I GIGANTI DELLA MONTAGNA @ Eliseo: l'ultimo Pirandello

Il Teatro Eliseo accoglie il premio nobel Luigi Pirandello e la sua commedia incompiuta. La morte sorprende a via Bosio l'autore proprio mentre lui per contro dava la vita alla sua opera più alta: I GIGANTI DELLA MONTAGNA. C'è cosi tanto significato da subito che dopo quel dicembre del '36, giorno della dipartita, la pièce è stata messa in scena comunque e molte volte. Il finale è stato cambiato dai vari registi e sceneggiatori. Anche il figlio di Pirandello, Stefano, (drammaturgo noto come Stefano Landi) trovò la chiusa a suo modo, dichiarando che il padre gliela aveva bisbigliata. Raccontata. In effetti padre e figlio si confrontavano molto sulle rispettive opere.

La pièce è accattivante e trae origine da “Novelle per un anno” di Pirandello, in quel caso intitolata “Lo storno e l'angelo Centuno” del 1910. Ma ci sono personaggi che abitano anche in “Certi obblighi”, qui imprestati.

Il primo atto può già vivere di vita propria tanto che all'inizio aveva un altro titolo ed è stato messo in scena a parte. Quindi in questa opera incompiuta, c'è comunque tutto il senso pirandelliano. E' talmente abbondante di fatti e parole, che forse si potrebbe smembrare e rimontare senza perdere consistenza. Densità. Sapore. Cotrone, qui Gabriele Lavia, invita ad abbandonare la ragionevolezza. Chi è troppo ragionevole è vigliacco nei riguardi del significato della vita. Occorre rompere, essere a pezzi perché tutto torni possibile. E in questa nuova lente convessa delle cose la scena è strabordante di personaggi e attori: allora si insinua il dubbio se ciascuno o almeno uno solo di questi reciti.

C'è un'invasione barbarica di teatranti: nella loro danza allegorica dispensano il finto e la bugia per mestiere. La diffidenza è la moneta di scambio in quella cloaca di mondo sotterraneo dove ognuno si vende anche per una lode su di un giornale. Una buona critica. E intanto i personaggi si accorgono che c'è un Teatro. Anzi c'era. Adesso c'è solo il detrito d'esso: ci sono balconate interrotte, cadute sulla platea annerita dal tempo e dall'incuria, e soprattutto dal disinteresse del pubblico che non frequenta più quel sito di meraviglie perdute. Adesso la cenere è personaggio e attrice insieme. Tutto e niente. E' anche qui metateatro. Teatro nel Teatro: suggestione alla quale Pirandello non rinuncia per raccontare il suo mondo interiore e la sua ossessione che gli cova dentro, riempie il tempo, la vita e i fogli bianchi. E' un panorama di ali cadute. Nulla vibra ancora come una volta.
<<Fummo>> dice uno degli attori. E intanto qualcuno suona la fisarmonica. Cotrone ci tiene a distinguere il passato, il presente e futuro. Su quel palco brulicano passioni, illusioni subito disilluse, schiaffi amari cancellati dalla dolce carezza. Ognuno soffia forte dentro quel fuoco. Tutto si svolge in un luogo dove abbonda il superfluo e manca il necessario, almeno così si dice con sarcasmo. Si vive agli orli della vita. Sul filo del margine e quell'essere tutto e niente; quell'avere tutto e niente, consegna il senso della vita e della consapevolezza. Ci sono attori, personaggi e fantasmi; tutti abbacinati dal sole. C'è uso di maschere e abiti attraverso i quali si nasconde il proprio io, l'identità, ma si veicolano e svelano altre verità. L'onestà, si dice, esce dalla caverna, e qui sembra che l'autore attinga da Platone.

Cotrone è il capobranco e si rivolgerà agli altri come a delle apparenze. Fantasmi. L'anima c'è ma chissà da dove parla. E poi d'improvviso quella frase tanto replicata o meglio “condivisa” dagli internettauti moderni: “In una vita incontreremo milioni di maschere e pochi volti”. E qui, in bocca a Lavia e Cotrone, assume un significato immenso.

