IL FUOCO ERA LA CURA @Teatro Fabbricone: la lucida evocazione della fine

PRIMA ASSOLUTA per il nuovissimo progetto del collettivo Sotterraneo, vincitore di due UBU per il miglior spettacolo dell’anno nel 2018 con Overload e nel 2023 con L’angelo della storia (entrambi recensiti da Gufetto). IL FUOCO ERA LA CURA è la sfida che Claudio Cirri, Daniele Villa e Sara Bonaventura hanno affrontato con la produzione del Teatro Metastasio che ha ospitato il debutto nello spazio del Fabbricone. Liberamente ispirato, o per meglio dire intrecciato a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, l’ottimo cast di attori – Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu, Cristiana Tramparulo – selezionato durante una opportuna masterclass di formazione, ha proiettato la visione apocalittica dello scrittore americano nell’ormai prossimo anno 2050 con una drammaturgia ipertestuale ai limiti della verosimiglianza – ma ahimè non abbastanza lontana.

Visione a cura di Susanna Pietrosanti e Leonardo Favilli

IL FUOCO ERA LA CURA: la molteplicità del reale

IL FUOCO ERA LA CURA
IL FUOCO ERA LA CURA ph. Vitaliano Marrucci courtesy Armunia

IL FUOCO ERA LA CURA è veramente una performance/universo stratificata e dagli ampi confini, che crea, distrugge, ricostruisce e inganna l’immaginario del pubblico a partire dal romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 per atterrare ad un più che distopico futuro, a cui non facciamo fatica a credere. Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce: elemento mutevole e inafferrabile attorno al quale si compie il rito della vita e della morte e che simboleggia la molteplicità del reale nel progetto di Sotterraneo. Anche la possibile univocità del progetto – portare in scena il romanzo – viene immediatamente smentita. La narrazione non è teatralizzata ma riprodotta e modificata con molti mezzi. Talvolta gli interpreti ne forniscono una sintesi al microfono, rimanendo spesso estraniati ed estranianti: non si immedesimano nei rispettivi personaggi (non vogliono farlo) ma ne indossano velocemente intenzionalità e maschere nelle descrizioni di Bradbury. Rendere in scena il romanzo con tecniche squisitamente Sotterraneo, che dimostra anche stavolta che la sua estetica è forte, originale e completa, diventa addirittura riprodurre il film di Truffaut lasciandosene doppiare. Oppure evocare un altro, non girato, film: gli attori tramite le loro parole lo dipingono con effetti speciali da kolossal teatrale da grande produzione, ma che nella realtà non si verificano affatto, o soltanto nella descrizione magistrale che gli interpreti ne fanno – questa sì un effetto speciale di cui il pubblico gode. Non ci sono sicurezze, neppure nelle scelte di resa drammaturgica, che sono volutamente non univoche. “Perché rovinare una bella storia con la verità?” e anche “Perché rovinare la verità con una bella storia?”. Le sentenze sono leggibili sui due schermi che si fronteggiano sul palco, contraddicendosi, a creare una realtà friabile e problematica.

Dopo Fahrenheit 451

Mentre si mette in scena il romanzo di Bradbury e si fanno i conti con gli altri media che lo hanno riprodotto o potrebbero riprodurlo, un altro romanzo è in scena, più distopico del primo: ambientato negli anni successivi al plot di Bradbury, racconta il dopo, la morte culturale che è avvenuta, l’eliminazione volontaria e passiva di libri, teatro, musica, lo stingersi di biasimo sulla parola ‘intellettuale’: genialmente il racconto si snoda frantumandosi in risposte a domande immaginarie che il pubblico rivolge alla compagnia, e l’immediatezza della situazione funziona nel profondo, suscitando nel pubblico emozioni e riflessioni.

