziale. Solo dei miglioramenti del materiale che già esisteva, come un sarto ho cercato di far aderire sempre meglio l’abito alle attrici.

M. D. – Cosa ci sarà per il decennale?

A. B. – Al di là del piacere di essere ancora insieme, abbiamo pensato che dovevamo vincere l’imbarazzo dell’autocelebrarsi. Su questo ci ha tolto le castagne dal fuoco il direttore del TeatroDante Carlo Monni che, appena ho accennato la storia dello spettacolo, mi ha chiesto di fare questa festa da loro. Da lì ci siamo chiesti quale valore potesse avere per gli altri questa storia: credo che sia una piccola storia, che sia un piccolo spettacolo, in questo assomiglia alla storia di ognuno di noi, che è importante per noi che la viviamo, che spesso ci fa sentire soli, non capiti e non visti. Così il cammino di In Assenza è una luce sui piccoli racconti di ognuno di noi, nato da pezzi di vita delle attrici e delle loro madri, è diventato un possibile racconto di tante altre vite.

M. D. – Farete eventi collaterali agli spettacoli?

A. B. – Sì, il venerdì 1 alle 18 presenteremo un documentario che racconta la storia dello spettacolo. L’abbiamo intitolato appunto “In Assenza: un piccolo viaggio possibile”. Alla presenza di tutti quelli che hanno collaborato, racconteremo un po’ del viaggio e poi proietteremo il documentario per intero. Mi sono reso conto di avere tanto materiale delle prove, delle interviste, delle improvvisazioni. Ho provato ad assemblarlo ed è stato molto emozionante, spero che questa emozione possa passare al pubblico. Inoltre credo che raccontare l’approccio creativo che ho avuto, possa essere utile, soprattutto a chi sente di non trovare la strada per raccontare la propria storia. Inoltre nel Foyer sarà allestita una mostra fotografica con alcune foto di scena di vari fotografi.

M. D. – Dopo uno spettacolo tutto al femminile, hai mai pensato ad uno spettacolo tutto al maschile?

A. B. – In effetti sì, ma non nella stessa forma. Sentivo di dover trovare un’altra strada, per adesso ho scritto molti altri spettacoli in cui le figure maschili si confessano e si mettono a nudo con la stessa sensibilità di “In Assenza”. Mai quattro monologhi, mai dire mai, il titolo c’è già l’hanno deciso le attrici: “In Presenza”, forse è uno scherzo, forse no.

M. D. E nei prossimi 10 anni?

A. B. – Vedremo… Di certo il seme illuminante di questo spettacolo incide ancora in tutti i miei spettacoli, anche nel mio ultimo lavoro, “Oblò” , c’è la ricerca, che è cominciata con In Assenza, della giusta misura tra commedia, dramma, poesia e gesto. In qualche maniera cammina sempre al fianco delle mie opere, il documentario si apre con una frase di un antico filosofo greco, Anassimandro, che dice: “le cose si trasformano l’una nell’altra secondo necessità e si rendono giustizia secondo l’ordine del tempo”. Ecco la vita e le sue necessità ci spiegherà cosa fare, noi dobbiamo essere così aperti da poterla ascoltare, dovremmo stare un po’ In Assenza di noi per conoscerci un altro po’, davvero.

Info:

IN ASSENZA

Atti unici per donne singole

Scritto e diretto da Andrea Bruni

Con Alessia De Rosa, Alice Capozza, Elisa Missaggia, Lara Torriti

Musiche originali di Alessandro Luchi

Produzione Associazione Culturale ZerA e Il Genio della Lampada

TeatroDante Caro Monni

1 e 2 dicembre 2017

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