La scenografia di Alessandro Camera è maestosa. L'ufficio dell'attore: il Teatro è qui a tutta altezza. Ha la platea, poltrone logore e rade, balconate, tavole consumate del palco e tutto viene verso di noi: la platea, quella vera. E' il Teatro rivolto verso il Teatro. Il palco è qui specchio della platea. Incontro di mondi contrapposti, uno dirimpetto all'altro, per realizzare il metateatro dell'autore siciliano e per dire il fallimento della poesia e della cristianità che spinge Cotrone detto il mago a farsi turco.
Ci piacciono molto, moltissimo i fantocci (personaggi della favola del figlio cambiato). Hanno i costumi di Andrea Viotti e le maschere di Elena Bianchini, che vestono e mascherano anche il resto della compagnia. Invadono, i pupi, piacevolmente il secondo atto sopra un velo bianco infinito nato tra i riflettori sopra il palco e cresciuto sino giù alla platea. Fantocci assemblati in unico corpo e immobili, e poi in movimento. Fantocci vivi che perdono vita e poi la ritrovano dentro la melodiosa sinfonia pirandelliana. Surreale. Grottesca proprio come la vita vera. Irragionevole come l'invito di Cotrone all'inizio.

Il personaggio per Pirandello nasce vivo e poi si infila dentro il corpo di un fantoccio, di un attore per potersi muovere, parlare. Dire le battute e godere la propria immortalità; quella che non spetta all'autore destinato a morte certa. Quel poeta necessario perché dà coerenza ai sogni. E' un gioco di bambini. Cotrone dice: <<se siamo stati bambini una volta, perché non possiamo esserlo ancora una volta?>> E ancora…

La tela anticata ad arte dell'Eliseo, si leva ed è subito un coro di voci, urla stridule e taglienti che riempiono tutti gli antri del Teatro. In luce e al buio. Un brusio vivo e assordante che chiama a raccolta gli occhi del pubblico. Una compagnia di bravi attori. Il ritmo è calante quando arriva Gabriele Lavia. Ma quella lampante lentezza è calibrata. Voluta. C'è attesa per l'attore, e Lavia l'acuisce. Amplifica. Sembrano tutti aspettare le sue battute tra un silenzio ed un altro: personaggi, attori e pubblico. E' attore e regista maturo molto lontano da quel Gabbiano di Cechov dove puliva e asciugava la battuta perché fresco d'Accademia. Adesso è in cerca di verità proprio come Pirandello, ripete proprio come Pirandello, sospira, mugugna, brontola, a tratti biascica e poi torna potente, cerca intonazioni nuove che escano dal coro. Ci riesce, e ogni volta ci accorgiamo nettamente quando entra in scena col corpo o con la voce. Qui è capobranco. Qui è capocomico. Qui è senz'altro Cotrone detto il mago.

Le mani del gremito pubblico della prima battono di piacere. Spettacolo da vedere.

Info:
Teatro Eliseo

Da mercoledì 13 a domenica 31 marzo 2019

I giganti della montagna

di Luigi Pirandello

con

Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massaro: la Compagnia della Contessa

Gabriele Lavia: Cotrone detto il Mago

Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini – iNuovi: gli Scalognati

Luca Pedron – iNuovi, Laura Pinato – iNuovi, Francesco Grossi – iNuovi

Davide Diamanti – iNuovi, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese

Eleonora Tiberia: i Fantocci (personaggi della Favola del figlio cambiato)

Scene Alessandro Camera

Costumi Andrea Viotti

Musiche Antonio Di Pofi

Luci Michelangelo Vitullo

Maschere Elena Bianchini

Coreografie Adriana Borriello

Regia Gabriele Lavia

Produzione FONDAZIONE TEATRO DELLA TOSCANA

in coproduzione con TEATRO STABILE DI TORINO, TEATRO BIONDO DI PALERMO

con il contributo di REGIONE SICILIA

e con il sostegno di ATCL – ASSOCIAZIONE TEATRALE FRA I COMUNI DEL LAZIO, COMUNE DI MONTALTO DI CASTRO, COMUNE DI VITERBO

Foto Tommaso Le Pera

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