GLI UCCELLI @Teatro Goldoni-Teatro delle donne: l’assordante silenzio alla fine dell’umanità

Gli Uccelli, in scena in prima nazionale a Teatro Goldoni-Teatro delle donne di Firenze, il 5, 6, 7 maggio, nuova produzione del Teatro della Limonaia, per la regia di Dimitri Milopulos e l’intensa interpretazione di Gabriele Giaffreda, ci immerge nel racconto cupo e apocalittico di Daphne Du Maurier, reso celebre dall’omonimo film di Hitchcock che ci accompagna in un viaggio senza ritorno nella fine dell’umanità, alla sbarra di un invisibile tribunale, condannata all’eliminazione senz’appello.

A cura di Sandra Balsimelli e Marinella Veltroni

GLI UCCELLI: la discesa inarrestabile dell’uomo tornato preda

Gabriele Giaffreda ne GLI UCCELLI

Un attore solo in platea, appoggiato su una porta divelta e usata come tavolo è illuminato da un faro impietoso che ne mostra evidenti ferite sul volto e sul corpo malconcio, una mano inerte che penzola dal braccio fasciato, l’altra, appoggiata al legno a mimare, nei gesti e nei suoni, tutta la fisicità drammatica di un racconto impossibile davanti alle poltrone vuote, evocato ora dai graffi ora dal frenetico bussare di chi chiede, inascoltato, aiuto. Alle sue spalle, il palco a scena aperta rivela i segni di una distruzione avvenuta: corde e pali penzolano dalle quinte rovinate, a terra una sedia rovesciata. Gli spettatori assistono dai palchi, dall’alto, in un silenzio irreale e denso come il fumo che avvolge la sala, intenti a non perdere una parola del filo di voce stanco e rotto del protagonista. La storia si dipana evocando la china di una discesa inarrestabile: stormi di uccelli al salire della marea attaccano gli uomini, li osservano, li assediano, li uccidono e a niente valgono i tentativi di questa strana specie inerme e tecnologica, ritornata bruscamente ad essere preda.

GLI UCCELLI: prende il sopravvento un assordante silenzio

La regia di Milopulos sceglie di giocare su una narrazione quasi sussurrata capace di fare emergere immagini suoni e atmosfere dalla staticità ipnotica del protagonista, attonito e stremato. Non vediamo e non sentiamo altro che le sue parole ma la nostra mente si popola di immagini e di suoni della fine del mondo, il rumore del vento, il rombo del mare, il ronzio ridicolo di aerei di soccorso e il tonfo del loro precipitare per il volo suicida degli uccelli contro le fusoliere, il frenetico asserragliarsi dietro porte, finestre, assi di legno in cerca di un riparo dalla minaccia imminente. Financo i suoni della vita che si aggrappa a se stessa diventano un contrappunto inquietante: il fischiettio insensato per non spaventare i bambini, la radio che trasmette musica da ballo, l’acciottolio delle stoviglie di colazioni e cioccolate calde preparate così per fingere normalità, sui cui inesorabile prende il sopravvento lo scalpiccio delle zampette, il fruscio delle ali e un progressivo, assordante silenzio.

Gabriele Giaffreda ne GLI UCCELLI

GLI UCCELLI: la gerarchia rovesciata degli sguardi

Lo spazio scenico impone un rovesciamento della geometria e della gerarchia degli sguardi. La scena è in platea e lo spettatore, curvo in avanti all’amo di ogni parola, osserva dall’alto costretto ad assumere il punto di vista degli uccelli che guardano inespressivi la preda su cui scagliarsi. Nat, il protagonista, sembra un naufrago aggrappato alla porta su cui poggia come a una zattera, via di fuga che non si aprirà, né lo porrà a riparo. Si crea un effetto straniante che ci costringe a guardare come allo specchio il destino dell’uomo, sentendoci al tempo stesso vittime, imputati e giudici, testimoni di una condanna a morte che si esegue senza enfasi e apparentemente senza movente: la Natura ha decretato, le specie viventi ristabiliscono l’ordine agendo come un’implacabile coscienza collettiva, pronta a spazzare via senza un fremito le creature più deboli, inermi e irriducibilmente egocentriche.

GLI UCCELLI: il confronto con Hitchcock

Non si sente nostalgia del film omonimo, per quanto firmato dal grande genio del thriller. La dimensione del monologo costringe ad asciugare l’atmosfera della pellicola, affollata di personaggi e ormai datata, dando alla storia di Nat e della sua famiglia una maggiore intimità e solennità, rendendolo metafora di una condizione umana eternamente in bilico tra superomismo e fragilità, che oggi appare quanto mai attuale. La trasposizione teatrale restituisce con più puntualità del film l’atmosfera tesa e pessimista del racconto della Du Maurier, che più volte fornì a Hitchcock idee per i suoi film. Lo spettacolo regala spunti di riflessione e suspense ad alta tensione, senza mai cedere a compiacere il pubblico con effetti scenici o retorici. Un bel lavoro che attira la nostra attenzione su un tema che, sempre più spesso, anche il teatro fa suo, ovvero la necessità di un paradigma nuovo che riposizioni l’uomo rispetto alle altre specie.

GLI UCCELLI

Teatro della Limonaia/Intercity Festival
PRIMA ASSOLUTA
di Daphne du Maurier
drammaturgia, scene e regia Dimitri Milopulos
con Gabriele Giaffreda

organizzazione Franca Sisti 

amministrazione Gianluca Marcato

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