IL FUOCO ERA LA CURA la drammaturgia originale

IL FUOCO ERA LA CURA, ph. Maurizio Castaldo courtesy Armunia

Accomodatisi in un testo non originale, i Sotterraneo (come avevano fatto con Il giro del mondo in 80 giorni di Verne) non hanno rinunciato a scrivere su un capolavoro già tendente alla perfezione. Come Duchamp fece sulla Gioconda, Daniele Villa nella scrittura drammaturgica ha aggiunto più di un paio di baffi al romanzo. Non c’è rischio o velleità di omaggio in questo lavoro – e del resto sarebbe stato deludente da un collettivo che ci ha abituati a visioni dannatamente polisemiche: il testo in scena rimanda, richiama, suggerisce e disegna un puzzle ipertestuale e variegato. Musiche e luci ne delineano una scatola curata e precisa: la scelta delle canzoni tutte tratte da opere letterarie si snoda come una spina dorsale aiutando lo svolgersi del plot, che così ampio e variopinto soffre talvolta di porsi sotto sforzo, tendendosi in un progetto imponente e plurivoco. L’impianto luminoso nella sua complessiva semplicità è evocativo e non si propone di conferire spazialità o temporalità alle scene che si susseguono ad un ritmo incalzante in un contesto che trova la sua forza nei contenuti e nelle forme comunicative sempre in divenire.

IL FUOCO ERA LA CURA Teaser

IL FUOCO ERA LA CURA: la fine dell’arte

Il cast attoriale si muove freneticamente tra le righe del testo saltando tra i piani narrativi come biglie impazzite ma sempre secondo una schema molto preciso ogni volta messo o rimesso perentoriamente a fuoco dalle didascalie sugli schermi, implacabili tavole della legge su cui l’antinomia del pensiero umano ci inchioda alla consapevolezza della convivenza di tesi ed antitesi. Lo spettatore non può non sentirsi imputato, con la consueta amara ironia di Sotterraneo, dal test di abilitazione al voto che si propone al pubblico in una disarmante semplicità di formulazione, o nella malinconia tragicomica della coreografia dei clown bianchi che chiude lo spettacolo. Alla fine l’effetto disturbante dell’originale letterario si amplifica indeterministicamente in platea, con una eco le cui parole sono volutamente dissolte nonostante la forma pedagogica. Il risultato è una lucida evocazione che non fornisce risposte ma sembra sussurrarci all’orecchio le domande, quelle che nel testo di Sotterraneo sono, appunto, solo immaginate.

La poesia è la cura

Il tema che la triade Cirri-Villa-Bonaventura affronta con IL FUOCO ERA LA CURA è coraggioso e scottante: non è necessaria neppure una deriva autoritaria perché la cultura muoia, sparisca, si estingua. Christian Bobin asseriva che abbiamo reso il mondo estraneo a noi stessi, e forse ciò che chiamiamo poesia è solo riabitare questo mondo e addomesticarlo di nuovo. Lo suggerisce l’ultima scena, con gli uomini/libro raccolti attorno ad un fuoco che finalmente non brucia, ma riscalda. Una scena evocativa e metaforica. Metafora, mistero, simbolo aggiungono calore al mondo. Gli uomini non reggono troppa realtà, men che meno troppa chiarezza, e neppure l’arte. Ricordiamolo.

IL FUOCO ERA LA CURA

creazione Sotterraneo
ideazione e regia Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa
con Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu, Cristiana Tramparulo
scrittura Daniele Villa
luci Marco Santambrogio
abiti di scena Ettore Lombardi
suoni Simone Arganini
coreografie Giulio Santolini
oggetti di scena Eva Sgrò
tecnica Monica Bosso
amministratrice di compagnia Luisa Bosi
produzione Teatro Metastasio di Prato, Sotterraneo, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale con il sostegno di Centrale Fies / Passo Nord
residenze artistiche Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), La Corte Ospitale, Centrale Fies / Passo Nord
Sotterraneo è Artista Associato al Piccolo Teatro di Milano, fa parte del progetto Fies Factory ed è residente presso l’ATP Teatri di Pistoia
PRIMA ASSOLUTA
Dal 9 al 14 aprile 2024, Teatro Fabbricone, Prato

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